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Libia: ex prigioniero di Mitiga denuncia torture

Un ex detenuto della prigione libica di Mitiga, nei pressi di Tripoli, ha denunciato, tramite un video-appello rivolto alla Corte Africana dei diritti umani e dei popoli, di essere stato sottoposto a torture e sistematici abusi. E’ quanto si apprende dall’account twitter ufficiale del LNA, l’Esercito di Liberazione Nazionale guidato dal generale Haftar, che ha rilanciato il video. Rajab Rahil Abdul-Fadhil Al-Megrahi, questo il nome dell’uomo, ha spiegato nel video di essere stato tenuto prigioniero nell’estate del 2019 a Mitiga, un centro di detenzione sotto il controllo della milizia Rada, un gruppo armato alleato con il Governo di Accordo Nazionale e vicina al ministro degli Interni Fathi Bashagha. Oltre a ricordare le ripetute violenze subite, l’uomo ha affermato di essere stato torturato personalmente dal ministro Fathi Bashagha nel corso di una visita da questi effettuata nella prigione di Mitiga e di aver subito dal lui l’amputazione dell’occhio sinistro. Nella denuncia presentata lo scorso 31 maggio, Al-Megrahi ha chiesto alla Corte di aprire un’indagine per appurare le responsabilità e punire gli autori dei crimini.

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Marocco: non partecipazione a voto ONU non è posizione su guerra Ucraina


La mancata partecipazione del Marocco al voto presso l’ONU, non può essere oggetto di alcuna interpretazione in relazione alla sua posizione di principio in merito alla situazione tra Federazione Russa e Ucraina.

Lo spiega in un comunicato stampa il Ministero degli Affari Esteri di Rabat. Il Regno del Marocco, infatti, continua a seguire con preoccupazione l’evolversi della situazione tra l’Ucraina e la Federazione Russa. Deplora l’escalation militare che, purtroppo, fino ad oggi ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti e che ha causato sofferenze umane da entrambe le parti, soprattutto perché questa situazione ha un impatto su tutte le popolazioni e gli Stati della regione e oltre.

Il Regno del Marocco ribadisce il suo forte attaccamento al rispetto dell’integrità territoriale, della sovranità e dell’unità nazionale di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, e ricorda che, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, i Membri dell’Organizzazione devono risolvere le loro controversie con mezzi pacifici e secondo i principi del diritto internazionale, al fine di preservare la pace e la sicurezza nel mondo, aggiunge lo stesso fonte.

Il Marocco si è sempre adoperato per promuovere il non uso della forza per la risoluzione delle controversie tra Stati. Chiede la continuazione e l’intensificazione del dialogo e della negoziazione tra le parti per porre fine a questo conflitto e incoraggia tutte le iniziative e le azioni a tal fine.
Inoltre, in risposta all’appello del Segretario generale dell’Onu, il Marocco ha deciso di contribuire finanziariamente agli sforzi umanitari delle Nazioni Unite e dei paesi limitrofi, conclude la stessa fonte.

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NATO: ieri il webinar “L’allargamento ad Est”

Si è tenuta ieri la videoconferenza organizzata dall’associazione Il Burbero sul tema “L’allargamento della NATO ad Est, tra rischi di guerra e ripercussioni sull’Europa”. Sono intervenuti all’evento il responsabile dell’organizzazione Angelo Simula, la dirigente Elisabetta De Luca, il sociologo Fabrizio Fratus e l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Vincenzo Sofo. Ha moderato l’incontro l’animatore del blog Il Burbero Mario D’Aquino. D’Aquino ha messo in evidenza in particolare gli squilibri prodotti dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica ad Est sia nei rapporti con la Russia, sia a livello di relazioni intraeuropee e inter-atlantiche: “Nei negoziati che si stanno avendo in questi giorni tra il Cremlino e le cancellerie occidentali – ha affermato – si scontrano due diversi principi: quello della cosiddetta ‘sicurezza condivisa’, invocato da Mosca, e quello della libertà degli stati sovrani di scegliere il sistema di alleanze internazionali al quale aderire senza vincoli esterni”. “La seconda – ha proseguito – appare una posizione assolutamente legittima, in teoria, nella pratica non è possibile un ordine pacifico del pianeta se qualcuno non sente che la propria sicurezza è pienamente garantiti da determinati equilibri geopolitici, che hanno ricadute politiche militari ed economiche”. L’affiliazione dei paesi aderenti un tempo al Patto di Varsavia, ha aggiunto “ha creato problemi sia all’interno dell’Unione Europea (pensiamo all’atavica contrarietà polacca e baltica al North Stream che consente al gas russo di arrivare in Germania bypassando i loro territori), sia tra gli Stati Uniti e l’Europa nel suo complesso (basti pensare che l’attuale crisi ucraina, compromettendo il flusso di gas russo a buon mercato impone agli stati europei di acquistare il costoso shale gas, è una delle principali cause dell’aumento senza precedenti delle bollette dei consumatori europei, ma anche del rilancio dell’industria petrolifera statunitense)”. Secondo Fratus, inoltre,  “l’adesione alla NATO di paesi storicamente russofobi come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia (e parzialmente Romania e Bulgaria) ha immesso elementi di forte aggressività, a volte illogici, supportati soprattutto da alcuni apparati americani e dalla Gran Bretagna, da sempre interessate ad evitare che si venisse a crea un blocco europeo in grado di sottrarsi all’egemonia delle potenze marittime anglofone”. “Di fatto, i paesi del blocco orientale ex Patto di Varsavia – ha evidenziato Fratus – hanno costituito una sorta di cintura di sicurezza attorno alla Russia (l’’Intermarium’), con l’obiettivo di evitare che si saldassero gli interessi energetici, economici, politici e, eventualmente, militari di Mosca con quelli dei paesi dell’Europa occidentale e centrale, vero nocciolo duro dell’Unione Europea.

