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Gli Stati Uniti e l’inchiesta “Lab-leak”: la lettera aperta di Christopher Ford, l’ex assistente di Mike Pompeo

Il Dipartimento di Stato USA e l’inchiesta “Lab-leak”: lettera aperta di Christopher Ford, ex assistente del segretario di Stato Mike Pompeo*

* Christopher Ford ha prestato servizio fino all’8 gennaio 2021 come assistente del Segretario di Stato USA Mike Pompeo per la sicurezza internazionale, svolgendo negli ultimi 15 mesi dell’amministrazione Trump  le funzioni di sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale. In precedenza, sempre presso il Dipartimento di Stato, aveva guidato la Direzione per il contrasto alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Laureato a Harvard, Rhodes Scholar all’Università di Oxford e alla Yale Law School, il dottor Ford ha collaborato in qualità di esperto con vari think tank, è stato ufficiale dell’intelligence della Marina degli Stati Uniti, membro dello staff di cinque diversi comitati del Senato degli Stati Uniti e diplomatico americano di alto livello. È autore di due libri sulla politica estera cinese e di decine di articoli su argomenti di sicurezza internazionale. Qui il suo sito personale.

In una lettera aperta pubblicata lo scorso 10 giugno, Ford prende posizione contro le accuse mossegli da alcuni consulenti e funzionari del Dipartimento di Stato americano di aver tentato di boicottare l’indagine sulla Lab-leak – l’ipotesi secondo cui il COVID-19 avrebbe un’origine artificiale e si sarebbe diffuso in seguito a una fuga accidentale del patogeno dal laboratorio di Wuhan. Accuse che hanno dato origine negli USA a una violenta e importante polemica sui media.

La lettera aperta

Siccome i fatti e l’onestà intellettuale continuano ad avere un valore sia in ambito giornalistico sia in ambito politico, nonostante la deriva che caratterizza i nostri tempi, spero che questa lettera aperta aiuti a fare chiarezza, dopo la notevole quantità di sciocchezze e falsità che sono state scritte recentemente riguardo ai litigi all’interno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America  nelle ultime settimane dell’amministrazione Trump, sul modo in cui avrebbe dovuto essere esaminata la questione delle origini del SARS-CoV-2.

Mi sono deciso a scrivere perché, per dirla senza giri di parole, sono stanco di essere bersaglio di stupide e paranoiche teorie complottiste diffuse da chi sostiene di saperla lunga, ma che qualsiasi osservatore attento e scrupoloso potrebbe confutare senza difficoltà, considerando che il sottoscritto è colui che sin dal 2007 ha messo in guardia la comunità politica circa la minaccia rappresentata per gli Stati Uniti e per l’intero mondo democratico dalle ambizioni geopolitiche del Partito Comunista Cinese. Stanno lì a dimostrarlo due saggi scientifici, decine di articoli e discorsi, pronunciati anche in veste ufficiale di membro del Dipartimento di Stato: in che modo avrei coperto, dunque, le responsabilità del Partito Comunista Cinese?

So bene, però, avendo frequentato la politica per molto tempo, che un’assurdità, per quanto stupida, se inserita in una narrazione conveniente, è in grado perfino di negare con successo l’evidenza e la logica dei fatti e so anche che una sequela di accuse compulsive e oltraggiose appassionano assai più di un’analisi sobria. Può darsi, dunque, che provare a fare chiarezza sia fatica sprecata. Ciononostante ho deciso di tentare.

E cercherò anche di fare qualcosa di assai poco ortodosso. Piuttosto che usare questa lettera come un’opportunità per inventare e diffondere a gran voce la mia versione dei fatti post eventum – aderendo a una prassi diffusa, ma intellettualmente disonesta – cercherò invece di fornire esclusivamente risposte specifiche e supportate da prove a quanto riportato nei documenti offerti all’attenzione della pubblica opinione dai solerti giornalisti di Fox news e Vanity Fair.

1) Riferimenti documentali precisi

A tal proposito, siccome la questione che ci interessa è il mio ruolo e la mia posizione in relazione all’indagine sulle origini del COVID-19, farò riferimento a tre documenti da me elaborati ed inviati ad altri membri del Dipartimento di Stato all’inizio del gennaio 2021 (Per la cronaca: quando ho lasciato il Dipartimento, non avevo conservato una copia per me di questi documenti. Si dà il caso, però, che fortunatamente le bugie raccontate su questi temi abbiano suscitato l’indignazione  di coloro che sapevano cos’era successo veramente e che ne avevano conservato copia.  Sono felice che essi siano oggi di pubblico dominio, perché aiutano a chiarire cosa stessi facendo esattamente in quel periodo e perché)

I documenti sono i seguenti:

  1. La mail da me inviata il 4 gennaio 2021 a Tom DiNanno e David Asher il 4 gennaio 2021, pubblicata da Fox News;
  2. Uno scambio di mail intercorso tra me e DiNanno il 5 e il 6 gennaio, recuperabile sempre su Fox News
  3. Un messaggio che ho inviato a un certo numero di alti funzionari del Dipartimento di Stato l’8 gennaio, che può essere recuperato su Vanity Fair

2) Sollecitare un’indagine corretta e documentata sulla fuga da laboratorio

Parto da un punto critico. Come si evince da questi documenti, le discussioni in seno al Dipartimento di Stato vertevano sulla necessità di accertare i fatti prima di assumere posizioni pubbliche particolarmente gravi come l’affermazione del Segretario di Stato Mike Pompeo secondo cui fosse “statisticamente” impossibile che SARS-CoV-2 non si fosse originato da una manipolazione di laboratorio effettuata in Cina, l’avvio di “iniziative diplomatiche” presso i governi stranieri sulla base di questa teoria e l’accusa ai danni della Cina di aver violato la Convenzione sulle armi biologiche (BWC) con il COVID-19.

