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Africa: l’hub del narcotraffico diretto in Europa

Anche per colpa dell’Europa

Sono sempre più evidenti gli effetti negativi della presenza francese in Africa. Non soltanto le ex colonie di Parigi continuano ad essere dipendenti economicamente e finanziariamente dalla Francia, ma, ciò che è più grave, questa mostra serie difficoltà a garantire la sicurezza nella regione.

Una serie di fatti recenti, ad esempio, dimostrano come esista un legame diretto tra le crescenti minacce terroristiche in Africa e l’aumento dei volumi del traffico di stupefacenti (cocaina, eroina, metanfetamine, ecc) diretto, attraverso il continente nero, in Europa.

I legami tra droga e jihad

La presenza di truppe straniere in Africa non è riuscita a ridurre il numero di cellule terroristiche e fondamentaliste: al contrario, negli ultimi tempi il numero di attacchi è considerevolmente aumentato, soprattutto nell’area del Sahel. Nonostante una presenza militare sempre più consistente di paesi europei (soprattutto Francia e Gran Bretagna), Stati Uniti e organizzazioni internazionali, le insurrezioni di marca jihadista aumentano e i gruppi islamisti si sono notevolmente rafforzati.

In virtù del suo passato coloniale, la Francia continua ad essere uno degli attori principali dello scenario africano, ma la sua capacità di influenza va attenuandosi con il trascorrere del tempo. Se prima la presenza militare di Parigi era percepita come un fattore di stabilizzazione del contesto, con effetti persino positivi per le popolazioni, oggi l’armée viene vista esclusivamente come un’odiosa forza di occupazione.

Lo stesso concetto di Françafrique che un tempo legittimava l’egemonia francese in una logica di aiuto e protezione, è oggi al contrario sempre più inteso dall’opinione pubblica locale come un paradigma esclusivamente neo-coloniale. L’anarchia monta e con essa prosperano bande e cellule jihadiste sempre più incontrollabili.

Lo scorso 12 settembre in Mali dei banditi hanno aggredito impunemente alcuni camionisti marocchini mentre ad agosto un’organizzazione jihadista in Burkina Faso ha ucciso 47 persone (di cui 30 civili). Sono solo due esempi recenti, ma gli episodi analoghi si susseguono senza che le truppe straniere costituiscano un credibile deterrente.

In un contesto così instabile a prosperare non sono soltanto la violenza e il terrorismo, ma anche il business della droga. La condizione di arretratezza in cui versano le ex colonie francesi ha favorito il diffondersi della corruzione e del radicalismo, che trovano terreno fertile in un contesto con tassi altissimi di povertà e disoccupazione, dove i giovani quando non emigrano, finiscono facilmente per dedicarsi ad attività illegali e all’uso di sostanze stupefacenti. Allo stesso tempo è molto forte la contiguità tra gruppi terroristici e produttori di droga e narcotrafficanti.

Da tempo l’ONU ha lanciato l’allarme a proposito dell’aumento della produzione e del transito di sostanze illecite in Africa diretto verso l’Europa. Secondo gli esperti la situazione si è aggravata con la campagna militare francese del 2013, mentre i blocchi causati dalla pandemia di COVID-19 non hanno affatto ridotto l’attività dei trafficanti, che semmai l’hanno addirittura intensificata.

Le cifre del fenomeno

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, 275 milinioni di persone l’anno scorso hanno fatto uso di sostanze stupefacenti, il 22% in più rispetto al 2010.

L’ONU prevede che entro il 2030 il numero dei tossicodipendenti aumenterà di un ulteriore 11%, il 40% del quale sarà costituito da africani. Secondo gli analisti negli ultimi anni le reti di fornitori di cocaina in Europa sono diventate più efficienti e il numero di spedizioni è significativamente aumentato come dimostra un altro rapporto delle Nazioni Unite.

Alcune zone dell’Africa oltre ad essere aree di transito, a causa dell’abbondanza del prodotto disponibile, stanno diventando anche aree di consumo di cocaina: una parte di questa passa attraverso l’Africa occidentale e la costa atlantica, il resto viaggia verso il Nord Africa diretto verso il Mediterraneo.

Le rotte proibite dell’Africa

Sebbene stia intensificando la propria capacità produttiva, l’Africa, come detto, continua ad essere soprattutto una zona di transito in cui viene stoccata la droga proveniente dal Sud America in attesa di essere trasferita verso l’Europa, dove risiede il grosso dei consumatori finali. Le sostanze principali (come la cocaina) provengono da Colombia, Bolivia e Perù attraverso i porti di Brasile, Venezuela ed Ecuador.

Una parte consistente della merce proveniente dall’America Latina arriva in Senegal, Guinea, Guinea-Bissau e Costa d’Avorio prima di giungere a Bamako, nel Mali, dove viene presa in carico dagli islamisti locali, che a loro volta la rivendono ai narcotrafficanti del posto.