Nelle sue conclusioni l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Vincenzo Sofo, ha rilevato come, proprio in questo frangente in cui le tensioni legate alla crisi ucraina si vanno esasperando, “chi sembra mancare all’appuntamento, dimostrando di essere incapace di tutelare i propri interessi e di posizionarsi a livello strategico come un progetto politico unitario, è proprio l’Europa. Un dato di fatto – ha evidenziato Sofo – reso plasticamente manifesto dall’andirivieni tra Kiev e Mosca dei capi di Stato e di Governo di Francia, Germania e presto, secondo quanto annunciato da Draghi, Italia. L’assenza di una politica estera unica e, soprattutto, di una forza di deterrenza militare lascia l’Europa in balia delle logiche di Mosca e di Washington”.

Francesco Di Stefano

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Sanzioni ad Haftar e ad al Tamini per riconciliare la Libia

Modern Diplomacy, autorevole intervista di respiro internazionale, ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo “Perché è necessario aumentare la pressione su Haftar?”

Secondo gli autori, il generale Khalifa Haftar, uno dei più importanti leader militari della Libia, è attualmente il principale ostacolo al processo di pacificazione. Il ragionamento fa leva su di una circostanza molto precisa, ovvero l’accusa di corruzione e crimini di guerra che pende sulla sua testa.

“Sebbene Haftar sia stato ufficialmente nominato comandante dell’Esercito Nazionale Libico dal presidente della Camera dei Rappresentanti (cosiddetto Parlamento di Tobruk), Aguila Saleh, da diverso tempo ha smesso di obbedire ai suoi ordini, preferendo perseguire un propria linea di condotta, spesso in contraddizione con gli accordi raggiunti tra l’est e l’ovest del paese. La riprova più eclatante di quanto affermato e dell’atteggiamento aggressivo e indisponibile ai compromessi di Haftar resta l’offensiva lanciata nel 2019 contro Tripoli. Le sue ambizioni politiche sono tra le principali cause del prolungarsi del conflitto in Libia”. Così su Modern Diplomacy.

Quale potrà essere il futuro è nuovamente diventato un tema di grande attualità. Le gravi tensioni che viva in questa fase l’Europa orientale sollevano preoccupazioni e rischiano di compromettere l’approvvigionamenti energetico del Vecchio Continente.

Di conseguenza i paesi mediterranei fornitori di gas, Algeria e Libia, stanno assumendo un’importanza sempre più decisiva per l’Europa. Ma mentre l’Algeria presenta un quadro politico sostanzialmente stabile, l’ormai decennale guerra civile in cui versa la Libia ha reso insicure le forniture di gas che da questo paese, attraverso il Greenstream, giungono in Italia.

Stabilizzare la Libia è diventato, quindi, un obiettivo improcrastinabile per l’Europa, ma l’UE sembra avere scarsi strumenti per influenzare la situazione. Lo stesso Haftar, principale elemento di destabilizzazione, appare insensibile alle sollecitazioni di Bruxelles.

Per risolvere questa difficoltà, l’unica strada perseguibile è gravare Haftar, il suo braccio destro il generale Kheiri al Tamimi e il loro entourage con sanzioni economiche personali. Gli Stati Uniti lo stanno già facendo. Nel 2020, infatti, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni economiche contro Haftar, bloccando fondi, merci e servizi destinati a lui e ai suoi alleati.

https://www.forbes.com/sites/arielcohen/2022/02/11/political-risks-and-hobbesian-warfare-complicate-libyan-gas-supply-for-europe/?sh=15109b583738

Non solo. In questi giorni i tribunali USA si apprestano a processare Haftar per crimini di guerra e, siccome lui e i suoi figli sono cittadini americani e dispongono ancora di proprietà e legami commerciali negli Stati Uniti, Washington è in condizione di utilizzare tutto questo come strumento di pressione per condizionarne i comportamenti.

La timidezza dei paesi UE nei confronti di Haftar appare a questo punto inspiegabile, a meno di inconfessabili legami d’affari esistenti con lui e i suoi collaboratori più stretti. Le circostanze però, a questo punto, impongono un’accelerazione in questa direzione, per non trovarsi spiazzati dall’iniziativa messa in campo dagli Stati Uniti.

Per il mantenimento del suo potere soprattutto militare, Haftar dipende dalle esportazioni illegali di petrolio, venduto attraverso varie società di intermediazione con sede legale negli Emirati Arabi Uniti. Proprio per questa ragione Haftar è poco propenso a favorire un processo di pacificazione della Libia volto al ripristino della integrità territoriale e statale del paese. Ciò, infatti, lo priverebbe delle sue principali fonti di reddito.

E’ interessante notare come Washington, tra le varie sanzioni, non ne abbia imposte alcune specifiche sul commercio di petrolio. Potrebbe farlo l’Unione Europea. Sarebbe l’unico modo per costringere “la volpe del deserto” a favorire il processo di riconciliazione nazionale in Libia.

Vincenzo Mollo

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Nuovo colpo di scena in Libia

Crisi politica

Il caos libico continua a fornire alle cronache colpi di scena: nelle ultime settimane si è assistito all’ennesima girandola di alleanze, con ex nemici all’ultimo sangue fino a ieri che improvvisamente hanno preso a marciare fianco a fianco.

E così ieri è avvenuto che la Camera dei Rappresentanti di Tobruk eleggesse premier Fathi Bashagha, ex ministro degli Interni del governo di Fayyez al Sarraj e notoriamente vicino alla Fratellanza Musulmana.

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/02/10/libia-bashagha-nuovo-premier-designato_35795cc5-e032-43be-9cc4-994107d50d63.html

Il noto politico di Misurata, un tempo perno del governo di Tripoli e fiero avversario del generale Khalifa Haftar e del presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh, ha, infatti, stretto un patto politico con costoro a dicembre, coronando la sua aspirazione ad assumere la carica di capo del governo.