Non era in atto alcun tentativo di impedire l’indagine sull’origine del virus: al contrario la disputa riguardava le modalità con cui condurre l’inchiesta affinché se ne potesse garantire la correttezza e la validità scientifica, soprattutto perché per noi era di vitale importanza andare fino in fondo sulla questione delle “origini” del COVID, inclusa la possibilità che esso provenisse dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Personalmente ho sempre sostenuto che l’ipotesi “Lab-leak” meritasse un esame approfondito, perché si tratta di un’ipotesi molto realistica. E non lo sto dicendo solo ora, l’ho affermato anche all’epoca. E spesso.

A questo punto, diamo un’occhiata ai documenti, cominciando dalla mia e-mail del 4 gennaio a DiNanno e Asher. In quel messaggio sottolineavo come le “accuse rivolte dall’Ufficio per il controllo, la verifica e la conformità degli armamenti (AVC) al WIV e al programma cinese BW di essere all’origine di SARS-CoV-2 erano “importanti” e “preoccupanti” e che, proprio per questo, dovevano essere subito vagliate da esperti scienziati.

(Ebbene sì, lo ammetto: ho chiamato il virus “WuFlu”. In un momento in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità escogitava denominazioni “non discriminatorie” come “Alpha” e la gente parlava, invece, liberamente di “variante inglese” “o “variante sudafricana”. Non mi pareva ingiustificato chiamare il virus originale facendo riferimento alla sua effettiva provenienza da Wuhan. Temo di averlo chiamato altrove anche “KungFlu”. Visto col senno di poi tutto questo non appare particolarmente intelligente. Ma spero che il lettore tenga conto del fatto che trattava di mail interne, non destinate ad essere rese pubbliche. Se avessi saputo che un giorno lo sarebbero divenute non sarei stato così naif. Mea culpa.)

In ogni caso, in quella mail ricordavo a DiNanno e Asher di aver loro ordinato, circa un mese prima, di istituire “una commissione di esperti” che, coinvolgendo scienziati di alto profilo ed elementi dell’intelligence, valutasse l’attendibilità delle informazioni di AVC. Chiedevo loro, inoltre, per quale motivo non avessero effettuato le necessarie verifiche prima di fare certe affermazioni e, soprattutto, per quale ragione continuassero a diffondere tra i membri dell’agenzia certe accuse senza averle prima fatte validare da scienziati indipendenti.

In quello stesso messaggio datato 4 gennaio, ribadivo la mia intenzione di “chiedere maggiore trasparenza alla Repubblica Popolare Cinese, soprattutto in merito al grave occultamento dei dati sull’epidemia COVID-19 nelle prime settimane, laddove una maggiore correttezza da parte delle autorità cinesi e un’azione risoluta avrebbero potuto evitare milioni di morti e indicibili sofferenze”.

“Un’indagine sulle origini [del COVID] è di cruciale importanza”, ribadivo, “e mi pregio di insistere affinché si lavori con la correttezza e la chiarezza che finora è mancata”. In quella mail sottolineavo ancora quanto fosse importante, come governo degli Stati Uniti, essere certi delle nostre accuse al governo cinese prima di renderle pubbliche:

“[Dobbiamo] essere certi che le nostre affermazioni siano solide e scientificamente verificate onde evitare imbarazzi e perdere di credibilità presso l’opinione pubblica… Come ho ribadito più volte, se le tue conclusioni saranno accertate, sarò in prima fila ad urlare sui tetti contro di loro. Potreste avere ragione, ma voglio essere sicuro che i fatti siano accertati… Si tratta di questioni di estrema importanza, che dobbiamo indagare fino in fondo, ma in modo rigoroso, documentabile e sincero”.

Da qui la mia irritazione, espressa in quel messaggio, per il fatto che DiNanno si fosse mostrato indolente “nell’organizzare le verifiche a livello scientifico e di intelligence del lavoro di David [Asher]”. Mettevo quindi in guardia DiNanno sul fatto che tutto questo potesse produrre effetti negativi: “Per favore, non continuare a dare l’impressione che l’AVC tema una revisione imparziale” e insistevo affinché mi comunicasse al più presto quando sarebbe avvenuta la verifica scientifica delle accuse. Tutto questo è lì nella mail.

Il giorno dopo, il 5 gennaio, non avendo ricevuto risposta da DiNanno, gli ho inviato una nuova mail (questo il messaggio in fondo alla stringa della posta elettronica del 5-6 gennaio pubblicato da Fox News):

“Sta diventano imbarazzante, per non dire preoccupante, il fatto che AVC dia l’impressione di evitare di assumersi l’impegno di far valutare agli esperti le accuse mosse contro il WIV, mentre continuano da circa un mese a circolare notizie e denunce in merito diffuse dall’agenzia presso l’opinione pubblica”.

DiNanno rispondeva alla mia mail del 5 gennaio con banalità come se non stessero facendo altro che “indagare su potenziali violazioni del controllo degli armamenti”. (Ecco il passaggio centrale nella stringa del 5-6 gennaio.) “Questo è [sic] esattamente ciò che abbiamo fatto”, dichiarò, “e che continueremo a fare”.