Come è possibile evincere dalle mappe elaborate dagli esperti dell’ONU, nel 2020, rispetto all’anno precedente, importanti sequestri di droga sono stati effettuati in nuovi paesi, tra cui Nigeria, Camerun, Angola, Zimbabwe e altri, segno che il raggio d’azione dei trafficanti si va allargando a macchia d’olio, mentre Conakry, la capitale della Guinea, continua ad essere uno dei santuari del narcotraffico del continente.

Una delle principali rotte di transito attraverso cui gli stupefacenti dall’Africa giungono in Europa è quella che passa per la Libia (e per l’Egitto), completamente in preda al caos dopo la fine del regime del colonnello Gheddafi. La Libia è stata una zona di transito per la droga sin dagli anni ’90, ma dopo il 2011 questo business è letteralmente esploso, perfettamente inquadrato nelle lotte di potere tra fazioni e clan rivali. Anche qui, come nel Sahel, lo stato di anarchia politica ha favorito l’ascesa di gruppi criminali, che gestiscono i carichi di droga provenienti dall’Algeria meridionale e dal Niger e li spediscono in Europa.

Ma non è solo la cocaina sudamericana ad affluire in Libia attraverso il Mali, anche l’eroina afghana batte gli stessi percorsi, con le città di Sebha e Ubari divenute ormai grandi centri logistici dei contrabbandieri del deserto diretti verso le coste libiche, che altri narcotrafficanti preferiscono invece raggiungere via mare costeggiando il Marocco e l’Algeria.

Dove sono le organizzazioni internazionali?

Di fronte a questi dati è inevitabile chiedersi cosa facciano le organizzazioni internazionali e per quali motivi il loro peacebuilding risulti del tutto inefficace. Uno degli obiettivi espliciti del progetto MINUSMA delle Nazioni Unite, per esempio, era proprio quello di stroncare il narcotraffico africano. Ma come evidenziato dagli autori del rapporto sul traffico di stupefacenti in Mali di The Global Initiative.

MINUSMA si è rivelato un fallimento. Inoltre lo stesso personale dell’organizzazione è stato ripetutamente accusato di legami con criminali e militanti islamisti.

Il vero problema è la vastità di interessi incofessabili collegati al business del droga, che spesso coinvolge anche politici e uomini d’affari apparentemente puliti. Oltre al traffico illegale, al contrabbando e alle molteplici zone grigie, ci sono numerose aziende farmaceutiche senza scrupoli dell’UE che utilizzano questi prodotti. Il caos politico favorisce, inoltre, l’ingerenza, anche economica, delle vecchie potenze coloniali, senza contare che quella stessa anarchia è il brodo di coltura ideale per le formazioni islamiste, sia per aggregare seguaci, sia soprattutto per finanziarsi attraverso attività e commerci illeciti.

La questione europea

In Europa le principali rotte del traffico di stupefacenti passano attraverso la Spagna, il Portogallo, il Belgio e i Paesi Bassi da dove poi la merce viene distribuita in tutta l’Unione Europea. Società fittizie e grossi pusher si occupano o di consegnarla  alle imprese farmaceutiche impegnate nella produzione di analgesici oppioidi o di venderla pura ai consumatori.

Gli Stati europei non sono in grado di risolvere il problema. Sono in troppi a beneficiare di questo sporco affare. D’altronde una parte rilevante del problema è rappresentata dall’approccio neocolonialista che paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti continuano ad avere nei confronti dell’Africa, depredando risorse e seminando conflitti e anarchia.

Nel giugno di quest’anno il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che le truppe francesi – circa 5.000 uomini- saranno ritirate dall’Africa e chiuse le basi militari nel Sahel. La decisione non sorprende: cresce nella regione un forte sentimento antifrancese, con un alto numero di proteste (in Senegal, Ciad, Mali, Niger, Mauritania ecc.) che chiedono il ritiro della missione militare.

Ordine e pace sono possibili in Africa soltanto se essa troverà partner disponibili a dialogare e ad operare su di un piano di parità e di reciprocità. Il continente cerca alternative e non è un caso se negli ultimi anni diversi Stati africani hanno avviato una forte cooperazione con la Cina (la “Nuova Via della Seta” assicura prestiti ed investimenti), la Russia (assistenza in funzione anti-jihadista, programmi energetici e di implementazione del settore agricolo) e altri. Le classi dirigenti africane dimostrano di essere consapevoli che solo uscendo dalla logica neocolonialista e sviluppando le proprie infrastrutture, potranno riprendere il controllo della situazione, attenuare disordine e illegalità, fornire una prospettiva diversa ai propri giovani, che non sia la tragica scelta tra povertà, violenza o emigrazione.

In ogni caso, il ritiro della Francia dall’Africa aprirà un vuoto che qualcuno cercherà di riempire. Se dovesse riempirlo la Turchia, che da tempo è coinvolta nel ricatto migratorio ai danni dell’Europa, sponsorizza i movimenti islamisti e tende a coprire il traffico di droga libico, i contraccolpi per i paesi del Vecchio Continente sarebbero tutt’altro che positivi.