In realtà il nuovo esecutivo presieduto da Bashagha si oppone al Governo di Unità Nazionale guidato da Abdelhamid Dbeibah con il placet della comunità internazionale: composto nel marzo del 2021, esso aveva ricevuto il mandato di organizzare entro il mese di dicembre dello stesso anno le elezioni per il presidente e per il parlamento. Queste, però, sono state rinviate sine die e la Camera dei Rappresentanti non ha inteso accogliere l’istanza di Abdelhamid Dbeibah di continuare a guidare il paese fino alle consultazioni elettorali e ha ritenuto ormai scaduto il mandato del Governo di Unità Nazionale e necessario, al tempo stesso, eleggere un nuovo governo più efficace.

Ancora una volta, quindi, la Libia si trova immersa in una crisi politica con due governi che rivendicano entrambi la legittimità ad esercitare il potere.

La risposta dell’ONU

Sulla carta, Fathi Bashagha appare più forte, godendo del sostegno del Parlamento e del principale leader politico della Cirenaica, Aguila Saleh. La nuova alleanza vede oggi unite l’intera Libia orientale e parti consistenti di quella occidentale, a cominciare dalle influenti fazioni e milizie della città di Misurata, laddove l’autorità  di Dbeibah è riconosciuta solamente da una parte della popolazione della Tripolitania.

Il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite Stephane Dujarric, però, ha ribadito che l’ONU non intende mollare Abdelhamid Dbeibah e continua a considerare legittimo il suo governo, nonostante la decisione della Camera dei rappresentanti. 

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/libia-l-onu-continua-a-sostenere-dbeibah-come-premier_45659924-202202k.shtml

Stephane Dujarric ha tuttavia precisato che la posizione delle Nazioni Unite è provvisoria, in attesa dell’esito delle consultazioni avviate dalla consigliera speciale del segretario generale Onu, Stephanie Williams, con i rappresentanti libici. La Williams ha addirittura affermato che la decisione del parlamento libico di “approvare un nuovo governo, è totalmente sovrana e rientra nella sfera di competenza delle istituzioni libiche”, sebbene abbia esortato “queste istituzioni ad operare in modo trasparente e consensuale con tutte le parti interessate e sulla base di regole e procedure stabilite, compresi gli accordi internazionali”.

La posizione degli Stati Uniti

E’ probabile che l’attendismo delle Nazioni Unite sia legato alle forti perplessità di Washington dovute al coinvolgimento di Khalifa Haftar nella nuova alleanza. Il generale ha appoggiato la formazione del nuovo governo a condizione di mantenere la propria posizione nella nuova geografia del potere e il suo apparato militare.

Il 7 e l’8 febbraio Roma ha ospitato una serie di incontri sulla Libia, cui hanno preso parte rappresentanti del Qatar, il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias e  la consigliera speciale del segretario generale Onu, Stephanie Williams, ricevuti dal titolare della Farnesina Luigi Di Maio.

https://www.libyaobserver.ly/news/rome-hosted-international-gathering-discuss-developments-libya

Sembra che anche l’ambasciatore americano in Libia Richard Norland fosse presente ai colloqui di Roma: questi avrebbe insistito affinché Haftar venga escluso dal processo politico in atto. Gli USA considerano il generale un criminale di guerra in seguito alla sua offensiva lanciata contro Tripoli nel 2019, un punto di vista condiviso dalla Williams, lei stessa ex diplomatica statunitense. Gli americani, insomma, si aspettano che gli alleati europei facciano pressioni su Haftar e lo costringano ad uscire dalla scena politica libica.

Sanzioni e processo

Negli Stati Uniti le udienze del processo contro Haftar potrebbero riprendere a breve: lo chiedono gli accusatori del generale dopo l’interruzione collegata alle elezioni previste il 24 dicembre scorso. Ora lo scenario è cambiato e Khalifa Haftar deve rispondere dell’accusa di aver commesso crimini di guerra dinanzi a un tribunale americano in Virginia, essendo lui cittadino statunitense ed essendo stato a lungo residente in quello Stato. 

https://www.africaintelligence.com/north-africa_politics/2022/02/07/following-election-cancellation-threat-of-us-trials–resumption-stalks-haftar,109731921-art

Le probabilità che i paesi europei, sollecitati dagli Stati Uniti, impongano sanzioni contro Haftar sono molto alte, così come le possibilità che egli venga condannato dai tribunali americani. Se le cose andassero così, il generale sarebbe definitivamente escluso da qualsiasi gioco politico.

Washington ha da tempo stretto buone relazioni con Fathi Bashaga e sarebbe disponibile a negoziare con lui, ma sicuramente non con Haftar.

Bashaga, Saleh o anche lo stesso Dbeibah, pur fortemente indebolito, sono percepiti dagli USA come partner assai più affidabili e prevedibili dell’instabile e ormai compromesso Khalifa Haftar.

Franco Degli Esposti

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Mali: manifestazioni anti-sanzioni in Africa, Europa e Nord America

Nel corso della giornata di ieri hanno avuto luogo in Mali e in diversi paesi dell’Africa occidentale e centrale numerose manifestazioni contro le sanzioni imposte il 10 gennaio scorso ai danni del Mali dalla Comunità dei Paesi dell’Africa Occidentale (Cedeao). Migranti maliani hanno organizzato raduni dinanzi alle ambasciate anche in vari paesi europei e in Nord America. La manifestazione principale ha avuto luogo a Bamako, capitale del Mali, dove migliaia di persone sono scese in piazza contro le sanzioni per la seconda volta dopo la grande mobilitazione del 14 gennaio.

Lo scorso 9 gennaio la Cedeao ha imposto sanzioni ai danni del Mali dopo la decisione della giunta militare di prolungare di cinque anni la durata del governo di transizione e di rinviare le elezioni per il rischio di attacchi terroristici. Le organizzazioni pan-africaniste che hanno dato vita alle proteste in Senegal, Camerun, Niger, Nigeria e Guinea, accusano la Francia e i suoi alleati di aver istigato la Cedeao ad assumere tale decisione e hanno chiesto ai loro governi di ritirare le sanzioni.

