Categorie
Dal Mondo

Sanzioni ad Haftar e ad al Tamini per riconciliare la Libia

Modern Diplomacy, autorevole intervista di respiro internazionale, ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo “Perché è necessario aumentare la pressione su Haftar?”

Secondo gli autori, il generale Khalifa Haftar, uno dei più importanti leader militari della Libia, è attualmente il principale ostacolo al processo di pacificazione. Il ragionamento fa leva su di una circostanza molto precisa, ovvero l’accusa di corruzione e crimini di guerra che pende sulla sua testa.

“Sebbene Haftar sia stato ufficialmente nominato comandante dell’Esercito Nazionale Libico dal presidente della Camera dei Rappresentanti (cosiddetto Parlamento di Tobruk), Aguila Saleh, da diverso tempo ha smesso di obbedire ai suoi ordini, preferendo perseguire un propria linea di condotta, spesso in contraddizione con gli accordi raggiunti tra l’est e l’ovest del paese. La riprova più eclatante di quanto affermato e dell’atteggiamento aggressivo e indisponibile ai compromessi di Haftar resta l’offensiva lanciata nel 2019 contro Tripoli. Le sue ambizioni politiche sono tra le principali cause del prolungarsi del conflitto in Libia”. Così su Modern Diplomacy.

Quale potrà essere il futuro è nuovamente diventato un tema di grande attualità. Le gravi tensioni che viva in questa fase l’Europa orientale sollevano preoccupazioni e rischiano di compromettere l’approvvigionamenti energetico del Vecchio Continente.

Di conseguenza i paesi mediterranei fornitori di gas, Algeria e Libia, stanno assumendo un’importanza sempre più decisiva per l’Europa. Ma mentre l’Algeria presenta un quadro politico sostanzialmente stabile, l’ormai decennale guerra civile in cui versa la Libia ha reso insicure le forniture di gas che da questo paese, attraverso il Greenstream, giungono in Italia.

Stabilizzare la Libia è diventato, quindi, un obiettivo improcrastinabile per l’Europa, ma l’UE sembra avere scarsi strumenti per influenzare la situazione. Lo stesso Haftar, principale elemento di destabilizzazione, appare insensibile alle sollecitazioni di Bruxelles.

Per risolvere questa difficoltà, l’unica strada perseguibile è gravare Haftar, il suo braccio destro il generale Kheiri al Tamimi e il loro entourage con sanzioni economiche personali. Gli Stati Uniti lo stanno già facendo. Nel 2020, infatti, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni economiche contro Haftar, bloccando fondi, merci e servizi destinati a lui e ai suoi alleati.

https://www.forbes.com/sites/arielcohen/2022/02/11/political-risks-and-hobbesian-warfare-complicate-libyan-gas-supply-for-europe/?sh=15109b583738

Non solo. In questi giorni i tribunali USA si apprestano a processare Haftar per crimini di guerra e, siccome lui e i suoi figli sono cittadini americani e dispongono ancora di proprietà e legami commerciali negli Stati Uniti, Washington è in condizione di utilizzare tutto questo come strumento di pressione per condizionarne i comportamenti.

La timidezza dei paesi UE nei confronti di Haftar appare a questo punto inspiegabile, a meno di inconfessabili legami d’affari esistenti con lui e i suoi collaboratori più stretti. Le circostanze però, a questo punto, impongono un’accelerazione in questa direzione, per non trovarsi spiazzati dall’iniziativa messa in campo dagli Stati Uniti.

Per il mantenimento del suo potere soprattutto militare, Haftar dipende dalle esportazioni illegali di petrolio, venduto attraverso varie società di intermediazione con sede legale negli Emirati Arabi Uniti. Proprio per questa ragione Haftar è poco propenso a favorire un processo di pacificazione della Libia volto al ripristino della integrità territoriale e statale del paese. Ciò, infatti, lo priverebbe delle sue principali fonti di reddito.

E’ interessante notare come Washington, tra le varie sanzioni, non ne abbia imposte alcune specifiche sul commercio di petrolio. Potrebbe farlo l’Unione Europea. Sarebbe l’unico modo per costringere “la volpe del deserto” a favorire il processo di riconciliazione nazionale in Libia.

Vincenzo Mollo

Categorie
Dal Mondo

Mali: manifestazioni anti-sanzioni in Africa, Europa e Nord America

Nel corso della giornata di ieri hanno avuto luogo in Mali e in diversi paesi dell’Africa occidentale e centrale numerose manifestazioni contro le sanzioni imposte il 10 gennaio scorso ai danni del Mali dalla Comunità dei Paesi dell’Africa Occidentale (Cedeao). Migranti maliani hanno organizzato raduni dinanzi alle ambasciate anche in vari paesi europei e in Nord America. La manifestazione principale ha avuto luogo a Bamako, capitale del Mali, dove migliaia di persone sono scese in piazza contro le sanzioni per la seconda volta dopo la grande mobilitazione del 14 gennaio.

Lo scorso 9 gennaio la Cedeao ha imposto sanzioni ai danni del Mali dopo la decisione della giunta militare di prolungare di cinque anni la durata del governo di transizione e di rinviare le elezioni per il rischio di attacchi terroristici. Le organizzazioni pan-africaniste che hanno dato vita alle proteste in Senegal, Camerun, Niger, Nigeria e Guinea, accusano la Francia e i suoi alleati di aver istigato la Cedeao ad assumere tale decisione e hanno chiesto ai loro governi di ritirare le sanzioni.