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Guinea: se la Françafrique perde pezzi

Il recente colpo di stato in Guinea ad opera del tenente colonnello Mamady Doumbouyalo è la dimostrazione che la Francia sta perdendo la sua tradizionale influenza sulle sue ex colonie africane.

Il presidente Condé, deposto lo scorso 5 settembre, avrebbe potuto tranquillamente essere definito un “uomo della Francia”. Recatosi lì per ragioni di studio a soli 15 anni, aveva conseguito la laurea all’Università di Parigi, specializzandosi in sociologia e diritto pubblico, e aveva insegnato alla Sorbonne. Negli anni ’70 era stato accusato di aver infiltrato in Guinea un gruppo di agenti speciali armati allo scopo di effettuare azioni anti-governative con l’appoggio del Portogallo e per questo era stato condannato a morte in contumacia.

Tornato nel suo paese natale negli anni ’90, si era dato alla politica attiva, fondando un proprio partito politico, il Rassemblement du Peuple Guinée, con scarsi risultati in occasione delle elezioni del 1993 e del 1998.

La sua vicenda politica, in realtà, avrebbe potuto ispirare la trama di un film d’azione: un susseguirsi di ribellioni, proteste, arresti, culminato con il reclutamento di mercenari stranieri allo scopo di rovesciare il regime e l’inevitabile ritirata in Francia, dove sarebbe rimasto fino al 2005.

Solo nel 2010 Condé era riuscito finalmente a prendere il potere e diventare presidente, un presidente-monarca in realtà, ottenendo la rielezione nel 2015, anche grazie all’aiuto della società francese Bolloré Group e della sua controllata Havas

Secondo un politico di orientamento panafricanista del Benin, Kemi Seba, il rovesciamento di Condé, “buon amico di Sarkozy e Soros”, va letto come un duro colpo ai danni della Françafrique (https://www.facebook.com/KemiSebaOfficial/posts/391717145656024).

In un post pubblicato sul suo profilo Facebook mercoledì scorso, Kemi Seba ha affermato: “Prego ardentemente (e mi impegno ogni giorno) affinchè tutti i tiranni della regione francofona dell’Africa cadano a uno a uno e con loro la Françafrique”.

Quanto fosse importante per la Francia Condé è testimoniato dall’ampia copertura accordatagli dai media transalpini, che ne seguivano con attenzione le vicende politiche, laddove quelli britannici si sono sempre limitati a trattare dello sviluppo economico legato alla produzione e al commercio di bauxite.

In realtà anche Doumbouyalo, il leader dei golpisti e capo delle forze speciali guineano, è un ex legionario francese rientrato nel suo paese appena tre anni fa, di cui sono subito emersi gli ottimi legami con gli Stati Uniti d’America. Ma il tema vero su cui è utile riflettere è, più in generale l’incapacità che la Francia sta dimostrando a mantenere l’ordine e il controllo nelle sue ex colonie africane.

Sebbene molto vicino alla Francia, Condé aveva ritenuto indispensabile rafforzare la cooperazione economica con altri paesi: aveva creato stretti legami con la Turchia, corroborati da una salda amicizia personale con Erdogan, al punto che Soner Yalçın, commentando i recenti eventi in Guinea sulle colonne di Sözcü (https://www.sozcu.com.tr/2021/yazarlar/soner-yalcin/erdoganin-kardesine-darbe-6634475/), non ha esitato a definirli “un golpe contro il fratello di Erdogan”. Altri accordi assai redditizi erano stati conclusi soprattutto con la Cina (per un giro d’affari da 3 miliardi di dollari l’anno) e con la compagnia russa UC Rusal.

La strategia del presidente si dispiegava su due assi paralleli: da un lato mantenere uno stretto rapporto politico con Parigi, dall’altro esplorare nuove partnership basate principalmente sull’interesse economico.

La necessità di perseguire una simile politica del “doppio binario” testimoniava già di per sé il declino del sistema della Françafrique. A riprova di ciò ci sono le difficoltà incontrate da Bolloré, grande eminenza grigia della Françafrique insieme ai suoi subordinati di Havas, nel far eleggere negli ultimi anni i suoi candidati e i recenti rivolgimenti verificatisi nel Mali e nella Repubblica Centrafricana. Insomma, nuovi attori vanno progressivamente sostituendosi a Parigi nella regione.

Nonostante i legami tessuti con Cina, Turchia e Russia, Condé restava un uomo cresciuto e formatosi in Francia e le sue logiche di potere si intrecciavano con gli interessi geopolitici francesi. Lo stesso parziale discostamento da questi, non certificava altro che la sua necessità di individuare nuovi interlocutori alla luce delle difficoltà di Parigi a proteggere (e controllare) i suoi vassalli. Come si comporterà adesso Doumbouyalo è un enigma tutto da scoprire.