I governi di alcuni paesi africani, come il Benin, hanno vietato le manifestazioni, mentre in Burkina Faso centinaia di manifestanti pro-Mali hanno cercato di erigere barricate nel centro della capitale Ouagadougou e si sono scontrati con la polizia che ha usato i gas lacrimogeni. Dimostrazioni di elementi della diaspora maliana hanno avuto luogo in varie città della Francia e a Parigi, davanti all’ambasciata del Mali, così come in Germania, Regno Unito, Spagna, Italia, Belgio, Guyana, Stati Uniti e Canada. Proprio ieri un militare francese, il brigadiere Alexandre Martin, è morto in Mali nel corso di un attacco alla base operativa avanzata di Gao, colpita dal tiro di mortai da parte di forze ostili alla coalizione internazionale a guida francese, che opera in Sahel nell’ambito dell’Operazione Barkhane.

“Se siamo arrivati a questo punto della crisi è soprattutto colpa della Francia che in questi anni coi suoi militari si preoccupa di difendere i propri interessi geostrategici nell’area anziché difendere i civili e ripristinare la stabilità. Gli attacchi jihadisti si sono intensificati e la zona è sotto il controllo del governatore ed è sotto grande pressione”, aveva affermato Patricia Bayoro, presidente della Comunità della Diaspora Africana in Italia (Codai) in un’intervista ad Africa Rivista, alla vigilia della manifestazione in Italia.

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Sudan: nuova bomba migratoria per l’Europa

Pur privo di confini terrestri o marittimi con paesi dell’Unione Europea, il Sudan potrebbe presto diventare una nuova fonte di flussi migratori diretti verso il Vecchio Continente. All’inizio di dicembre Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, vice presidente del Consiglio Sovrano di Transizione del Sudan ha dichiarato in un’intervista che l’Europa e gli Stati Uniti potrebbero essere presto interessati da una nuova ondata migratoria, qualora non sostenessero il nuovo regime militare da poco instauratosi nel paese.

“In virtù dell’impegno che abbiamo assunto con la comunità internazionale per ora stiamo ospitando queste persone sul nostro territorio – ha detto Hemeti, parlando in video-call da Khartoum – ma se il Sudan aprisse le proprie frontiere sarebbe un disastro per il mondo intero”.

Lo scorso ottobre i militari sudanesi hanno rovesciato il governo civile provvisorio e hanno assunto direttamente il potere, giustificando il colpo di Stato con la necessità di stabilizzare il paese. USA ed Unione Europea hanno condannato il golpe e per questo il governo sudanese sta ora valutando la possibilità di utilizzare i migranti come strumento di pressione.

L’Europa nuovamente sull’orlo del collasso

Mohamed Hamdan Dagalo e il governo sudanese sanno benissimo che l’Unione Europea su questo tema è particolarmente vulnerabile. E’ dal 2015, quando scoppiò la crisi migratoria dovuta al flusso di rifugiati provenienti dalla Siria, che l’Europa mostra tutta la sua debolezza su questo fronte: una debolezza ben sfruttata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha ripetutamente ricattato Bruxelles, minacciando di non trattenere sul suo territorio le masse di persone in fuga, ottenendo in questo modo ingenti risorse in cambio dell’accoglienza. Un esempio ripreso dal leader bielorusso Alexander Lukashenko, che recentemente ha cercato di alleggerire la pressione internazionale sul suo paese, strumentalizzando le decine di migliaia di migranti ammassati sul confine polacco con l’intenzione di varcare le frontiere dell’Unione.

Perché, dunque, non dovrebbe provare ad ottenere qualcosa dall’UE anche la giunta militare di un paese dove stazionano oltre un milione di migranti provenienti da altri paesi africani, devastato da guerre esterne e interne (come in Darfur), da tensioni sociali e la cui popolazione, in larga parte, non aspetta altro che di poter fuggire verso le coste europee? I cedimenti di Bruxelles ai vari ricatti che si sono susseguiti sul tema immigrazione, la rendono un facile bersaglio, considerando peraltro che il Sudan accoglie moltissimi rifugiati provenienti dall’Etiopia in guerra, che potrebbe facilmente dirottare in Europa attraverso la Libia.

Il problema libico

E’ evidente che se il Sudan consentisse il passaggio dei profughi verso la Libia, nessuno potrebbe fermarli ed essi si riverserebbero appena possibile sulle coste italiane.

La situazione in Libia è tale, oramai, che nessuno risulta essere in grado di garantire il controllo del territorio. Il paese nordafricano è diventato una piattaforma logistica ideale per il traffico di esseri umani.

Nel 2021sono stati circa 31.500 i migranti intercettati e rispediti in Libia, rispetto agli 11.900 dell’anno precedente, mentre, sempre nel 2020, circa 980 sono risultati morti o dispersi.

La situazione, di fatto, è ingestibile. Ogni qual volta gli uomini della missione Frontex tentano di fare qualcosa per arginare il flusso, magari negoziando con le milizie che controllano il territorio libico, immediatamente i media lanciano critiche feroci, evidenziando le condizioni disumane in cui versano i migranti trattenuti nei centri della Tripolitania. La tesi di fondo, spesso sottaciuta, talvolta enunciata esplicitamente, è che sarebbe meglio accogliere milioni di africani nell’UE, piuttosto che consentire ai banditi libici di ridurli in schiavitù. Un modo di ragionare che fa oggettivamente il gioco dei trafficanti di esseri umani.

L’alternativa agli scafisti è rappresentata dai voli diretti dalla Libia verso l’Europa organizzati sotto l’egida ONU.

Le stesse Nazioni Unite si oppongono anche ai respingimenti verso il Sudan dei migranti illegali che sono riusciti a varcare il confine libico.

Un tale approccio lancia un messaggio che conduce in un vicolo cieco, perché incoraggia la migrazione legale, col suo corollario di morti e di crimini, nonché di minacce geopolitiche, come quelle rivolte all’Europa dai militari sudanesi. Uscire dalla retorica dei liberal e dei tecnocrati dell’ONU e dell’UE è solo il primo passo necessario per rendere l’Europa meno vulnerabile.