I governi di alcuni paesi africani, come il Benin, hanno vietato le manifestazioni, mentre in Burkina Faso centinaia di manifestanti pro-Mali hanno cercato di erigere barricate nel centro della capitale Ouagadougou e si sono scontrati con la polizia che ha usato i gas lacrimogeni. Dimostrazioni di elementi della diaspora maliana hanno avuto luogo in varie città della Francia e a Parigi, davanti all’ambasciata del Mali, così come in Germania, Regno Unito, Spagna, Italia, Belgio, Guyana, Stati Uniti e Canada. Proprio ieri un militare francese, il brigadiere Alexandre Martin, è morto in Mali nel corso di un attacco alla base operativa avanzata di Gao, colpita dal tiro di mortai da parte di forze ostili alla coalizione internazionale a guida francese, che opera in Sahel nell’ambito dell’Operazione Barkhane.

“Se siamo arrivati a questo punto della crisi è soprattutto colpa della Francia che in questi anni coi suoi militari si preoccupa di difendere i propri interessi geostrategici nell’area anziché difendere i civili e ripristinare la stabilità. Gli attacchi jihadisti si sono intensificati e la zona è sotto il controllo del governatore ed è sotto grande pressione”, aveva affermato Patricia Bayoro, presidente della Comunità della Diaspora Africana in Italia (Codai) in un’intervista ad Africa Rivista, alla vigilia della manifestazione in Italia.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Sudan: nuova bomba migratoria per l’Europa

Pur privo di confini terrestri o marittimi con paesi dell’Unione Europea, il Sudan potrebbe presto diventare una nuova fonte di flussi migratori diretti verso il Vecchio Continente. All’inizio di dicembre Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, vice presidente del Consiglio Sovrano di Transizione del Sudan ha dichiarato in un’intervista che l’Europa e gli Stati Uniti potrebbero essere presto interessati da una nuova ondata migratoria, qualora non sostenessero il nuovo regime militare da poco instauratosi nel paese.

“In virtù dell’impegno che abbiamo assunto con la comunità internazionale per ora stiamo ospitando queste persone sul nostro territorio – ha detto Hemeti, parlando in video-call da Khartoum – ma se il Sudan aprisse le proprie frontiere sarebbe un disastro per il mondo intero”.

Lo scorso ottobre i militari sudanesi hanno rovesciato il governo civile provvisorio e hanno assunto direttamente il potere, giustificando il colpo di Stato con la necessità di stabilizzare il paese. USA ed Unione Europea hanno condannato il golpe e per questo il governo sudanese sta ora valutando la possibilità di utilizzare i migranti come strumento di pressione.

L’Europa nuovamente sull’orlo del collasso

Mohamed Hamdan Dagalo e il governo sudanese sanno benissimo che l’Unione Europea su questo tema è particolarmente vulnerabile. E’ dal 2015, quando scoppiò la crisi migratoria dovuta al flusso di rifugiati provenienti dalla Siria, che l’Europa mostra tutta la sua debolezza su questo fronte: una debolezza ben sfruttata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha ripetutamente ricattato Bruxelles, minacciando di non trattenere sul suo territorio le masse di persone in fuga, ottenendo in questo modo ingenti risorse in cambio dell’accoglienza. Un esempio ripreso dal leader bielorusso Alexander Lukashenko, che recentemente ha cercato di alleggerire la pressione internazionale sul suo paese, strumentalizzando le decine di migliaia di migranti ammassati sul confine polacco con l’intenzione di varcare le frontiere dell’Unione.

Perché, dunque, non dovrebbe provare ad ottenere qualcosa dall’UE anche la giunta militare di un paese dove stazionano oltre un milione di migranti provenienti da altri paesi africani, devastato da guerre esterne e interne (come in Darfur), da tensioni sociali e la cui popolazione, in larga parte, non aspetta altro che di poter fuggire verso le coste europee? I cedimenti di Bruxelles ai vari ricatti che si sono susseguiti sul tema immigrazione, la rendono un facile bersaglio, considerando peraltro che il Sudan accoglie moltissimi rifugiati provenienti dall’Etiopia in guerra, che potrebbe facilmente dirottare in Europa attraverso la Libia.

Il problema libico

E’ evidente che se il Sudan consentisse il passaggio dei profughi verso la Libia, nessuno potrebbe fermarli ed essi si riverserebbero appena possibile sulle coste italiane.

La situazione in Libia è tale, oramai, che nessuno risulta essere in grado di garantire il controllo del territorio. Il paese nordafricano è diventato una piattaforma logistica ideale per il traffico di esseri umani.

Nel 2021sono stati circa 31.500 i migranti intercettati e rispediti in Libia, rispetto agli 11.900 dell’anno precedente, mentre, sempre nel 2020, circa 980 sono risultati morti o dispersi.

La situazione, di fatto, è ingestibile. Ogni qual volta gli uomini della missione Frontex tentano di fare qualcosa per arginare il flusso, magari negoziando con le milizie che controllano il territorio libico, immediatamente i media lanciano critiche feroci, evidenziando le condizioni disumane in cui versano i migranti trattenuti nei centri della Tripolitania. La tesi di fondo, spesso sottaciuta, talvolta enunciata esplicitamente, è che sarebbe meglio accogliere milioni di africani nell’UE, piuttosto che consentire ai banditi libici di ridurli in schiavitù. Un modo di ragionare che fa oggettivamente il gioco dei trafficanti di esseri umani.

L’alternativa agli scafisti è rappresentata dai voli diretti dalla Libia verso l’Europa organizzati sotto l’egida ONU.