Fermiamoci un momento a questo punto. Il lettore attento avrà notato che con un commento come “indagare su potenziali violazioni del controllo degli armamenti”, DiNanno abbia puntualizzato come AVC non stesse tanto indagando sulle origini di SARS-CoV-2, quanto, più specificamente, sulla presunta violazione della Convenzione sulle armi biologiche da parte della Cina attraverso la creazione del virus. In questo modo nell’AVC si mostravano convinti che COVID-19 fosse un esperimento di armi biologiche (BW) andato storto – o addirittura un agente BW deliberatamente scatenato segretamente contro il resto del mondo da Pechino dopo aver vaccinato la propria popolazione, come peraltro suggerito pubblicamente da Asher, in modo piuttosto sorprendente, dopo che il Dipartimento di Stato ha rescisso il suo contratto di consulenza. (E’ possibile apprezzarlo in tutta la sua sobria, cauta, metodica boria in un video su YouTube). In un quadro simile, non sorprende – come ricordavo anche nella mail del 4 gennaio a DiNanno – che nel briefing di dicembre, quando l’AVC mi ha esposto per la prima volta la sua teoria sulle origini del virus, Asher a un certo punto abbia ipotizzato che SARS-CoV-2 fosse un “agente selezionato geneticamente” (GSA) che la Cina stava usando per colpirci, come dimostrato, diceva, dal fatto che gli Stati Uniti presentavano un numero incomparabilmente più alto di casi rispetto all’Africa subsahariana. (Naturalmente non c’è bisogno che stia qui a spiegare perché si trattasse di un’ipotesi insostenibile sotto il profilo analitico, oltre a presentare implicazioni di inaudita gravità.)

Fortunatamente, però, nella sua risposta del 5 gennaio DiNanno mi informava anche del  fatto che AVC aveva finalmente costituito un gruppo di esperti per verificare scientificamente la tesi e che si sarebbe riunito nella serata di giovedì 7 gennaio. (Alla buon’ora! Come si evince dalla mia mail del 4 gennaio avevo chiesto un esame scientifico relativo agli aspetti “statistici” della teoria di AVC sin da quando mi era stata esposta per la prima volta nel mio ufficio a dicembre.)

Nell’attesa che si riunisse il panel, tuttavia, scrivevo nuovamente a DiNanno il 6 gennaio, per sottolineare quanto fosse importante che scienziati autorevoli esaminassero le accuse di AVC prima che accuse così gravi fossero rese pubbliche: “Come ho detto prima, essere in possesso di informazioni che suonano come scientifiche presso un pubblico profano non equivale ad essere corretto. Non ho le competenze scientifiche per sottoporre a critica le conclusioni di David. E nemmeno tu. Ma neanche lui ha una formazione appropriata sotto il profilo tecnico su questi argomenti. Ciò non significa che abbia torto, ovviamente, ma questo aspetto presenta delle implicazioni su come debba essere affrontata una questione complessa e controversa con cui voi ragazzi vi state confrontando, trattando le bioscienze con superficialità… Se hai ragione, dovresti essere disposto a dimostrarlo confrontandoti con veri esperti della materia che, a differenza di coloro che hanno costruito e argomentato la teoria, abbiano competenze specifiche nell’ambito scientifico in cui ti stai avventurando. Davvero non riesco ad immaginare come avrei potuto essere più chiaro su questo da un mese a questa parte. Le tue accuse sono gravi e, potenzialmente, dirompenti e proprio per questo devono essere verificate e valutate con estrema attenzione… Le tue denunce devono essere valutate da esperti qualificati e non semplicemente lanciate su una serie di diapositive dinanzi a un pubblico composto da non scienziati col rischio che possano poi essere confutate”.

Era di estrema importanza ottenere una conferma scientifica da parte delle teorie avanzate da AVC sull’origine in laboratorio del virus, perché sino a quel momento l’indagine di AVC aveva dato l’impressione di aver sistematicamente aggirato gli esperti del Dipartimento di Stato e la stessa comunità di intelligence degli Stati Uniti. Come spiegavo nel mio messaggio dell’8 gennaio, “a quanto pare AVC ha informato di tutto questo alcuni elementi del Dipartimento e alcuni partner di altre agenzie per diverse settimane, ma sembrerebbe che su indicazione di un membro dello staff del S/P [Ufficio di programmazione politica del Dipartimento] abbiano evitato di informare me ed altri sul lavoro d’indagine, nonché la comunità di intelligence nel suo complesso”.

(Breve nota a piè di pagina, ma, credo, significativa: l’ultima osservazione contenuta nella mail, quella relativa all’esclusione degli esperti, mi è stata suggerita, in qualche modo, dallo stesso Tom DiNanno. Quando gli chiesi perché l’AVC avesse eseguito l’inchiesta senza coordinarsi con l’alto funzionario di riferimento…cioè, io –  mi rispose timidamente che gli era stato ordinato di comportarsi così da Miles Yu, membro dello staff del S/P dell’epoca. Stando a DiNanno, Yu avrebbe detto che queste specifiche istruzioni provenivano direttamente dal Segretario di Stato. DiNanno non sembra aver verificato quanto detto da Yu, ma di essersi fidato sulla parola, in virtù del ruolo da lui ricoperto, quello di sottosegretario di Stato de facto. Sarebbe interessante a questo punto capire se: (1) davvero il Segretario di Stato Pompeo ha ordinato di non coinvolgere nell’inchiesta sulle fughe da laboratorio condotte da AVC gli esperti di guerra biologica del Dipartimento, nonché i funzionari dell’intelligence statunitense, portando avanti il lavoro in segreto, senza comunicarlo nemmeno al funzionario facente funzioni di Sottosegretario con delega al controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale; (2) Yu, almeno sotto questo aspetto, si sia rivelato un consulente scorretto; o (3) DiNanno mi abbia mentito a proposito della sua conversazione con Yu. Forse un bravo giornalista potrebbe scoprirlo.)