Turchia, Cina e Russia sono, invece, i nuovi protagonisti delle vicende dell’Africa occidentale e centrale un tempo francese. Ma mentre la crescente influenza di Pechino e Mosca non assume contorni particolarmente pericolosi per l’Europa, l’espansione del raggio d’azione turco suscita preoccupazioni: Ankara sta perseguendo una sua politica neo-coloniale fondata essenzialmente sul soft power, nel caso specifico esercitato attraverso l’islamizzazione della popolazione africana in modo da renderla compatibile con una logica imperiale neo-ottomana (il Diyanetİşleri Başkanlığı) e funzionale, al tempo stesso, al ricatto migratorio con cui la Turchia sollecita l’UE ogni volta che necessita di qualcosa.

Ma se la situazione precipitasse ed Erdogan desse seguito alle sue minacce, scatenando i flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, l’Italia sarebbe in grado di sopravvivere a una nuova crisi migratoria?

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Elezioni in Marocco: le prospettive dopo il voto di domani


Giornata di votazioni domani in Marocco. L’8 settembre i cittadini si pronunceranno per il rinnovo del parlamento, dei consigli regionali e di quelli comunali.

Si tratta delle terze elezioni legislative della storia del Marocco dopo la riforma riforma costituzionale introdotta nel 2011, una delle eredità della Primavera araba. Sull’onda di proteste che ha toccato tutti i Paesi del Maghreb, anche il Marocco ha avviato una profonda revisione del proprio sistema di governo, che ha portato a un relativo riequilibrio dei poteri, in particolare riducendo le prerogative del re, Mohammed VI. Dal 2011 la costituzione marocchina prevede in particolare che il capo del governo sia nominato all’interno del partito che ha vinto le elezioni legislative.

L’8 settembre quindi quasi 18 milioni di elettori saranno chiamati a nominare i 395 parlamentari che li rappresenteranno nell’Assemblea nazionale. Alle urne, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Pjd) e il Partito per l’autenticità e la modernità (Pam) dovrebbero essere i principali partiti politici a competere per ottenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Eppure, alla luce del calo dei consensi che stanno registrano gli islamici del Pjd non è escluso che una sorpresa possa arrivare dal partito liberale dell’Rni del ministro e uomo d’affari Aziz Akhannouch o dallo storico partito di Istiqlal.

Il governo scelto dagli elettori marocchini domani sarà chiamato a gestire importanti investimenti pubblici. Sulla carta il Marocco ha tutte le carte in regola per scalare la vetta dei paesi emergenti. Tangeri, che ha affascinato generazioni di scrittori, è la vetrina e il simbolo delle trasformazioni economiche del Paese. La creazione di una zona franca e di un gigantesco porto sul Mediterraneo (Tanger Med), di autostrade, dell’alta velocità ferroviaria (unico nel continente africano ad avere una rete di linee ad alta velocità) in poco più di un decennio, l’ha trasformata in un importante polo logistico e industriale tra l’Europa e l’Africa.

L’arrivo della Renault ha permesso anche al settore automobilistico di decollare. Quella di Peugeot-Citroën, con sede a Kenitra, una cinquantina di chilometri a nord della capitale, Rabat, ha confermato l’attrattività del Regno con 700.000 veicoli che lasciano gli impianti di assemblaggio ogni anno. L’aeronautica non è esclusa: embrionale all’inizio del millennio, il settore contribuisce con oltre 1,5 miliardi di euro alle esportazioni marocchine, quelle verso la Francia in costante aumento.

Al di là di questi elementi, le elezioni dell’8 settembre, per il quale sono stati schierati quasi 4.500 osservatori nazionali e stranieri, mostra un Marocco offensivo a livello diplomatico, industriale ed economico. Inoltre il Paese è tra i primi in Africa per vaccinazione contro il Covid-19 con il 60 per cento della popolazione vaccinata con almeno la prima dose.

Infine si registra in questa tornata elettorale una maggiore partecipazione femminile. La questione del posto dato alle donne in politica è stata presa di petto dalla Costituzione del 2011. Un passo avanti derivante da un processo di riforma iniziato nei primi anni 2000 e che ha riguardato in particolare il Codice della famiglia e il posto delle donne nella società nel 2004. Nel 2011 la riforma della Costituzione ha elevato, tra l’altro, l’uguaglianza di genere a principio costituzionale, consolidando così i risultati della riforma del 2004. Tutto questo si è tradotto con l’introduzione delle quote rosa ed un aumento dei seggi destinati alle donne dal parlamento ai consigli comunali.

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L’Economic Forum di San Pietroburgo: una potenziale alternativa a Davos

Hanno preso il via oggi, 2 giugno, i lavori del St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF). Prenderanno parte alla convention oltre 5.000 persone, che, considerando il contesto pandemico in cui si celebra, si presenta come uno dei più grandi eventi internazionali degli ultimi anni, soprattutto se lo si confronta con il World Economic Forum di Davos che quest’anno si è tenuto in formato online, mentre la riunione speciale del WEF, prevista dal 17 al 20 agosto a Singapore, è stata annullata lo scorso 17 maggio proprio a causa del Covid.