Franco Degli Esposti

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Elezioni in Libia: chi può riunire il paese?

Il 24 novembre, l’Alta commissione nazionale elettorale libica ha annunciato la lista provvisoria dei candidati ammessi alle elezioni presidenziali: in tutto 73. La commissione ha respinto 25 candidature tra cui quella di Saif al-Islam, il figlio di Gheddafi, il quale ha tuttavia presentato ricorso contro la decisione: a breve se ne saprà l’esito.

Teoricamente le elezioni alla carica di Presidente della Repubblica in Libia dovrebbero tenersi il 24 dicembre, mentre il mese successivo dovrebbero esserci quelle parlamentari. L’obiettivo è quello di definire il quadro politico e porre fine alle divisioni e alla guerra civile.

Il disastro libico

Dal 2011, ovvero da quando Muammar Gheddafi è stato rovesciato e ucciso, la Libia è in preda al caos. Una guerra civile di tutti contro tutti, con fazioni e milizie impegnate a combattersi in diverse parti del paese e signori della guerra pronti a cambiare alleanze in base alle convenienze del momento.

Inevitabilmente, con una situazione così instabile, le reti criminali e terroristiche hanno prosperato e continuano a prosperare. Non è un caso che fino a qualche anno fa in Libia fosse presente una delle roccaforti dell’ISIS. Ancora oggi cellule dello Stato Islamico continuano ad operare in territorio libico, così come gruppi terroristici e ribelli provenienti dal Ciad e dal Sudan.

Attraverso la Libia e le sue coste resta costantemente attiva una delle principali rotte attraverso cui i migranti illegali dall’Africa giungono in Europa, molti dei quali radicalizzatisi nei campi libici.

Secondo i funzionari del governo di Tripoli, numerosi combattenti dello Stato Islamico (IS) sono giunti nel Vecchio Continente attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

Il conflitto civile libico ha anche determinato problemi all’approvvigionamento petrolifero dell’Europa, che durante il 2020, al culmine dello scontro militare tra il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar, aveva conosciuto addirittura un blocco totale.

Ovviamente è l’Italia il paese che continua a subire le ripercussioni più gravi da questa situazione.

Sul fronte migratorio, ad esempio, il Viminale prevede che almeno 30.000 persone entreranno nel paese entro la fine del 2021. Nel corso di quest’anno l’afflusso di migranti in Italia si è praticamente triplicato rispetto a quello precedente.

Finora nessuno degli accordi stipulati tra il “governo” libico e l’Unione Europea o l’Italia finalizzati al contenimento dell’immigrazione ha davvero funzionato e questo perché le autorità di Tripoli restano ostaggio dei gruppi armati locali, diversi dei quali di matrice islamista, che controllano la città.

Gheddafi 2.0

Fino al 2011 Saif al-Islam era apparso come il più “liberale” tra i figli di Gheddafi, ma di fronte alle prime proteste contro il regime, inaspettatamente, aveva subito assunto una posizione molto dura contro i ribelli. Sin dall’inizio Saif aveva previsto che il rovesciamento del padre avrebbe portato il paese alla guerra civile, al crollo dei confini, alle migrazioni di massa e reso la Libia un rifugio sicuro per i gruppi terroristici.

“La Libia sarà distrutta – affermò – ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come gestire il paese, perché tutti vorranno diventare presidente o emiro e assumere il comando”.

La storia gli ha dato ragione. 

Oggi, nonostante sulla sua testa penda un mandato della Corte penale internazionale delle Nazioni Unite, Saif al-Islam ha deciso di avanzare la propria candidatura alla presidenza della Libia. Sulla carta è considerato, nonostante tutto, uno dei candidati più forti. Gli analisti occidentali ritengono che goda del sostegno di tre libici su quattro e che sia l’unica personalità davvero in grado di ricostruire l’unità del paese.

Saif non ha preso direttamente parte alla guerra civile, non ha partecipato al tracollo del paese che ha reso la Libia un immenso campo di battaglia. Molti gli riconoscono di essere stato l’unico a prevedere cosa sarebbe accaduto con il rovesciamento del padre.

La sua popolarità potrebbe consentirgli di ricostruire il sistema politico e istituzionale libico, mentre la sua notevole esperienza in ambito diplomatico, con ottime relazioni nei paesi europei, a cominciare dall’Italia, lo renderebbero un interlocutore affidabile. Naturalmente l’eventuale ritorno di un Gheddafi al vertice del paese viene percepito molto negativamente dagli Stati Uniti, che ne subirebbero un colpo di immagine: sarebbe la conferma che l’intervento NATO e la “rivoluzione” libica non furono altro che una inutile e futile aggressione ai danni di uno Stato sovrano e certificherebbe il definitivo fallimento del progetto “primavere arabe”. Insomma un danno di reputazione paragonabile a quello scaturito dal caotico ritiro dall’Afghanistan.

E’ assai probabile che l’ostilità statunitense abbia influito sulla decisione della commissione elettorale di respingere la candidatura di Gheddafi jr. Eppure, se anche il suo ricorso non andasse a buon fine, è indiscutibile che l’intero processo elettorale subirebbe una forte delegittimazione, considerando il consenso che riscuote in questo momento Saif non solo tra i libici in generale, ma soprattutto tra i militari.

Il Consiglio Supremo delle Tribù libiche ha già avvertito che l’esclusione di Saif al-Islam minerebbe il processo di riconciliazione nazionale, sostenendo inoltre che la sua esclusione è opera dei Fratelli Musulmani e degli “agenti del colonialismo”.

E’ evidente che l’erede di Gheddafi avrebbe bisogno di un sostegno esterno per rimanere in pista e fare fronte contro chi gli si oppone. In teoria questa circostanza potrebbe essere un’opportunità per diversi player internazionali, compresa l’Italia. Così come è chiaro che dovrebbe dimostrarsi in grado di acquisire l’alleanza e l’appoggio di altri candidati alla presidenza.