3) il panel di esperti

In ogni caso, finalmente il 7 gennaio si sarebbe potuta avere la possibilità di sottoporre a verifica scientifica la tesi di AVC secondo cui SARS-CoV-2 sarebbe stato il prodotto di una manipolazione da laboratorio del governo cinese, grazie al gruppo di esperti scelto dalla stessa AVC per discutern la “prova statistica”, nei termini in cui essa era stata data per certa a me e ad altri.

Purtroppo, però, come facevo notare il giorno successivo (8 gennaio) nel mio messaggio, nonostante il mio espresso invito – formulato negli ultimi tre paragrafi della mia mail del 6 gennaio – di mettere in condizione gli altri membri del panel “di leggere il documento in anticipo”, AVC non lo aveva messo a disposizione. Tant’è che l’8 gennaio scrivevo: “AVC non ci ha fornito il documento prima della discussione di ieri, per cui la maggior parte dei membri del panel non ha avuto la possibilità di studiarlo in dettaglio”.

Anche così, comunque, non fu difficile per gli analisti coinvolti notare alcuni difetti di base dell’argomento “statistico”, che era stato presentato durante il panel dallo scienziato a cui AVC aveva affidato il compito di sviluppare quella tesi. (Il suo nome era ampiamento conosciuto, ma avevo deciso di non citarlo nel messaggio che avevo inviato ai colleghi del dipartimento. Ritenevo che gli scienziati convocati dovessero sentirsi liberi nel giudizio: ero preoccupato di cosa avrebbe dichiarato il governo degli Stati Uniti e non volevo che colui che aveva elaborato la tesi fosse trascinato nella mischia in prima persona, anche perché la sua posizione era ormai diventata quella di AVC, che l’FBI si occupava di diffondere.)

Vi risparmio l’elenco dettagliato dei rilievi critici formulati dagli esperti contro l’argomento “statistico” di AVC dopo il primo briefing, consegnatomi già a dicembre nel mio ufficio, anche perché i dettagli salienti è possibile leggerli nel messaggio che ho inviato l’8 gennaio ai colleghi più anziani del Dipartimento di Stato. (In quell’occasione mi sono concentrato sull’argomento statistico, dato il risalto che esso aveva avuto nei briefing di AVC; non pretendevo di riassumere in quel messaggio l’intera discussione sortita durante il panel e tutte le altre questioni sollevate). Come potrà verificare chi avrà interesse a leggere il mio resoconto dell’8 gennaio, le tesi di AVC presentavano notevoli criticità. Nella migliore delle ipotesi non era ancora possibile renderle la posizione ufficiale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – motivo per il quale mettevo in guardia i miei colleghi, con la mail dell’8 gennaio, dall’affrettarsi a utilizzare l’argomento “statistico”.

Oggi, grazie a Vanity Fair, sono a conoscenza del fatto che un paio di giorni dopo – allorchè io avevo ormai lasciato il Dipartimento – DiNanno replicò con un suo report al mio promemoria. E’ possibile reperirlo on line, dunque non lo esaminerò adesso. Ma alla luce di quanto ho chiarito con prove documentali in merito a quella che era allora la mia posizione sul tema, è facile dedurre quali e quante distorsioni e falsità contenesse la replica di DiNanno. Sarebbe illuminante leggere adesso in parallelo, con attenzione, i nostri due documenti. Risulterebbe abbastanza chiaro che il suo memo era un elenco pasticciato e scorretto di attacchi infondati contro di me – un insieme rabbioso di insulti sottoposto all’attenzione di persone che non potevano sapere cosa gli avessi scritto nel corso dell’ultimo mese e inviato loro in un momento in cui, essendomi dimesso, lui sapeva bene che non avrei avuto la possibilità di difendermi. (Per fortuna, però, i nostri capi erano persone intelligenti. E’ facile comprendere quanto avessero preso seriamente la nota di DiNanno dal fatto che abbiano poi agito quasi sulla scorta del mio invito a maneggiare con cautela le tesi scientifiche di AVC, piuttosto che sulla base del tentativo scomposto di DiNanno di avallare quelle tesi, facendomi passare per il cattivo. Di questo riparlerò dopo).

In questa lettera aperta non è mia intenzione affrontare problemi di ordine scientifico: li lascio a chi ha i titoli per misurarsi con essi. Come scrissi a DiNanno il 4 gennaio: “Non ho le competenze scientifiche per giudicare le affermazioni di David. E nemmeno tu. Ma neanche lui ha una formazione appropriata sotto il profilo tecnico su questi argomenti”. Questo è il vero motivo per cui ho insistito affinché AVC costituisse un gruppo di esperti e la ragione per cui, dopo la riunione del panel il 7 gennaio, ho ritenuto mio dovere informare i colleghi delle perplessità emerse in quell’occasione. E’ possibile che alla fine la scienza dimostri che SARS-CoV-2 è il risultato di una manipolazione artificiale condotta nel WIV. Ma sarebbe stato irresponsabile da parte nostra assumere ufficialmente questa tesi soltanto sulla base delle prove e degli argomenti messi in campo nel corso della tavola rotonda del 7 gennaio.