Le stesse Nazioni Unite si oppongono anche ai respingimenti verso il Sudan dei migranti illegali che sono riusciti a varcare il confine libico.

Un tale approccio lancia un messaggio che conduce in un vicolo cieco, perché incoraggia la migrazione legale, col suo corollario di morti e di crimini, nonché di minacce geopolitiche, come quelle rivolte all’Europa dai militari sudanesi. Uscire dalla retorica dei liberal e dei tecnocrati dell’ONU e dell’UE è solo il primo passo necessario per rendere l’Europa meno vulnerabile.

Franco Degli Esposti

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Elezioni in Libia: chi può riunire il paese?

Il 24 novembre, l’Alta commissione nazionale elettorale libica ha annunciato la lista provvisoria dei candidati ammessi alle elezioni presidenziali: in tutto 73. La commissione ha respinto 25 candidature tra cui quella di Saif al-Islam, il figlio di Gheddafi, il quale ha tuttavia presentato ricorso contro la decisione: a breve se ne saprà l’esito.

Teoricamente le elezioni alla carica di Presidente della Repubblica in Libia dovrebbero tenersi il 24 dicembre, mentre il mese successivo dovrebbero esserci quelle parlamentari. L’obiettivo è quello di definire il quadro politico e porre fine alle divisioni e alla guerra civile.

Il disastro libico

Dal 2011, ovvero da quando Muammar Gheddafi è stato rovesciato e ucciso, la Libia è in preda al caos. Una guerra civile di tutti contro tutti, con fazioni e milizie impegnate a combattersi in diverse parti del paese e signori della guerra pronti a cambiare alleanze in base alle convenienze del momento.

Inevitabilmente, con una situazione così instabile, le reti criminali e terroristiche hanno prosperato e continuano a prosperare. Non è un caso che fino a qualche anno fa in Libia fosse presente una delle roccaforti dell’ISIS. Ancora oggi cellule dello Stato Islamico continuano ad operare in territorio libico, così come gruppi terroristici e ribelli provenienti dal Ciad e dal Sudan.

Attraverso la Libia e le sue coste resta costantemente attiva una delle principali rotte attraverso cui i migranti illegali dall’Africa giungono in Europa, molti dei quali radicalizzatisi nei campi libici.

Secondo i funzionari del governo di Tripoli, numerosi combattenti dello Stato Islamico (IS) sono giunti nel Vecchio Continente attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

Il conflitto civile libico ha anche determinato problemi all’approvvigionamento petrolifero dell’Europa, che durante il 2020, al culmine dello scontro militare tra il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar, aveva conosciuto addirittura un blocco totale.

Ovviamente è l’Italia il paese che continua a subire le ripercussioni più gravi da questa situazione.

Sul fronte migratorio, ad esempio, il Viminale prevede che almeno 30.000 persone entreranno nel paese entro la fine del 2021. Nel corso di quest’anno l’afflusso di migranti in Italia si è praticamente triplicato rispetto a quello precedente.

Finora nessuno degli accordi stipulati tra il “governo” libico e l’Unione Europea o l’Italia finalizzati al contenimento dell’immigrazione ha davvero funzionato e questo perché le autorità di Tripoli restano ostaggio dei gruppi armati locali, diversi dei quali di matrice islamista, che controllano la città.

Gheddafi 2.0

Fino al 2011 Saif al-Islam era apparso come il più “liberale” tra i figli di Gheddafi, ma di fronte alle prime proteste contro il regime, inaspettatamente, aveva subito assunto una posizione molto dura contro i ribelli. Sin dall’inizio Saif aveva previsto che il rovesciamento del padre avrebbe portato il paese alla guerra civile, al crollo dei confini, alle migrazioni di massa e reso la Libia un rifugio sicuro per i gruppi terroristici.

“La Libia sarà distrutta – affermò – ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come gestire il paese, perché tutti vorranno diventare presidente o emiro e assumere il comando”.

La storia gli ha dato ragione. 

Oggi, nonostante sulla sua testa penda un mandato della Corte penale internazionale delle Nazioni Unite, Saif al-Islam ha deciso di avanzare la propria candidatura alla presidenza della Libia. Sulla carta è considerato, nonostante tutto, uno dei candidati più forti. Gli analisti occidentali ritengono che goda del sostegno di tre libici su quattro e che sia l’unica personalità davvero in grado di ricostruire l’unità del paese.

Saif non ha preso direttamente parte alla guerra civile, non ha partecipato al tracollo del paese che ha reso la Libia un immenso campo di battaglia. Molti gli riconoscono di essere stato l’unico a prevedere cosa sarebbe accaduto con il rovesciamento del padre.

La sua popolarità potrebbe consentirgli di ricostruire il sistema politico e istituzionale libico, mentre la sua notevole esperienza in ambito diplomatico, con ottime relazioni nei paesi europei, a cominciare dall’Italia, lo renderebbero un interlocutore affidabile. Naturalmente l’eventuale ritorno di un Gheddafi al vertice del paese viene percepito molto negativamente dagli Stati Uniti, che ne subirebbero un colpo di immagine: sarebbe la conferma che l’intervento NATO e la “rivoluzione” libica non furono altro che una inutile e futile aggressione ai danni di uno Stato sovrano e certificherebbe il definitivo fallimento del progetto “primavere arabe”. Insomma un danno di reputazione paragonabile a quello scaturito dal caotico ritiro dall’Afghanistan.