Il fatto che la Russia sia riuscita ad organizzare un simile evento offline, dimostra come questo paese sia riuscito a reagire al coronavirus più efficacemente rispetto ad altre potenze mondiali. Ma non si tratta dell’unico elemento che giustifica una messa a confronto tra SPIEF e WEF.

Il WEF è una piattaforma di ispirazione globalista molto apprezzata dai potenti di tutto il mondo che fanno a gara per parteciparvi. Lo stesso progetto “Great Reset” lanciato dal fondatore del WEF Klaus Schwab si presenta come l’agenda cui si uniformeranno le élite globaliste nei prossimi decenni. Lo SPIEF, invece, si configura come una realtà profondamente diversa: si tratta, infatti, di una piattaforma di dialogo promossa da uno Stato sovrano (la Federazione Russa) che non nasconde l’intenzione di agire a difesa dei propri interessi nazionali. Anche per questo, sin dalla prima edizione tenutasi nel 2014, l’Occidente ha tendenzialmente snobbato il Forum di San Pietroburgo.

Ciononostante esso ha catturato, da subito, l’interesse di quelle realtà imprenditoriali non condizionate da cliché ideologici e che vedono nella Russia una realtà significativa nel contesto globale e un partner redditizio. Il paese occupa una posizione chiave nello spazio eurasiatico ed attira, inevitabilmente, l’attenzione di tanti uomini d’affari non solo europei ed asiatici, ma anche americani, o almeno di coloro che non subiscono il fascino dei giochi dei politici volti a intraprendere una nuova stagione di Guerra Fredda.

Non a caso la maggior parte dei partecipanti proviene, come sempre, proprio dagli Stati Uniti. La delegazione del Qatar, uno dei paesi più ricchi del Golfo Persico, è composta da ben duecento persone; tra gli ospiti provenienti da tutto il mondo, molti arrivano da Cina, Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Venerdì è previsto l’intervento del presidente russo Vladimir Putin.

Il titolo dell’edizione di quest’anno recita: “Di nuovo insieme. L’economia della nuova realtà”. Si discuterà, ovviamente, dell’impatto della crisi pandemica sulla situazione mondiale. I vari tavoli di discussione e le sessioni di dibattito si focalizzeranno, però, su altre questioni più interessanti. L’influenza dei teorici del “Great Reset” è in ogni caso evidente: le tematiche ambientali e lo sviluppo di politiche volte alla riduzione delle emissioni di carbonio per fronteggiare il surriscaldamento del clima saranno all’ordine del giorno. Ci saranno, però, ben tre focus dedicati al principio di sovranità, in cui verranno approfondite le seguenti questioni: “Sovranità storica e sviluppo economico”, Difesa dello spazio digitale unico vs. lotta per la sovranità digitale”, “Sovranità digitale e Cybersecurity”.

Discutere su tematiche del genere al World Economic Forum sarebbe semplicemente impossibile e questo significa che il Forum russo si propone come una reale alternativa al paradigma elaborato dalle élites globaliste. Sarebbe auspicabile che non solo in Russia, ma anche in Europa il tema della sovranità potesse essere messo in relazione alle prospettive di rilancio economico.

Dunque lo SPIEF si pone come modello non solo alternativo, ma anche replicabile altrove ed è significativo che il presidente del World Economic Forum in persona, Borge Brende, abbia confermato la propria presenza a San Pietroburgo: vuol dire che i teorici del globalismo prendono questa piattaforma molto sul serio.

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Hajib e le menzogne di al Qaeda

Il terrorista Mohamed Hajib Abu Omar, originario della città di Tiflet in Marocco, può competere con i noti truffatori Victor Lusting e Gregor MacGregor, avendo trovato terreno fertile in Germania. Hajib, trasformatosi in un talentuoso attore politico, è l’ideatore di macchinazioni non meno complesse o sottili dei trucchi di MacGregor. Il mondo intero ricorderà che quest’uomo, legato ad al Qaeda, come l’unico truffatore della storia ad aver venduto un “pacchetto Miswak” (la radice di una pianta desercita usata da Maometto per pulirsi i denti) alla Repubblica Federale di Germania per più di un milione e mezzo di euro.

Qual è la storia dietro il Miswak più costoso del mondo? L’ex estremista Boushata Al-Sharif, imprigionato nella stessa ala della prigione di Hajib nel 2011, ha detto di aver usato piante di Miswak di colore scuro per provocare false tracce di violenza sul suo corpo in modo da denunciare di aver subito false torture fisiche.

Questo è il trucco che è stato usato per raggirare la Germania e i suoi servizi che hanno creduto a questa menzogna per ragioni geostrategiche, secondo i media internazionali. Questa vicenda è stata usata per una guerra di intelligence, ben sapendo che attraverso un investimento di pochi centesimi di euro, che corrisponde al prezzo del Miswak, che il qaedista ha beneficiato della promessa di ricevere una lauta ricompensa dallo stato tedesco.