4) Basta con accuse assurde

Ora alcuni dei miei ex colleghi – forse imbarazzati dagli episodi descritti – mi accusano di aver tentato di impedire l’indagine sull’ipotesi della fuga da laboratorio e di aver provato ad affossarla. (Ringrazio Tucker Carlson per avermi mosso per ben due volte questa accusa in televisione, scatenandomi contro un’ondata di violenza e di odio. Ecco, ad esempio, una mail che ho ricevuto il 3 giugno, subito dopo essere stato accusato per la prima volta da Carlson durante il suo show: “Vaffanculo globalista del c… Perché diavolo hai boicottato la teoria sulla fuga da laboratorio? Vai a leccare i piedi ai comunisti cinesi”. Messaggio spedito dall’indirizzo mail cantcuckthetuck@gmail.com. Ringrazio ancora Tucker per avermi presentato questi nuovi amici.)

Eppure nessuna persona seria, che sia a conoscenza del mio carteggio con AVC potrebbe anche solo lontanamente pensare che fosse mia intenzione impedire l’indagine sull’ipotesi di laboratorio. Lo si evince ampiamente dalle mie mail del 4 e 5-6 gennaio (sono on line ed è possibile rileggerle anche nella loro interezza). Al contrario è evidente che ho sempre ritenuto della massima importanza indagare a fondo su questa ipotesi, sottolineando che “se si scoprisse che le conclusioni [di AVC] sono esatte”, io stesso sarei il primo ad attaccare pubblicamente la Cina.

Un’ulteriore prova del mio personale impegno ad indagare sul WIV – e della mia cautela volta a proteggere l’inchiesta dal discredito e dal ridicolo che l’avrebbe soffocata nella culla, qualora avessimo fatto assumere ufficialmente al Segretario di Stato Pompeo e al Dipartimento una posizione facilmente smontabile dal punto di vista scientifico – è rilevabile proprio nel mio messaggio dell’8 gennaio, allorché ribadivo:

“Se fondate, le conclusioni di AVC sarebbero estremamente importanti…Tutti i partecipanti [al panel del 7 gennaio] sembrano…concordare sul fatto che la Cina dovrebbe essere sollecitata a fornire alcune risposte, tra cui la natura degli esperimenti effettuati a WIV sui nuovi coronavirus, se ci sono stati incidenti nel laboratorio, quali sono i dati presenti nel database di sequenziamento del WIV (misteriosamente messo off line all’inizio della pandemia) e quando precisamente la Repubblica Popolare Cinese si è resa conto (in contrasto con quanto rappresentato in precedenza) che SARS-CoV-2 era presente nei campioni ambientali del “mercato umido” – e non nei campioni di animali vivi – portandoli a concludere che il mercato di Wuhan non era la fonte dell’epidemia. Con domande del genere potremmo esercitare una forte pressione sulla Cina, pretendendo risposte puntuali ed evidenziandone la mancanza di trasparenza per non aver riferito (o aver addirittura coperto) informazioni sensibili”.

E sempre l’8 gennaio ho esplicitamente invitato “AVC e ISN [l’Ufficio per la sicurezza internazionale e la non proliferazione] a collaborare alla stesura di un elenco di quesiti e di punti critici da utilizzare” per mettere Pechino sotto pressione. Insomma, sarebbero questi i comportamenti di un “pezzo di merda globalista” che “lecca i piedi ai comunisti cinesi”, o piuttosto quelli di un amministratore serio, che vigila sulla correttezza e l’integrità intellettuale del processo decisionale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, in modo da garantirne la credibilità, evitando posizioni avventate che avrebbero screditato l’ipotesi della fuga da laboratorio? Il lettore può farsi da solo un’idea.

5) Valutazioni precise

E a questo punto?

A questo punto chiunque abbia voglia di capire realmente quali fossero le mie intenzioni in quel periodo caratterizzato da duri scontri in senso al Dipartimento di Stato, ora è in possesso della mia versione dei fatti, supportata da documenti interni coevi. In sintesi: personalmente ritenevo folle rendere pubbliche le conclusioni scientifiche di AVC – come avevano esortato a fare DiNanno e Asher – rilasciando alla stampa dichiarazioni ufficiali e intraprendendo iniziative presso i governi stranieri (inclusa la Cina) volte a scoprire se la Cina avesse violato la Convenzione sulle armi biologiche con questo coronavirus, senza aver prima sottoposto a verifica scientifica e imparziale simili accuse.

Desidero essere assolutamente chiaro: da dove ero seduto in quel momento,  ovvero sulla poltrona di Sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, non ho mai riscontrato alcun tentativo messo in atto dal Dipartimento di Stato volto a impedire l’indagine sull’ipotesi lab-leak. Al contrario – come si evince dai documenti – ho sostenuto la necessità di verificarla. Mi interessava a tal punto arrivare alla verità sul WIV che ho insistito affinché si facesse un lavoro inconfutabile. (Se una cosa ti sta davvero a cuore, hai il dovere di assicurarti che sia fatta nel migliore dei modi, altrimenti la stai sabotando). Non mi risulta che nel Dipartimento ci fosse qualcuno che la volesse ignorare o escludere a priori.

Insomma non c’era nessuna cospirazione in atto volta ad insabbiare l’inchiesta, almeno non al Dipartimento di Stato. C’era solo la richiesta di procedere con il massimo rigore intellettuale e di giungere a conclusioni scientificamente difendibili ed accurate. Di tutto questo, non mi scuso. Facevo solo il mio dovere.

E dopo cosa è successo? A quanto pare i miei superiori al Dipartimento di Stato hanno ritenuto valide le considerazioni che avevo formulato l’8 gennaio sulle debolezze della presunta prova “statistica” rilevate dal gruppo di esperti riunito il giorno prima da AVC. Lo testimonia il fatto che né il Segretario di Stato Pompeo, né alcun altro funzionario in servizio, abbiano assunto posizioni sull’origine artificiale del virus presso il WIV sulla base delle considerazioni e delle argomentazioni precedentemente diffuse da AVC. Pompeo, al contrario, il 15 gennaio rese pubblica una “nota informativa” in cui si riportavano accuratamente i rapporti d’intelligence de-secretati che apparivano rilevanti per l’ipotesi lab-leak.