E’ assai probabile che l’ostilità statunitense abbia influito sulla decisione della commissione elettorale di respingere la candidatura di Gheddafi jr. Eppure, se anche il suo ricorso non andasse a buon fine, è indiscutibile che l’intero processo elettorale subirebbe una forte delegittimazione, considerando il consenso che riscuote in questo momento Saif non solo tra i libici in generale, ma soprattutto tra i militari.

Il Consiglio Supremo delle Tribù libiche ha già avvertito che l’esclusione di Saif al-Islam minerebbe il processo di riconciliazione nazionale, sostenendo inoltre che la sua esclusione è opera dei Fratelli Musulmani e degli “agenti del colonialismo”.

E’ evidente che l’erede di Gheddafi avrebbe bisogno di un sostegno esterno per rimanere in pista e fare fronte contro chi gli si oppone. In teoria questa circostanza potrebbe essere un’opportunità per diversi player internazionali, compresa l’Italia. Così come è chiaro che dovrebbe dimostrarsi in grado di acquisire l’alleanza e l’appoggio di altri candidati alla presidenza.

In ogni caso la sua esclusione potrebbe costituire l’ennesimo fattore di destabilizzazione per la Libia.

Altri contendenti

Ma, a parte Saif al-Islam Gheddafi, chi sono i principali candidati alla presidenza della Repubblica libica? Innanzitutto c’è il generale Khalifa Haftar, con un vasto consenso in Cirenaica e nella Libia orientale, che sotto il suo controllo sono riuscite a ripristinare un ordine sul territorio. Un successo che però si accompagna alla disfatta subita nel 2020, quando ha cercato di completare la conquista del paese attaccando la Tripolitania, mancando l’obiettivo a causa dell’intervento militare turco a sostegno del Governo di Accordo Nazionale.

Anche la candidatura di Haftar ha corso il rischio di essere respinta. Il procuratore militare di Tripoli, vicino all’attuale Governo di Unità Nazionale, ne aveva chiesto l’arresto per crimini di guerra, ma una sua esclusione avrebbe inevitabilmente scatenato la reazione delle sue milizie e il definitivo fallimento del processo elettorale. Seppure le elezioni si tenessero ugualmente l’est e il sud del paese non ne riconoscerebbero il risultato senza la partecipazione di Haftar. A quel punto le votazioni servirebbero solo a redistribuire quote di potere a Tripoli.

Meno popolari di Haftar e Saif, ma sostenuti da gruppi potenti sono, poi, l’ex ministro degli Interni Fathi Bashagha, il Presidente della Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) Aguila Saleh Issa e l’ex vicepremier libico Ahmed Maitig. Anche l’attuale primo ministro del Governo di Unità Nazionale Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh ha presentato la sua candidatura.

Quest’ultimo ha subito pesanti accuse di clientelismo e corruzione finalizzate proprio a supportare le sue aspirazioni alla presidenza. Dbeibeh avrebbe distribuito generosamente fondi pubblici a destra e a manca per acquisire consenso: tra i provvedimenti più criticati, quello che prevede l’elargizione una tantum di oltre 8.000 dollari agli sposi novelli. Senza contare il fatto che la legge attuale vieta ai membri del Governo di Unità Nazionale di concorrere alla presidenza.

Insomma la legittimità della sua candidatura è a dir poco discutibile. Quella di Haftar, invece, sebbene sostenuta dall’est, si scontra con l’ostilità dei potenti capi delle milizie contro cui ha condotto la sua offensiva lo scorso anno: solo alleandosi con Saif al-Islam potrebbe aggirarla. In effetti, un ticket Haftar/Gheddafi jr. potrebbe essere la migliore soluzione per la Libia: insieme, i due uomini più popolari del paese (stando ai rilevamenti demoscopici degli analisti), potrebbero pacificarlo e ripristinare l’autorità dello Stato.

Un’ipotesi di scenario possibile, però, soltanto se la commissione elettorale li ammetterà entrambi alle consultazioni e se le milizie islamiste non interferiranno nelle elezioni. In caso contrario la deflagrazione del processo di riconciliazione nazionale sarebbe dietro l’angolo.

Inclusione e compromesso

È chiaro che la riconciliazione e la stabilizzazione in Libia, a cui anche l’Europa è interessata, possono essere raggiunte solo attraverso un compromesso che tenga insieme tutti i principali attori in gioco, ad esclusione dei gruppi maggiormente collusi con il radicalismo e il terrorismo.

Naturalmente anche le potenze straniere coinvolte nello scenario dovrebbero fare la loro parte. La domanda è se Parigi e Washington, i principali artefici dieci anni fa del collasso libico, possano effettivamente portare un contributo positivo; così come ci sono seri dubbi sull’atteggiamento di Ankara, che insiste nel voler mantenere proprie truppe nel territorio in base agli accordi stipulati nel 2019 con l’allora governo di Fayez al Sarraj: la verità è che la Turchia ha scarso interesse alla ricostruzione di una Libia sovrana e indipendente. Un interesse nutrito, al contrario, dai paesi vicini: Tunisia, Egitto, Algeria e, soprattutto, dall’Italia e condiviso da Mosca, che vedrebbe di buon grado una stabilizzazione del quadrante mediterraneo. Dipenderà soprattutto dall’impegno di questi paesi se il dialogo intra-libico, nelle prossime settimane, riuscirà ad evitare di approdare ad un punto morto.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Erdogan infiamma il conflitto libico

Il governo di Ankara non ritirerà le sue truppe in Libia. Una pericolosa novità sottovalutata dai resoconti dei media relativi al G20 di Roma. Nel corso del summit, infatti, il presidente turco Recep Erdogan ha affermato ufficialmente, e senza mezzi termini, che Ankara rifiuta di ritirare le sue truppe dalla Libia. Una dichiarazione giunta proprio mente l’ONU è impegnata a organizzare e realizzare il ritiro di tutte le truppe straniere presenti nel paese, precondizione indispensabile alla celebrazione delle elezioni che dovrebbero sancirne la pacificazione.