In ogni caso la sua esclusione potrebbe costituire l’ennesimo fattore di destabilizzazione per la Libia.

Altri contendenti

Ma, a parte Saif al-Islam Gheddafi, chi sono i principali candidati alla presidenza della Repubblica libica? Innanzitutto c’è il generale Khalifa Haftar, con un vasto consenso in Cirenaica e nella Libia orientale, che sotto il suo controllo sono riuscite a ripristinare un ordine sul territorio. Un successo che però si accompagna alla disfatta subita nel 2020, quando ha cercato di completare la conquista del paese attaccando la Tripolitania, mancando l’obiettivo a causa dell’intervento militare turco a sostegno del Governo di Accordo Nazionale.

Anche la candidatura di Haftar ha corso il rischio di essere respinta. Il procuratore militare di Tripoli, vicino all’attuale Governo di Unità Nazionale, ne aveva chiesto l’arresto per crimini di guerra, ma una sua esclusione avrebbe inevitabilmente scatenato la reazione delle sue milizie e il definitivo fallimento del processo elettorale. Seppure le elezioni si tenessero ugualmente l’est e il sud del paese non ne riconoscerebbero il risultato senza la partecipazione di Haftar. A quel punto le votazioni servirebbero solo a redistribuire quote di potere a Tripoli.

Meno popolari di Haftar e Saif, ma sostenuti da gruppi potenti sono, poi, l’ex ministro degli Interni Fathi Bashagha, il Presidente della Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) Aguila Saleh Issa e l’ex vicepremier libico Ahmed Maitig. Anche l’attuale primo ministro del Governo di Unità Nazionale Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh ha presentato la sua candidatura.

Quest’ultimo ha subito pesanti accuse di clientelismo e corruzione finalizzate proprio a supportare le sue aspirazioni alla presidenza. Dbeibeh avrebbe distribuito generosamente fondi pubblici a destra e a manca per acquisire consenso: tra i provvedimenti più criticati, quello che prevede l’elargizione una tantum di oltre 8.000 dollari agli sposi novelli. Senza contare il fatto che la legge attuale vieta ai membri del Governo di Unità Nazionale di concorrere alla presidenza.

Insomma la legittimità della sua candidatura è a dir poco discutibile. Quella di Haftar, invece, sebbene sostenuta dall’est, si scontra con l’ostilità dei potenti capi delle milizie contro cui ha condotto la sua offensiva lo scorso anno: solo alleandosi con Saif al-Islam potrebbe aggirarla. In effetti, un ticket Haftar/Gheddafi jr. potrebbe essere la migliore soluzione per la Libia: insieme, i due uomini più popolari del paese (stando ai rilevamenti demoscopici degli analisti), potrebbero pacificarlo e ripristinare l’autorità dello Stato.

Un’ipotesi di scenario possibile, però, soltanto se la commissione elettorale li ammetterà entrambi alle consultazioni e se le milizie islamiste non interferiranno nelle elezioni. In caso contrario la deflagrazione del processo di riconciliazione nazionale sarebbe dietro l’angolo.

Inclusione e compromesso

È chiaro che la riconciliazione e la stabilizzazione in Libia, a cui anche l’Europa è interessata, possono essere raggiunte solo attraverso un compromesso che tenga insieme tutti i principali attori in gioco, ad esclusione dei gruppi maggiormente collusi con il radicalismo e il terrorismo.

Naturalmente anche le potenze straniere coinvolte nello scenario dovrebbero fare la loro parte. La domanda è se Parigi e Washington, i principali artefici dieci anni fa del collasso libico, possano effettivamente portare un contributo positivo; così come ci sono seri dubbi sull’atteggiamento di Ankara, che insiste nel voler mantenere proprie truppe nel territorio in base agli accordi stipulati nel 2019 con l’allora governo di Fayez al Sarraj: la verità è che la Turchia ha scarso interesse alla ricostruzione di una Libia sovrana e indipendente. Un interesse nutrito, al contrario, dai paesi vicini: Tunisia, Egitto, Algeria e, soprattutto, dall’Italia e condiviso da Mosca, che vedrebbe di buon grado una stabilizzazione del quadrante mediterraneo. Dipenderà soprattutto dall’impegno di questi paesi se il dialogo intra-libico, nelle prossime settimane, riuscirà ad evitare di approdare ad un punto morto.

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Erdogan infiamma il conflitto libico

Il governo di Ankara non ritirerà le sue truppe in Libia. Una pericolosa novità sottovalutata dai resoconti dei media relativi al G20 di Roma. Nel corso del summit, infatti, il presidente turco Recep Erdogan ha affermato ufficialmente, e senza mezzi termini, che Ankara rifiuta di ritirare le sue truppe dalla Libia. Una dichiarazione giunta proprio mente l’ONU è impegnata a organizzare e realizzare il ritiro di tutte le truppe straniere presenti nel paese, precondizione indispensabile alla celebrazione delle elezioni che dovrebbero sancirne la pacificazione.

Con questa presa di posizione la Turchia getta mi sul fuoco e minaccia di riportare la conflittualità tra le fazioni che si contendono il potere in Libia a livelli altissimi, mettendo in pericolo il processo elettorale. Una situazione che avrebbe ripercussioni serie e pericolose per l’Italia e per tutta l’Unione Europea.