Essendo i miei superiori personalità dal carattere tutt’altro che timido, non ho dubbi che se avessero ritenuto le tesi di AVC scientificamente fondate non avrebbero avuto alcun timore ad avanzarle pubblicamente e ad alta voce. Eppure hanno preferito non farlo. Non posso non sospettare, a questo punto, che si sia trattato di una silenziosa approvazione delle mie considerazioni sull’inopportunità di affrontare la “prima serata” sulla base delle considerazioni di AVC.

(Sarebbe interessante che qualcuno chiedesse ai miei ex superiori cosa pensassero esattamente dell’argomento “statistico” di AVC sulla variazione genomica e perché – se era davvero così probante scientificamente – lo abbiano abbandonato. Di certo posso dire solo una cosa: non è stata una mia decisione. L’8 gennaio, dopo aver invitato alla cautela con la mia lettera, avevo già lasciato il Dipartimento. Sarebbe interessante sapere quali discussioni si siano tenute successivamente).

Penso, però, che quanto successo dopo sia significativo. Piuttosto che concentrarsi su presunte “prove scientifiche” , la discussione pubblica sull’origine del COVID si è spostata sugli interrogativi e sui sospetti sollevati sul WIV dalle notizie di intelligence riportate nella “nota informativa” del Segretario Pompeo. Era questo, a mio avviso, il modo migliore di procedere. Prima di lasciare il Dipartimento, infatti, avevo personalmente rivisto e corretto una prima bozza di quella “nota”, mentre le informazioni de-secretate cominciavano a circolare per ottenere dalle agenzie l’autorizzazione alla loro divulgazione. Fui contento di vederle emergere pubblicamente il 15 gennaio. L’amministrazione Biden non ha sollevato dubbi su quei rapporti e oggi è in corso un dibattito pubblico robusto sulla possibile origine di laboratorio del virus.

In tutta franchezza, credo che chiunque abbia a cuore che l’ipotesi della fuga da laboratorio sia presa sul serio dovrebbe essermi grato, invece di diffamarmi. Se non avessi insistito affinchè le conclusioni di AVC fossero sottoposte a controllo scientifico, l’ipotesi ne sarebbe uscita screditata.  Se oggi abbiamo un dibattito pubblico serio in proposito lo si deve al fatto che il Dipartimento di Stato non ha assunto, all’epoca, come propria posizione ufficiale, affermazioni dal tenore scientifico che non avrebbero resistito al vaglio degli esperti.

E’ un po’ di tempo che mi occupo di controllo degli armamenti e di sicurezza internazionale: dal 2003 al 2006 sono stato vice segretario aggiunto di quello che oggi è l’AVC Bureau. Come ho detto a un amico qualche giorno fa – un vecchio e caro amico, ex collega, che oggi mi demonizza dando credito alle bugie sparse su di me su questi temi – l’onestà, la precisione e la serietà intellettuale sono le armi più potenti a disposizione di chi si occupa di queste cose. Sono qualità che vanno salvaguardate ad ogni costo. Distinguono chi dice la verità dal fanatico ideologizzato. Sono addolorato per l’ignobile campagna mediatica imbastita contro di me, ma sono orgoglioso di essere stato fedele a questi valori in un momento in cui altri funzionari hanno avuto la tentazione di deviare da essi. Spero vivamente che adesso sia possibile mettere da parte gli scontri interni per concentrarci sul nostro vero compito: capire cosa diavolo è successo a Wuhan.

6) Conclusioni

Mi rendo conto che l’esposizione dettagliata e documentata delle lotte che si sono tenute all’interno del Dipartimento di Stato possa risultare un po’ noiosa. Di certo si discosta dalla narrazione moralistica che preferisce rappresentare eroi coraggiosi impegnati a combattere, in nome della giustizia, contro i malvagi e la corruzione all’interno delle istituzioni. Non è nemmeno in grado di sollecitare sproloqui che provochino indignazione: cose modeste come la “verità” mal si adattano a narrazioni sexy, condite di inganni e cospirazioni.

Eppure questi sono i fatti, verificabili documentalmente, e registrano le posizioni da me assunte in quel frangente. Se tutto questo è poco interessante per te che leggi, evidentemente hai davanti la lettera sbagliata e mi scuso per averti fatto perdere tempo.

In caso contrario, vuol dire che la realtà dei fatti per te è importante, per cui ti ringrazio per avermi prestato attenzione.

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Sahara: contro Ghali nuove denunce dai media spagnoli

I media spagnoli hanno pubblicato nuove denunce che riguardano il caso di Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario attualmente ricoverato in un ospedale iberico. L’ultima, come riporta il Nuovo Giornale Nazionale, è stata pubblicata dal giornale “La Razon” e riguarda Khadijatou Mahmoud la quale da undici anni, indiversi forum internazionali, denuncia le violenze subite. La donna afferma di averlo conosciuto quando era ambasciatore del gruppo in Algeria. La donna è nata nel luglio 1991 nei campi di Tindouf, in Algeria, e dal 1996 partecipa al programma “Vacanze in Pace”. È tornata nei campi per visitare la sua famiglia biologica, cogliendo l’occasione, di sfuggita, di lavorare come traduttrice per le ONG. Tutto è iniziato all’età di 18 anni e nonostante si fosse recata da un medico la madre le ha consigliato di non denunciare l’accaduto. Solo una volta tornata in Spagna, ha avuto il coraggio di denunciarlo nel 2013. Attualmente Khadijatou gode dello status di apolide, anche se vive con i suoi genitori adottivi spagnoli. Questa situazione, dichiara, ha rappresentato un ostacolo in tribunale, perché i fatti sono avvenuti all’estero e la pubblica accusa spagnola ha finito per respingere la sua denuncia nel 2018. Khadijatou spera che dopo il movimento #MeToo la sua futura denuncia venga accettata.