Con questa presa di posizione la Turchia getta mi sul fuoco e minaccia di riportare la conflittualità tra le fazioni che si contendono il potere in Libia a livelli altissimi, mettendo in pericolo il processo elettorale. Una situazione che avrebbe ripercussioni serie e pericolose per l’Italia e per tutta l’Unione Europea.

Primo problema: il ritiro dei mercenari dalla Libia. Le tanto attese elezioni presidenziali dovrebbero avere luogo il 24 dicembre, mentre quelle parlamentari sono previste all’inizio del 2022. La speranza è di chiudere in questo modo il lungo periodo di anarchia e guerra civile in cui è precipitato il paese con la fine del regime di Mu`ammar Gheddafi nel 2011, salvaguardando possibilmente l’unità del territorio libico, oggi di fatto diviso in una parte occidentale sotto il controllo del governo di Tripoli e in una orientale nelle mani del generale Khalifa Haftar e del suo Esercito Nazionale Libico (LNA), impegnato ormai da anni in un duro conflitto non solo con le milizie tripoline, ma anche con i gruppi islamisti, alleati dei turchi. A rendere più complicata la situazione è l’alto numero di forze mercenarie e straniere presenti sul campo, a sostegno dei due contendenti. Proprio per questo la road map concepita dalle Nazioni Unite prevede innanzitutto lo sgombro dei gruppi armati forestieri, da definire attraverso un format di negoziato “5+5”, che vede presenti al tavolo, sotto l’egida ONU, tutte le fazioni in lotta. Lo scorso 8 ottobre, il Comitato militare congiunto “5+5” si è riunito per tre giorni al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, concludendosi con la firma di un piano d’azione che prevede un ritiro graduale, equo e coordinato di tutti i mercenari e le forze straniere dalla Libia.

La riunione di Ginevra si è tenuta in linea con i binari tracciati dall’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 e le relative risoluzioni emesse dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’incontro si è configurato come parte integrante di tutti i vari negoziati intra-libici promossi dall’ONU, nonché degli sforzi messi in campo dalla comunità internazionale attraverso la conferenza di Berlino. In questi primi giorni di novembre il Comitato “5+5” ha tenuto un’ulteriore incontro, questa volta al Cairo, sempre organizzato dalle Nazioni Unite, al quale hanno preso parte anche i rappresentanti di Sudan, Ciad e Niger. Nell’occasione, tutti i paesi confinanti con la Libia hanno espresso la loro volontà di cooperare al processo di sgombero dei combattenti stranieri e dei mercenari, mentre i delegati di Sudan, Ciad e Niger si sono impegnati a cooperare per assicurare il ritiro degli uomini armati provenienti dai loro paesi, coordinando le loro azioni, per garantire che questi non tornino in Libia e non destabilizzino gli Stati vicini. Il rifiuto della Turchia di allinearsi agli accordi generali apre, però, un problema gigantesco. Infatti, quasi la metà delle forze straniere presenti in Libia è legata ad Ankara: secondo il SOHR (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani), il numero totale dei mercenari siriani supportati dai turchi che si trovano nel paese nordafricano è di circa 7.000 unità, laddove le Nazioni Unite hanno stimato la presenza di 20.000 combattenti stranieri sul territorio libico. Sempre fonti del SOHR hanno confermato che, nonostante i tentativi di negoziarne il ritiro a inizio ottobre, i miliziani islamisti veterani del conflitto siriano continuano a stazionare nelle basi turche in Libia, mentre un nuovo contingente di 90 uomini provenienti dalla Siria e giunto in Libia trasportato da apparecchi turchi. G20: diplomazia alla turca Durante il G20, Erdogan, oltre a confermare l’intenzione di non smobilitare i propri uomini in Libia, ha anche ribadito al presidente francese Emmanuel Macron che la presenza turca è legittimata da un accordo di cooperazione militare siglato col governo libico. “I nostri soldati sono lì in qualità di istruttori”, ha ribadito, negando che le loro attività possano essere equiparate a quelle di mercenari illegali.

Le cose, però, non stanno esattamente così. Innanzitutto le sue parole possono valere per il contingente militare ufficialmente inviato dall’esercito turco all’inizio del gennaio 2020, non certamente per i mercenari siriani che continuano a stazionare nelle basi militari di Ankara. Inoltre, gli accordi raggiunti nel vertice dell’8 ottobre a Ginevra riguardano esplicitamente il ritiro di “mercenari, combattenti stranieri e forze straniere”, intendendo per “forze straniere” anche le truppe regolari e gli istruttori. Infine, gli “istruttori” turchi sono sbarcati in Libia in base a un accordo firmato da Ankara nel novembre del 2019 con il Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez al-Sarraj, governo provvisorio cui è seguito lo scorso marzo il nuovo Governo di Unità Nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah. Il punto dirimente, però, è che all’epoca della stipula del trattato, il mandato del GNA era già scaduto e dunque, in quanto governo provvisorio, esso non aveva il diritto di firmare un tale trattato di cooperazione militare. La stessa ragione per la quale tutti i vicini della Libia e della Turchia hanno disconosciuto il trattato sui confini marittimi (e le relative Zone Economiche Esclusive) contestualmente sottoscritto da Tripoli ed Ankara. Un accordo quest’ultimo che ha notevolmente esteso le rivendicazioni turche sul Mediterraneo e sui suoi ricchi giacimenti di gas e petrolio. E’ per queste ragioni che la presenza militare turca in Libia va considerata illegale in base al diritto internazionale, configurandosi come un avamposto delle ambizioni neo-imperialiste di Erdogan. Non a caso questi, durante il G20, ha annunciato il suo rifiuto a prendere parte al vertice sulla Libia in programma a Parigi (di fatto affondandolo), confermando di non avere alcuna intenzione di supportare gli sforzi internazionali volti a stabilizzare il paese.