Primo problema: il ritiro dei mercenari dalla Libia. Le tanto attese elezioni presidenziali dovrebbero avere luogo il 24 dicembre, mentre quelle parlamentari sono previste all’inizio del 2022. La speranza è di chiudere in questo modo il lungo periodo di anarchia e guerra civile in cui è precipitato il paese con la fine del regime di Mu`ammar Gheddafi nel 2011, salvaguardando possibilmente l’unità del territorio libico, oggi di fatto diviso in una parte occidentale sotto il controllo del governo di Tripoli e in una orientale nelle mani del generale Khalifa Haftar e del suo Esercito Nazionale Libico (LNA), impegnato ormai da anni in un duro conflitto non solo con le milizie tripoline, ma anche con i gruppi islamisti, alleati dei turchi. A rendere più complicata la situazione è l’alto numero di forze mercenarie e straniere presenti sul campo, a sostegno dei due contendenti. Proprio per questo la road map concepita dalle Nazioni Unite prevede innanzitutto lo sgombro dei gruppi armati forestieri, da definire attraverso un format di negoziato “5+5”, che vede presenti al tavolo, sotto l’egida ONU, tutte le fazioni in lotta. Lo scorso 8 ottobre, il Comitato militare congiunto “5+5” si è riunito per tre giorni al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, concludendosi con la firma di un piano d’azione che prevede un ritiro graduale, equo e coordinato di tutti i mercenari e le forze straniere dalla Libia.

La riunione di Ginevra si è tenuta in linea con i binari tracciati dall’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 e le relative risoluzioni emesse dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’incontro si è configurato come parte integrante di tutti i vari negoziati intra-libici promossi dall’ONU, nonché degli sforzi messi in campo dalla comunità internazionale attraverso la conferenza di Berlino. In questi primi giorni di novembre il Comitato “5+5” ha tenuto un’ulteriore incontro, questa volta al Cairo, sempre organizzato dalle Nazioni Unite, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di Sudan, Ciad e Niger. Nell’occasione, tutti i paesi confinanti con la Libia hanno espresso la loro volontà di cooperare al processo di sgombero dei combattenti stranieri e dei mercenari, mentre i delegati di Sudan, Ciad e Niger si sono impegnati a cooperare per assicurare il ritiro degli uomini armati provenienti dai loro paesi, coordinando le loro azioni, per garantire che questi non tornino in Libia e non destabilizzino gli Stati vicini. Il rifiuto della Turchia di allinearsi agli accordi generali apre, però, un problema gigantesco. Infatti, quasi la metà delle forze straniere presenti in Libia è legata ad Ankara: secondo il SOHR (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani), il numero totale dei mercenari siriani supportati dai turchi che si trovano nel paese nordafricano è di circa 7.000 unità, laddove le Nazioni Unite hanno stimato la presenza di 20.000 combattenti stranieri sul territorio libico. Sempre fonti del SOHR hanno confermato che, nonostante i tentativi di negoziarne il ritiro a inizio ottobre, i miliziani islamisti veterani del conflitto siriano continuano a stazionare nelle basi turche in Libia, mentre un nuovo contingente di 90 uomini provenienti dalla Siria e giunto in Libia trasportato da apparecchi turchi. G20: diplomazia alla turca Durante il G20, Erdogan, oltre a confermare l’intenzione di non smobilitare i propri uomini in Libia, ha anche ribadito al presidente francese Emmanuel Macron che la presenza turca è legittimata da un accordo di cooperazione militare siglato col governo libico. “I nostri soldati sono lì in qualità di istruttori”, ha ribadito, negando che le loro attività possano essere equiparate a quelle di mercenari illegali.

Le cose, però, non stanno esattamente così. Innanzitutto le sue parole possono valere per il contingente militare ufficialmente inviato dall’esercito turco all’inizio del gennaio 2020, non certamente per i mercenari siriani che continuano a stazionare nelle basi militari di Ankara. Inoltre, gli accordi raggiunti nel vertice dell’8 ottobre a Ginevra riguardano esplicitamente il ritiro di “mercenari, combattenti stranieri e forze straniere”, intendendo per “forze straniere” anche le truppe regolari e gli istruttori. Infine, gli “istruttori” turchi sono sbarcati in Libia in base a un accordo firmato da Ankara nel novembre del 2019 con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez al-Sarraj, governo provvisorio cui è seguito lo scorso marzo il nuovo Governo di Unità Nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah. Il punto dirimente, però, è che all’epoca della stipula del trattato, il mandato del GNA era già scaduto e dunque, in quanto governo provvisorio, esso non aveva il diritto di firmare un tale trattato di cooperazione militare. La stessa ragione per la quale tutti i vicini della Libia e della Turchia hanno disconosciuto il trattato sui confini marittimi (e le relative Zone Economiche Esclusive) contestualmente sottoscritto da Tripoli ed Ankara. Un accordo quest’ultimo che ha notevolmente esteso le rivendicazioni turche sul Mediterraneo e sui suoi ricchi giacimenti di gas e petrolio. E’ per queste ragioni che la presenza militare turca in Libia va considerata illegale in base al diritto internazionale, configurandosi come un avamposto delle ambizioni neo-imperialiste di Erdogan. Non a caso questi, durante il G20, ha annunciato il suo rifiuto a prendere parte al vertice sulla Libia in programma a Parigi (di fatto affondandolo), confermando di non avere alcuna intenzione di supportare gli sforzi internazionali volti a stabilizzare il paese.

“Abbiamo notificato al presidente Macron – ha dichiarato Erdogan – la nostra indisponibilità a prendere parte a una conferenza a Parigi alla quale partecipino Grecia, Israele e l’amministrazione greco-cipriota. Per noi questa è una condizione inderogabile. Se questi paesi saranno presenti, per noi non ha senso inviare delegati”.

A Roma Erdogan ha anche avuto un incontro separato con il presidente del Consiglio Mario Draghi, che però non ha prodotto alcun risultato concreto. Nessun passo avanti è stato fatto nelle relazioni italo-turche, anche per quanto riguarda il sistema di difesa missilistica italo-francese SAMP-T, per il quale la Turchia aveva in precedenza mostrato interesse. Nonostante il generico annuncio di futuri sviluppi in merito, difficilmente la Turchia riprenderà in mano questo progetto se i suoi rapporti con Parigi non miglioreranno. Ed Erdogan non sembra avere voglia di procedere in questa direzione.