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“L’arte della guerra nel XXI secolo”, il webinar

Dopo la fine della Guerra Fredda, quali forme hanno assunto i conflitti? Chi sono e come agiscono gli attori coinvolti? Su questi temi si sono confrontati i relatori del webinar “L’arte della guerra nel XXI secolo” organizzato venerdì 5 febbraio dalla rivista Incursioni, diretta da Fabio Pagano.

“Il conflitto diretto tra le potenze internazionali ha lasciato il posto all’uso di attori per procura, combattenti proxy, oppure contractors appartenenti a compagnie private”. A introdurre questa prima, fondamentale distinzione è stato il giornalista Alessandro Sansoni, direttore del mensile CulturaIdentità,il quale attraverso le categorie del “partigiano” e del “pirata”, individuate dal politologo tedesco Carl Schmitt, ha illustrato il ruolo dei contractors delle Private Military Company (Pmc) nelle guerre contemporanee. “Con la liquefazione delle identità statali e del diritto internazionale prodotta dalla globalizzazione – ha spiegato Sansoni – le Pmc acquisiscono una importanza crescente e spesso determinante nella risoluzione dei conflitti: ma esistono modelli differenti di compagnie militari private, frutto delle impronte geopolitiche delle nazioni di origine. Quelle occidentali anglo-americane tendono ad assumere un profilo di azienda privata coerente con le logiche di mercato e con il paradigma del ‘pirata (o corsaro)’, laddove quelle russe, più legate agli apparati statali, sono più aderenti all’archetipo schmittiano del ‘partigiano’, in cui ad agire da collante è il patriottismo. La Sadat turca è invece una via di mezzo tra le due, con in più la dimensione ideologica fondata sull’islamismo”.

Uno dei teatri più interessanti per osservare la guerra ibrida, e in particolare il ruolo degli attori proxy, è il Mediterraneo, ha ricordato Michela Mercuri, docente universitaria ed esperta di geopolitica dell’area mediterranea. Oggi le potenze interessate a trarre beneficio dalla destabilizzazione dell’area investono nei combattenti proxy: in primis gli Stati Uniti. La definizione di “guerra per procura” non è però unitaria e può avere numerose sfumature, come ha sottolineato il giornalista Massimiliano (Hamza) Boccolini: “E’ il caso dello Yemen: qui non sono impiegati contractors delle Pmc ma combattenti proxy e Iran e Arabia Saudita, non potendosi affrontare direttamente, si scontrano sostenendo ciascuno le milizie locali impegnate nella guerra civile”. Concludendo l’incontro la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli ha rimarcato il ruolo fondamentale nella guerra moderna della “destabilizzazione dell’opinione pubblica attraverso media e nuovi media”. Un ruolo non secondario in questo scenario è affidato ai social network: “Terrorismo e guerra cibernetica – ha aggiunto Montaruli – sono parte integrante dell’armamentario della guerra ibrida”.

Il webinar è disponibile su Youtube al link: https://www.youtube.com/watch?v=7NB3cRJTH18&ab_channel=OsservatorioGlobale

L’arte della guerra nel XXI secolo

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Così Tripoli finisce nelle mani dei fondamentalisti islamici

Negli ultimi giorni sono giunte numerose segnalazioni circa un insolito attivismo da parte del gruppo islamista radicale RADA (Special Deterrence Forces). Diversi profili di utenti libici di Twitter hanno riferito che “per ordine del terrorista Abdul Rauf Kara, le Special Deterrence Forces hanno istituito diversi checkpoint a Tripoli”. Molti in Libia ritengono che Kara stia pianificando un’iniziativa su vasta scala per tentare addirittura di assumere il potere nella capitale.

Sembra, tra l’altro, che la sera del 27 novembre un convoglio armato delle Special Deterrence Forces sia stato avvistato per le strade di Tripoli.

Nello stesso giorno, in città, sono stati segnalati scontri tra la milizia RADA e uomini della Brigata Al-Samud scaturiti da contenziosi di natura economica.

Lotta per il potere

Le manovre militari segnalate a Tripoli non hanno nulla a che fare con possibili minacce esterne. Dallo scorso agosto, infatti, vige in Libia il cessate il fuoco. Le truppe del generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), non hanno intrapreso alcuna nuova offensiva contro la Tripolitania. Questi movimenti e gli scontri armati si spiegano solo supponendo che nella capitale stia prendendo il via una nuova lotta per il potere e per l’accaparramento delle risorse finanziarie tra le varie milizie che vi operano.

All’inizio di novembre si è tenuto a Tunisi, sotto l’egida delle Nazioni Unite, il Libyan Political Dialog Forum (LPDF), allo scopo di costituire un nuovo governo di transizione. Sebbene il Forum non sia riuscito a individuare una nuova leadership e non sia stato in grado di definire nemmeno le candidature degli aspiranti alle cariche di ministro, di primo ministro e di membro del Consiglio Presidenziale, il negoziato continua in formato virtuale. Ciò significa che la scelta dei componenti del governo che dovrà portare il paese alle elezioni (che dovrebbero tenersi l’anno prossimo) è ancora all’ordine del giorno.