“Abbiamo notificato al presidente Macron – ha dichiarato Erdogan – la nostra indisponibilità a prendere parte a una conferenza a Parigi alla quale partecipino Grecia, Israele e l’amministrazione greco-cipriota. Per noi questa è una condizione inderogabile. Se questi paesi saranno presenti, per noi non ha senso inviare delegati”.

A Roma Erdogan ha anche avuto un incontro separato con il presidente del Consiglio Mario Draghi, che però non ha prodotto alcun risultato concreto. Nessun passo avanti è stato fatto nelle relazioni italo-turche, anche per quanto riguarda il sistema di difesa missilistica italo-francese SAMP-T, per il quale la Turchia aveva in precedenza mostrato interesse. Nonostante il generico annuncio di futuri sviluppi in merito, difficilmente la Turchia riprenderà in mano questo progetto se i suoi rapporti con Parigi non miglioreranno. Ed Erdogan non sembra avere voglia di procedere in questa direzione.

Tensioni in Libia Nel frattempo la situazione politica in Libia si fa sempre più precaria, soprattutto dopo che la Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) lo scorso settembre, su impulso di Haftar, ha sfiduciato il Governo di Unità Nazionale. Anche dal punto di vista militare le tensioni stanno aumentando, tanto che nei giorni scorsi i capi di due milizie tripoline – Muammar Davi, leader della Brigata 55, e Ahmad Sahab – sono stati vittime di attentati che miravano ad ucciderli. A questo punto è difficile essere sicuri che a dicembre si terranno le elezioni presidenziali, mentre quelle parlamentari sono già state rinviate al 2022. Il ricatto di Erdogan: geopolitica, energia, flussi migratori Se la Turchia ha potuto rafforzare in misura così significativa la sua capacità di influenza in Libia, una parte considerevole della responsabilità va attribuita ai governi presieduti da Giuseppe Conte (in particolare il secondo), caratterizzati da scarsa incisività sul dossier libico. Ricevendo, di fatto, mano libera, Ankara in appena un paio d’anni ha avuto la possibilità di sbarcare nel paese nordafricano centinaia di “consiglieri militari”.

Con il trattato sui confini marittimi e la delimitazione delle rispettive aree ZEE, la Turchia ha assunto il controllo delle coste della Tripolitania, nonché una sorta di patronage sui giacimenti di gas e petrolio del Mediterraneo centrale. La sua influenza politica sul Governo di Accordo Nazionale prima e su quello di Unità Nazionale oggi è enorme. La guerra civile tra Tripoli e Bengasi ha consentito ad Ankara di fornire alla parte occidentale truppe e armi, di reimpiegare le sue milizie mercenarie precedentemente attive in Siria, nonché di ottenere la gestione del porto e dell’aeroporto di Misurata per i prossimi 99 anni. Oggi Erdogan, grazie al forte ascendente che è in grado di esercitare su uno dei più grandi produttori di petrolio del mondo, dispone di un’ulteriore arma di pressione verso l’Europa, quella delle forniture energetiche, che va ad aggiungersi a quella già ampiamente utilizzata relativa al controllo dei flussi migratori, che oggi è in grado di regolare non solo sulla rotta balcanica, ma anche su quella che percorre il Mediterraneo centrale. La più battuta dai trafficanti di uomini, stando a ciò che ci dicono i dati ufficiali, secondo i quali, al 22 ottobre, i migranti giunti in Italia quest’anno sono già 51.568, contro i 26.683 del 2020.

Le richieste di Draghi all’Unione Europea di stanziare fondi per proteggere “tutte le rotte” sono miele per le orecchie turche. Rimandano, infatti, ai 6 miliardi che Bruxelles ha già versato alla Turchia per gestire la rotta balcanica e a quelli che ancora andrà a pagare. Sul suolo turco sono attualmente ospitati 3,7 milioni di siriani, cui vanno aggiunti 300.000 afghani. Una bomba ad orologeria che Ankara minaccia di far esplodere in qualunque momento, qualora le sue richieste non venissero soddisfatte. Insomma le crisi umanitarie – da quella afghana a quella siriana, cui può oramai aggiungersi anche quella libica – sono diventate una straordinaria opportunità per la Turchia di ottenere risorse dall’Europa e tenerla sotto pressione. Per questo mantenere a Tripoli un governo filo-turco è così importante per Erdogan: gli consente di condurre un complesso gioco geopolitico ai danni dell’UE che combina flussi energetici e migratori. Ricomporre un equilibrio nel Mediterraneo e ridimensionare le ambizioni turche con una postura più dura nei confronti del nuovo sultano è la vera sfida che l’Italia deve affrontare, piuttosto che avventurarsi in improbabili e velleitarie aspirazioni a guidare l’UE o a rinsaldare i rapporti trans-atlantici.