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Sahara: è allarme nei campi profughi di Tindouf

Un webinar fa chiarezza su quanto sta avvenendo nella regione

La presenza dei campi profughi sahrawi a Tindouf, nel sud dell’Algeria, rappresenta una minaccia per la stabilità della regione del Sahel e dell’Europa. E’ quanto è emerso da un seminario di studi tenuto da esperti della regione del Sahara tramite un webinar dal titolo: “L’Assurda controversia sul Sahara marocchino”, organizzata dal portale Valoreimpegnocivico.it.

Hanno preso parte al seminario di studi accademici, esperti legali e professionisti dei media i quali hanno ammonito che l’esistenza dei campi di Tindouf rappresenta non solo una minaccia per la stabilità della regione del Sahel e del Sahara, ma anche per l’Europa nel suo insieme.

I partecipanti a questo seminario, moderato ieri dall’esperto di affari legali Gabriele Mazzanti hanno confermato che l’esistenza dei campi di Tindouf e delle milizie armate del Polisario in collusione con le organizzazioni jihadiste costituisce una minaccia alla stabilità, osservando che il tasso di povertà, la negazione della libertà e dei diritti fondamentali e la disperazione prevalente tra i giovani che vivono in condizioni difficili nei campi di Tindouf, il che li rende facile preda del reclutamento da parte di gruppi terroristici che operano nella regione del Sahel.

In questo contesto, Federico Prizzi, professore al Pont Institute for Cultural and Anthropological Research, ha sottolineato, in un intervento dal titolo “Il Marocco in prima linea nella cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo”, che: “La sovrapposizione tra le attività di criminalità, le organizzazioni terroristiche e separatiste rappresentano gravi minacce che incidono direttamente sulla sicurezza della regione e dell’Europa nel suo insieme. Il Marocco è un partner essenziale per l’Italia, l’Europa e la Nato nella lotta al terrorismo; il Re Mohammed VI ha dato nuova linfa alla ristrutturazione dell’intelligence marocchina per far fronte all’ascesa del flagello terroristico. Per questo il Marocco è il primo Paese africano a partecipare alle operazioni di contrasto allo Stato Islamico. Va ricordato inoltre che la creazione della fondazione Ulema per contrastare il radicalismo è stata un’esperienza che ha dato i suoi frutti. Il radicalizzato Al Sahraoui, affiliato a Daesh nel 2017, si è radicalizzato in Mauritania presso la moschea Ibn Al Abass e ha lasciato il Polisario per intraprendere il jihad”.

Questo esperto italiano ha sottolineato che gli sforzi del Marocco nella lotta al terrorismo hanno permesso, in larga misura, di ridurre il rischio di atti terroristici, sottolineando che il Regno è un partner centrale nella cooperazione internazionale per combattere questo fenomeno e per contrastare potenziali minacce terroristiche in Europa e per rafforzare la sicurezza e la stabilità delle immediate vicinanze del continente e il raggiungimento dello sviluppo sostenibile in Africa.

Marco Bertolini, generale italiano ed ex comandante delle operazioni militari, ha rilevato in un intervento dal titolo “Un’analisi geostrategica del bacino del Mediterraneo” che la regione del Sahel è una regione instabile in cui dilagano molte attività illegali come la droga e il traffico di esseri umani.

Da parte sua, il professore universitario e giornalista italiano, Alessio Postiglione ha argomentato partendo dal suo libro, scritto con Massimiliano Boccolini, “Sahara, deserto di mafie e jihad”, notando come operi anche sullo scacchiere mediorientale il populismo: la ribellione delle masse inurbate contro l’establishment di movimenti indipendentisti tradizionalmente secolaristi, diventati autoreferenziali e spesso corrotti, ha portato le prime ad essere sedotte dalle sirene dello jihadismo. È il caso di Abu Waleed al Saharawi, che da ufficiale del Polisario è diventato una star del firmamento jihadista, passando per varie sigle terroriste ed approdare infine al Daesh. Le economie dei movimenti separatisti sono spesso intrecciate con quelle di mafie e jihad. Questa osmosi spiega perché alcuni movimenti, lungi dal rappresentare gli interessi di gruppi etnici, sono l’anticamera della corruzione e, comunque, permeabili allo jihadismo”.

Corrado Corradi, capo del comitato direttivo della scuola italiana “E. Mattei” di Casablanca, ha confermato che la storia conferma che il Sahara è sempre stato sotto la sovranità marocchina. In un intervento sul tema “Storia del Marocco e la questione del Sahara, secondo lo storico francese Bernard Logan”, ha menzionato che i legami tra il Marocco e le sue “regioni sahariane” risalgono all’era dello stato degli Almoravidi (XI secolo), evidenziando che numerosi studi di esperti internazionali confermano questo fatto. Citando l’esperto e storico francese Bernard Logan, autore del libro “History of Morocco from the Origins to Today”, Corradi ha spiegato che prima del periodo coloniale, il Sahara era economicamente, politicamente e religiosamente legato al Marocco, il cui splendore si estendeva dal Tangeri, Fez e Marrakech fino alle rive del Senegal e del Niger. Ha aggiunto che le richieste del Marocco, quindi, si basano su “legittimi diritti storici” confermati da eventi, documenti storici e accordi.