Tensioni in Libia Nel frattempo la situazione politica in Libia si fa sempre più precaria, soprattutto dopo che la Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) lo scorso settembre, su impulso di Haftar, ha sfiduciato il Governo di Unità Nazionale. Anche dal punto di vista militare le tensioni stanno aumentando, tanto che nei giorni scorsi i capi di due milizie tripoline – Muammar Davi, leader della Brigata 55, e Ahmad Sahab – sono stati vittime di attentati che miravano ad ucciderli. A questo punto è difficile essere sicuri che a dicembre si terranno le elezioni presidenziali, mentre quelle parlamentari sono già state rinviate al 2022. Il ricatto di Erdogan: geopolitica, energia, flussi migratori Se la Turchia ha potuto rafforzare in misura così significativa la sua capacità di influenza in Libia, una parte considerevole della responsabilità va attribuita ai governi presieduti da Giuseppe Conte (in particolare il secondo), caratterizzati da scarsa incisività sul dossier libico. Ricevendo, di fatto, mano libera, Ankara in appena un paio d’anni ha avuto la possibilità di sbarcare nel paese nordafricano centinaia di “consiglieri militari”.

Con il trattato sui confini marittimi e la delimitazione delle rispettive aree ZEE, la Turchia ha assunto il controllo delle coste della Tripolitania, nonché una sorta di patronage sui giacimenti di gas e petrolio del Mediterraneo centrale. La sua influenza politica sul Governo di Accordo Nazionale prima e su quello di Unità Nazionale oggi è enorme. La guerra civile tra Tripoli e Bengasi ha consentito ad Ankara di fornire alla parte occidentale truppe e armi, di reimpiegare le sue milizie mercenarie precedentemente attive in Siria, nonché di ottenere la gestione del porto e dell’aeroporto di Misurata per i prossimi 99 anni. Oggi Erdogan, grazie al forte ascendente che è in grado di esercitare su uno dei più grandi produttori di petrolio del mondo, dispone di un’ulteriore arma di pressione verso l’Europa, quella delle forniture energetiche, che va ad aggiungersi a quella già ampiamente utilizzata relativa al controllo dei flussi migratori, che oggi è in grado di regolare non solo sulla rotta balcanica, ma anche su quella che percorre il Mediterraneo centrale. La più battuta dai trafficanti di uomini, stando a ciò che ci dicono i dati ufficiali, secondo i quali, al 22 ottobre, i migranti giunti in Italia quest’anno sono già 51.568, contro i 26.683 del 2020.

Le richieste di Draghi all’Unione Europea di stanziare fondi per proteggere “tutte le rotte” sono miele per le orecchie turche. Rimandano, infatti, ai 6 miliardi che Bruxelles ha già versato alla Turchia per gestire la rotta balcanica e a quelli che ancora andrà a pagare. Sul suolo turco sono attualmente ospitati 3,7 milioni di siriani, cui vanno aggiunti 300.000 afghani. Una bomba ad orologeria che Ankara minaccia di far esplodere in qualunque momento, qualora le sue richieste non venissero soddisfatte. Insomma le crisi umanitarie – da quella afghana a quella siriana, cui può oramai aggiungersi anche quella libica – sono diventate una straordinaria opportunità per la Turchia di ottenere risorse dall’Europa e tenerla sotto pressione. Per questo mantenere a Tripoli un governo filo-turco è così importante per Erdogan: gli consente di condurre un complesso gioco geopolitico ai danni dell’UE che combina flussi energetici e migratori. Ricomporre un equilibrio nel Mediterraneo e ridimensionare le ambizioni turche con una postura più dura nei confronti del nuovo sultano è la vera sfida che l’Italia deve affrontare, piuttosto che avventurarsi in improbabili e velleitarie aspirazioni a guidare l’UE o a rinsaldare i rapporti trans-atlantici.

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Algeria: aperte le indagini sulla morte dei tre camionisti uccisi nel Sahara

Molti i dubbi sulle dinamiche della morte

Sono state aperte dalle autorità algerine le indagini sulla morte di tre camionisti uccisi il primo novembre mentre si trovavano a bordo dei loro mezzi mentre nel deserto del Sahara.

I camionisti algerini sono rimasti coinvolti nell’incidente su una pista nella zona cuscinetto tra l’Algeria e il Marocco. All’impatto sarebbe poi seguita una esplosione. Immediatamente gli analisti locali si chiedono cosa facesse un convoglio commerciale (secondo la versione di Algeri) in questa regione contesa soggetta al diritto internazionale.

Ci sono dubbi su come possa condurre l’Algeria le sue indagini, considerato che il luogo dell’incidente è di competenza della missione Minurso. Il comunicato diffuso oggi dalla presidenza algerina annuncia infatti l’apertura di un’inchiesta, e ciò dimostra come Algeri stia agendo nella zona cuscinetto, in violazione della normativa internazionale vigente. Per gli esperti del dossier, la fragilità della narrazione di Algeri appare evidente con le prime informazioni diffuse su questa vicenda, che inizialmente parlavano di un incidente avvenuto in Mauritania, poi smentita dalla pubblicazione di un comunicato stampa dell’esercito mauritano che ha confutato questa tesi.

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Economia: Marocco cresce del 5%

E’ il primo paese della zona MENA

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede una crescita per l’economia mondiale del 5,9% nel 2021 e del 4,9% nel 2022. Per il Marocco le previsioni sono state riviste al rialzo. Il paese realizzerà quest’anno la migliore performance della regione MENA. Un risultato ascrivibile alla gestione efficace della pandemia.

Riviste al rialzo le previsioni per le economie avanzate: le revisioni riflettono gli sviluppi della pandemia e i cambiamenti nel sostegno politico.

Il Marocco ha fatto un grande sforzo per combattere la pandemia da Covid. Al 12 ottobre, più di 23 milioni di persone sono state vaccinate, di cui più di 21 milioni che hanno ricevuto due dosi. Immunizzare le persone contro il virus significa anche immunizzare l’economia dai colpi duri.