Categorie
Dal Mondo News

Economia: Marocco cresce del 5%

E’ il primo paese della zona MENA

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede una crescita per l’economia mondiale del 5,9% nel 2021 e del 4,9% nel 2022. Per il Marocco le previsioni sono state riviste al rialzo. Il paese realizzerà quest’anno la migliore performance della regione MENA. Un risultato ascrivibile alla gestione efficace della pandemia.

Riviste al rialzo le previsioni per le economie avanzate: le revisioni riflettono gli sviluppi della pandemia e i cambiamenti nel sostegno politico.

Il Marocco ha fatto un grande sforzo per combattere la pandemia da Covid. Al 12 ottobre, più di 23 milioni di persone sono state vaccinate, di cui più di 21 milioni che hanno ricevuto due dosi. Immunizzare le persone contro il virus significa anche immunizzare l’economia dai colpi duri.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

La sicurezza energetica dell’Italia è in bilico

I problemi energetici e migratori dell’Europa sono esacerbati dalla Turchia

La sicurezza dell’Europa (e dell’Italia) in termini di approvvigionamento di petrolio e gas è sempre più precaria. Le elezioni presidenziali e parlamentari che avranno presto luogo in Libia potrebbero confermare oppure smentire questo quadro geopolitico, ciò che è certo è che le nuove autorità potrebbero trovarsi a dipendere da Ankara, e con loro anche l’Europa.

Il settore energetico della Libia

La Libia è un fornitore chiave di carburante e gas per l’Italia e altri paesi europei. L’ENI Corporation è il più grande attore nel business energetico della Libia, e per l’Italia è fondamentale continuare ed espandere la cooperazione. Il recente incontro a Tripoli, tra l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi con il primo ministro del Governo di Unità Nazionale della Libia, Abdul Hamid Dbeibeh, dimostra quanto la questione sia prioritaria per l’Italia e l’Europa. Durante l’incontro hanno concordato che l’azienda italiana massimizzerà la produzione di gas in Libia.

Tuttavia, è chiaro che le questioni energetiche sono strettamente legate al successo della diplomazia. La politica estera del nuovo governo libico appare, al momento, totalmente imprevedibile, causando non poco nervosismo nei leader di quei paesi che – a livello energetico – si appoggiano alla Libia.

Tra tutte le ipotesi, lo scenario peggiore si verificherebbe se il nuovo presidente e il Parlamento fossero molto vicini alla Turchia. Ankara, che aumenta la sua influenza attraverso il governo di unità nazionale e le reti locali dei Fratelli Musulmani, potrebbe quindi intaccare fortemente gli interessi dell’Italia. L’Italia si troverebbe costretta a esportare il petrolio dalla Libia o dall’Azerbaigian attraverso la Turchia (passando per il Gasdotto Trans Adriatico).

La seconda opzione è la più instabile che si possa immaginare: in caso di dissidi nelle relazioni diplomatiche con la Turchia, a essere colpito immediatamente sarebbe proprio il comparto energia, con grave danno per l’Italia. Soprattutto considerando l’aumento dei prezzi dell’energia in Europa, una simile eventualità sarebbe disastrosa.

Perché la cooperazione Turchia-Libia è pericolosa?

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è affermato come un leader astuto con ambizioni neo-ottomane, che ha molto spinto per introdurre i propri militari all’interno di Stati vicini, considerati strategici, soprattutto quando questi sono in una situazione di forte instabilità politica. La Turchia, infatti, non ha mai ritirato i militari e i mercenari dalla Siria dalla Libia, neanche dopo i negoziati internazionali delle Nazioni Unite.

Il Ministero della Difesa turco ha detto che il Paese continuerà la cooperazione in materia di sicurezza secondo quanto stabilito da un precedente memorandum.

Non è la prima volta che l’Europa sente un simile ultimatum dalla Turchia. La Turchia ha ripetutamente ignorato le raccomandazioni e gli accordi relativi alla sicurezza e alla fornitura di armi in questi scenari. Erdogan ha anche fatto leva sull’Unione Europea giocando sulla questione della migrazione di massa quando ha minacciato di rilasciare tutti i clandestini diretti verso le coste europee.

Le prossime elezioni in Libia potrebbero rivelarsi drammatiche per l’Europa se la posizione filo-turca delle autorità si rafforza. Per ora, il governo provvisorio del GUN ha già arruolato il sostegno turco. Inoltre, i rappresentanti di organizzazioni radicali come i Fratelli Musulmani – per esempio, il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khalid Almishri – stanno collaborando con Ankara.

Se la tendenza continua, il nuovo governo in Libia sarà filo-turco, la Turchia, attraverso le sue reti islamiste, sarà in grado di influenzare le decisioni chiave sui bilanci, i grandi contratti e le consegne, nonché di influenzare la situazione politica interna del Paese nordafricano. L’Italia diventerà un facile ostaggio della questione energetica a causa della Turchia.

Il destino della Libia

Secondo le informazioni attuali, le elezioni presidenziali in Libia avranno luogo il 24 dicembre, mentre le elezioni parlamentari sono già state rinviate a gennaio. La situazione rimane instabile, con le varie frange del potere che già litigano tra loro. Per esempio, il GUN è già diffidato dalla popolazione locale – il 21 settembre, in presenza del suo leader (Agila Saleh) la Camera dei rappresentanti ha approvato un voto di sfiducia al governo di Abdel Hamid Dbeibeh. I parlamentari hanno accusato il GUN di aver stipulato contratti che non erano stati concordati e che potrebbero portare a grandi debiti esterni, così come di aver sottratto grandi somme dal bilancio non approvato.