Da parte sua, il coordinatore nazionale della Rete delle associazioni comunitarie marocchine in Italia, Yassin Belkassem, ha affermato che l’Algeria è “l’unico Paese al mondo che ospita un gruppo armato che gestisce dei detenuti nei campi, isolati dal mondo, dove vengono commessi crimini come omicidio, rapimento e furto di aiuti umanitari internazionali e reclutamento militare di bambini dopo la loro formazione nelle caserme dell’esercito algerino. D’altra parte, Belkassem ha detto:

“Chiediamo all’Italia di aprire un consolato nel Sahara marocchino, come hanno fatto molti paesi amici del Regno del Marocco, e di seguire l’esempio degli Stati Uniti con il loro chiaro riconoscimento di il Sahara marocchino e appoggiare la proposta marocchina di risolvere la disputa inventata sull’integrità territoriale del Regno, sulla falsariga del versante italiano dell’Alto Adige”.

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Sahara: leader del Polisario Ghali ricoverato in Spagna

Il leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, è stato ricoverato d’urgenza in Spagna. Secondo fonti stampa, la sera del 21 aprile in un ospedale di Logroño, non lontano da Saragozza, in Spagna, il capo e segretario generale del Fronte Polisario Brahim Ghali, 73 anni, è stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Logroño, non lontano da Saragozza.
Secondo quanto riferito, è malato di tumore all’apparato digerente da diversi anni. Per motivi di discrezione e perché oggetto di numerose denunce presentate alla giustizia spagnola da ex membri del Polisario che lo accusano di violazione dei diritti umani, Brahim Ghali è stato ricoverato sotto il falso nome di Mohamed Ben Battouche, di nazionalità algerina.
Dopo che le sue condizioni sono peggiorate da giorni, il capo del Polisario è stato ricoverato per la prima volta a Tindouf, dove lo ha visitato il capo di stato maggiore dell’esercito algerino, il generale Saïd Chengriha. Il suo luogo di evacuazione è stato oggetto di trattative ai massimi livelli dello Stato algerino.
Poiché la Germania ha rifiutato di ospitarlo, la scelta è ricaduta sulla Spagna dopo che il presidente Abdelmadjid Tebboune ha ottenuto assicurazioni dal Primo Ministro Pedro Sanchez che Brahim Ghali non sarebbe stato indagato dalla giustizia. Un team di medici algerini ha accompagnato il leader del Polisario a Saragozza, a bordo di un aereo sanitario noleggiato dalla presidenza algerina.

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Foreign fighter in Germania: la denuncia della tv francese

L’inchiesta è stata condotta dalla tv francese M6

L’emittente televisiva privata francese M6 ha trasmesso un’inchiesta esclusiva sul pericolo del ritorno dei terroristi dalla Siria e dai teatri di guerra mediorientali in Europa. L’inchiesta lancia l’allarme su quello che definisce come una futura “Germanistan” per il ritorno di numerosi foreign fighter nel territorio tedesco tramite i balcani da Siria e Iraq dopo la sconfitta dello Stato islamico sul terreno.
Il reportage del canale francese denuncia come numerosi foreign fighter siano riusciti a spostarsi dalla Siria in Germania senza essere seguiti dalle forze di sicurezza dei paesi europei. Sulla falsariga di quella che è stato definito in passato “Londonistan”, per la presenza di terroristi in Gran Bretagna come il noto Abu Hamza, l’inchiesta lancia l’allarme per la nascita di quello che definisce una futura “Germanistan”. In particolare, è stata denunciata la mancanza di cooperazione con i paesi impegnati in prima linea nell’ambito della lotta al terrorismo come il Marocco da parte delle autorità tedesche come nel caso del marocchino Mohammed Hajib noto per la sua adesione ad al Qaeda come dimostrato da diversi video apparsi in rete.
Il reportage parla di circa 500 combattenti fuggiti dalla Siria, Iraq e Turchia in Europa con la caduta del califfato del Daesh. Questi foreign fighter si trovano ora in Germania dove si sono riconvertiti in diverse attività professionali grazie al fatto che le forze di sicurezza tedesche le considerano come persone normali.
Il reportage mostra il video di Samir, un terrorista dello Stato islamico che in alcuni filmati veniva ripreso mentre giocava con la testa delle sue vittime, e che attualmente risiederebbe con suo moglie nel sud della Germania, al confine con la Francia. Si fa l’esempio infine di altri due terroristi segnalati dall’intelligence marocchina per la loro presenza in Germania. La loro segnalazione è stata ignorata dalle autorità di Berlino. Il video mostra le foto di un altro membro dello Stato islamico, Majid, individuato in Germania come proprietario di diverse attività commerciali realizzate con fondi arrivati dalla Turchia. Il reportage accusa infine Berlino di non rispondere alle segnalazioni sulla presenza di queste persone considerate altamente pericolose per la sicurezza europea nel proprio paese.