Uno dei principali aspiranti alla carica di premier è l’attuale ministro degli Interni del Governo di Accordo Nazionale (GNA) Fathi Bashagha. Questi è da poco rientrato dalla Francia: una tappa importante per la sua “campagna elettorale”, secondo gli esperti.

E mentre Bashagha volava a Parigi, i suoi sostenitori in Libia si davano un gran da fare: i 35 delegati al Forum che a Tunisi si erano espressi a favore della sua candidatura a primo ministro hanno recentemente proposto un sistema di voto da remoto tramite Zoom per superare l’impasse. Molti hanno criticato una simile procedura in quanto facilmente manipolabile.

Mettendo insieme i vari frammenti del mosaico, il quadro che emerge risulta piuttosto chiaro: da una parte l’attivismo delle milizie vicine al ministro degli Interni nella capitale, dall’altra gli sforzi di Bashagha per acquisire sostegno internazionale, infine i tentativi dei delegati al Forum suoi alleati di procedere al voto ad ogni costo; tutto lascia credere che a Tripoli si stiano intensificando gli sforzi per ottenere un cambio al vertice, se non, addirittura, per organizzare un colpo di Stato.

La minaccia terroristica

In questo contesto sono proprio le Forze Speciali di Deterrenza della RADA a svolgere un ruolo chiave. Esse potrebbero garantire a Bashagha il controllo di Tripoli qualora la popolazione o le altre milizie si rifiutassero di riconoscerlo quale nuovo leader del governo.

Si tratta di una unità tradizionalmente legata al ministro degli Interni del GNA, guidata, come già detto, dal famoso comandante islamista Abdul Rauf Kara. Attualmente, essa è uno dei gruppi armati più influenti di Tripoli.

Qualora Bashagha salisse al potere RADA finirebbe per diventare la milizia egemone della capitale, nonostante si tratti di un’organizzazione accusata di rapimenti, torture e veri e propri massacri di gruppi rivali.

Nonostante il suo legame ufficiale con il Ministero degli Interni del governo ufficialmente riconosciuto dall’ONU, RADA è anche accusata di traffico di esseri umani, contrabbando e terrorismo, nonché di aver utilizzato minori come bambini-soldato e di aver rapito decine di migranti africani per ottenerne il riscatto.

Il procuratore della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha dichiarato di continuare “a ricevere informazioni in merito ai gravi crimini” commessi nella prigione di Mitiga, nei pressi di Tripoli, controllata dalle Forze speciali di deterrenza, che la utilizzano “per detenere arbitrariamente civili in condizioni disumane, sottoponendoli anche a tortura”.

Nella stessa Tripoli si sono tenute proteste in piazza contro la detenzione illegale di prigionieri da parte del gruppo RADA. Ma il Ministero degli Interni del GNA continua a tacere. Ci sono, anzi, fotografie in cui Abdul Rauf Kara compare tra i partecipanti alle riunioni convocate al Ministero.

Tra i “successi” del gruppo vanno ricordati il rilascio ad agosto di un militante dell’ISIS (che in seguito a sterminato tutta la sua famiglia) e le accuse di aver sparato in modo indiscriminato contro manifestanti disarmati a Tripoli.

D’altronde i miliziani di Kara non riconoscono la Legislazione Internazionale sui Diritti Umani, avendo come loro principale obiettivo l’instaurazione della Sharia (secondo l’interpretazione salafita).

La vendetta islamista

L’ascesa al potere di Fathi Bashagha sarebbe un autentico trionfo per la RADA, che grazie al suo sostegno è già diventata in questi anni un’organizzazione estremamente ramificata.

Da forza radicata essenzialmente in Tripolitania, essa potrebbe divenire un’organizzazione fondamentalista islamica estesa su tutto il territorio nazionale.

Si tratta di un’eventualità che dovrebbe suscitare grande preoccupazione in Europa e particolarmente in Italia. Avere come vicino un paese guidato da esponenti dell’Islam radicale costituisce un pericolo, non solo perché la Libia potrebbe trasformarsi in una piattaforma logistica per il trasferimento di elementi radicali nel Vecchio Continente (cosa che in parte già avviene), ma anche perché essa eserciterebbe sulla popolazione immigrata un’influenza ideologica più intensa, in grado di aumentare la diffusione del fondamentalismo islamista. Senza contare il fatto che tutto questo produrrebbe una reazione degli altri gruppi armati presenti nel paese, facendolo ripiombare nella guerra civile.

Nel settembre 2018, ad esempio, l’influente predicatore salafita Majdy Haffala, con il sostegno del leader di RADA, ha emesso una fatwa, in virtù della quale la città di Tarhuna, in Tripolitania, è stata dichiarata “città di Kharigiti” (eretici), quindi “nemici dell’Islam”: è facile immaginare cosa potrebbe accadere se questi estremisti aumentassero ulteriormente il loro potere. La Libia sprofonderebbe in un caos generalizzato, divenendo terreno fertile per l’ISIS e altre organizzazioni terroristiche.

I gruppi salafiti sono attualmente osteggiati da tutte le altre fazioni libiche – tanto quelle vicine al GNA, quanto quelle legate all’LNA – ma con Bashagha premier potrebbero acquisire una posizione centrale, sia per la speciale vicinanza al ministro, sia perché questi senza l’appoggio di RADA non sarebbe in grado di controllare Tripoli. Infatti, allo stato, solo i gruppi armati di Misurata, tra quelli impegnati sul terreno, gli sono fedeli, a parte RADA.

Va, pertanto, scongiurata a tutti i costi una vittoria in Libia dell’Islam radicale, onde evitare che la minaccia terroristica contro l’Europa aumenti fino a raggiungere livelli incontrollabili.