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Conflitto nel Sahara: l’Algeria interviene e chiede l’intervento Usa

Pur sostenendo di non essere parte del conflitto nel Sahara, il Parlamento algerino è intervenuto chiedendo al neo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, l’annullamento della decisione del suo predecessore Donald Trump relativa al riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara. Nonostante il riconoscimento statunitense sul Sahara sia una decisione presa da uno Stato sovrano su cui, né il Parlamento algerino né i generali che governano l’Algeria possono fare nulla, i deputati algerini hanno deciso di entrare nel merito della questione, pur avendo ripetutamente gridato di non far parte del conflitto per decenni.

Algeri sembra dunque continuare a minare l’integrità territoriale del Marocco, cercando invano di rendere nulla la decisione degli Stati Uniti sulla sovranità del Regno sulle sue regioni meridionali.

Nella lettera che i deputati algerini hanno redatto martedì scorso da inviare a Washington si precisa che il decreto di Trump viola i principi Usa in materia. Nella lettera i parlamentari omettono deliberatamente di menzionare che la decisione Usa è solo la consacrazione di una posizione costante degli Stati Uniti negli ultimi anni, volta a includere le Province meridionali nei programmi e negli accordi degli Stati Uniti con il Regno del Marocco. Quello di Trump è dunque un decreto presidenziale pubblicato dal Registro federale, e non una posizione personale, distribuito anche agli Stati membri delle Nazioni Unite come documento ufficiale del Consiglio di Sicurezza, nelle sei lingue ufficiali dell’Onu. Il testo, infatti, ribadisce il sostegno degli Stati Uniti alla “proposta di una seria, credibile e realistica autonomia del Marocco quale unica base per una giusta e duratura soluzione della controversia sul territorio del Sahara”. 

Non mancano inoltre le critiche da parte dei dissidenti algerini, come Hisham Abboud, che in un video diffuso sui social ha rivolto aspre critiche “al Parlamento algerino” definendolo “vuoto” che non si occupa dei problemi del popolo algerino come quello degli studenti presenti nelle carceri di Algeri. Abboud ha sottolineato che “invece di adempiere al suo dovere di difendere i diritti delle persone usurpati, il parlamento algerino invia un messaggio al presidente Usa sul diritto del Polisario all’autodeterminazione”. Abboud ha invitato “i parlamentari algerini a prestare attenzione agli affari interni del paese e a determinare il destino del proprio popolo”.

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Forum libico a Ginevra: poche certezza e nuove domande

Sono passati solo una decina di giorni da quando le Nazioni Unite in Libia hanno sostenuto i negoziati, e i rappresentanti di tutte le organizzazioni politiche si sono già incontrati una seconda volta. Come risultato dell’incontro, i partecipanti al Forum hanno approvato il processo di elezione dei candidati delle autorità esecutive federali per il periodo della campagna. Tuttavia, i preparativi per il Forum e la sua organizzazione hanno lasciato più domande che risposte. Innanzitutto, l’incontro in sé non si è svolto nel territorio libico, come volevano i libici, ma in Svizzera. Il processo di votazione è stato effettuato da remoto. Una procedura che mette in discussione l’oggettività della votazione stessa. È importante notare che tutti i delegati del Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) sono stati approvati dall’ONU e rappresentati principalmente dai politici fedeli al GNA e ai Fratelli Musulmani. Sono questi che hanno determinato l’esito della votazione. Ciò conferma il fatto che la stragrande è stata semplicemente utilizzata e la trasparenza del voto è quindi messa i discussione. Per questo, ancora una volta, le azioni dell’UNSMIL sono state criticate dalla comunità libica. Bisogna anche considerare che l’inviato speciale ad interim per la Libia, Stephanie Williams, è stato sostituito a causa della scadenza del mandato il 4 novembre 2020. L’inviato speciale ad interim per la Libia sarà ora Jan Kubis. I membri del gruppo terroristico dei Fratelli Musulmani rappresentati durante la LFPD dal partito Justice and Construction, si sono opposti alla sostituzione di Williams in quanto la nomina del nuovo capo della missione Onu in Libia minaccia di sconvolgere i loro piani. Il risultato è che i rappresentanti delle Nazioni Unite stanno prendendo decisioni affrettate sulla formazione di un nuovo governo di transizione in Libia e sull’elezione dei suoi membri. Il popolo libico ha bisogno di più tempo per capire cosa sta succedendo e per prendere la decisione giusta sui candidati candidati delle sorti del Paese prima di scegliere il capo dello Stato. Le elezioni in Libia dovrebbero tenersi il 24 dicembre 2021: questa data è stata fissata in occasione dei primi negoziati inter libici svoltisi in Tunisia. Secondo le Nazioni Unite, questa procedura dovrebbe avere un effetto benefico nel raggiungimento di una vera tregua e nel preservare fornito della Libia. Tuttavia, l’elezione del nuovo capo della Libia, dettata dagli interessi dei paesi occidentali, non risolverà i problemi esistenti, ma ne creerà solo di nuovi.