In un tale ambiente, attori esterni come la Turchia potrebbero facilmente influenzare la destabilizzazione del Paese. A sua volta, le conseguenze di un simile scenario minacciano in primo luogo la stessa Libia: dividendo di nuovo il paese “a metà” e in fazioni separate con i propri interessi). La mancanza di cooperazione internazionale provocherebbe anche un’altra ondata di migrazione incontrollata verso l’Europa.

Gli incontri di Ginevra dei giorni 6-8 ottobre hanno riguardato il ritiro delle truppe straniere dalla Libia. La Turchia sta ovviamente ignorando quanto stabilito dal Comitato militare congiunto 5+5 perché non è interessata alla pacificazione, ma all’ulteriore ottomanizzazione della regione nordafricana. Se l’influenza di Ankara dovesse aumentare, chiunque diventerà il prossimo presidente (anche Khalifa Haftar) sarà condannato ad essere pro-turco o almeno a fare i conti con i diktat della Turchia, ostaggio dei mercenari che Erdogan mantiene sul territorio.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Marocco: il premier Akhannouch forma il nuovo governo

Un governo giovane, progressista, composto esclusivamente da competenti per attuare la strategia di sviluppo del Paese del Re Mohammed VI

Il premier incaricato del governo marocchino, Aziz Akhannouch, uscito vincitore dalle elezioni politiche dell’8 settembre scorso, ha presentato il suo nuovo governo dopo che i ministri proposti sono stati ricevuti dal re Mohammed VI.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa marocchina “Map”, ad accogliere oggi il nuovo esecutivo, composto da 24 ministri tra cui ci sono 7 donne, oltre al monarca era presente il principe ereditario, Moulay El Hassan. La cerimonia si è svolta nel palazzo reale di Fez.

Oltre al premier Akhannouch ci sono delle conferme rispetto al precedente esecutivo, come il ministro dell’Interno, Abdelouafi Laftit, degli Esteri Nasser Bourita, e degli Affari islamici Ahmed Toufiq, ma anche delle novità come la giovane Nadia Fettah Alaoui che passa da ministro del Turismo a ministro dell’Economia.

Il governo di Akhannouch

Si tratta infatti di un governo giovane, progressista, composto esclusivamente da persone competenti. Un governo capace di attuare la strategia di sviluppo del Paese e la marcia verso l’emersione economica guidata dal re Mohammed VI. Gli altri ministri sono: Abdellatif Ouahbi ministro della Giustizia; Mohamed Hajoui Segretario Generale del Governo; Nizar Baraka ministro delle Attrezzature e dell’acqua; Chakib Benmoussa ministro dell’Educazione Nazionale, della Scuola Materna e dello Sport; Nabila Rmili ministro della Salute e della Protezione Sociale; Fatima Ezzahra El Mansouri, ministro della Pianificazione Nazionale del Territorio, dell’Urbanistica, dell’Abitazione e delle Politiche Urbane; Mohamed Sadiki ministro dell’Agricoltura, della pesca marittima, dello sviluppo rurale e dell’acqua e delle foreste; Younes Sekkouri ministro dell’inclusione Economica, delle piccole imprese, dell’occupazione e delle competenze; Ryad Mezzour ministro dell’Industria e del Commercio; Fatim-Zahra Ammor ministro del Turismo, dell’Artigianato e dell’Economia Sociale e Solidale; Abdellatif Miraoui ministro dell’Istruzione Superiore, della Ricerca Scientifica e dell’Innovazione; Leila Benali ministro della Transizione energetica e dello sviluppo sostenibile; Mohamed Abdeljalil ministro dei Trasporti e della logistica; Mohamed Mehdi Bensaid, ministro della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione; Aouatif Hayar, ministro della Solidarietà, dell’Inclusione Sociale e della Famiglia; Abdellatif Loudiyi, ministro delegato presso il Capo del governo responsabile dell’amministrazione della Difesa nazionale; Mohcine Jazouli, ministro delegato presso il Capo del governo incaricato degli investimenti, della convergenza e della valutazione delle politiche pubbliche; Faouzi Lekjaa ministro delegato presso il Ministro dell’Economia e delle Finanze, responsabile del Bilancio; Mustapha Baitas ministro delegato presso il Capo del governo incaricato dei rapporti con il Parlamento, portavoce del governo; Ghita Mezzour, ministro delegato presso il Capo del governo incaricato della transizione digitale e della riforma amministrativa. I segretari di Stato in alcuni dipartimenti ministeriali saranno nominati in seguito.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Elezioni in Mali: la partita si gioca sulla convocazione

La Francia non sembra avere intenzione di mollare la sua presa sul Mali dopo il colpo di stato del maggio scorso. Lo testimonia il tenore dell’intervento del delegato di Parigi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che lo scorso 27 settembre ha intimato alle autorità maliane di rispettare la scadenza elettorale prevista per il 27 febbraio 2022.

Il ministro della Difesa francese Florence Parly, da parte sua, si è spinto ancora più oltre, accusando l’attuale capo del governo del Mali, Choguel Kokalla Maiga di ipocrisia, malafede e indecenza.

Precedentemente il premier maliano aveva ipotizzato di rinviare le elezioni presidenziali e parlamentari fissate per febbraio prossimo proprio allo scopo di evitare contestazioni sulla loro regolarità. Maiga aveva anche contestato alla Francia di aver “abbandonato” il paese al suo destino nel bel mezzo di un conflitto civile e che il governo della giunta militare da lui guidato avrebbe cercato altri partner, anche “privati”, per fronteggiare la situazione.

A chiarire il reale significato delle parole del primo ministro maliano era quindi intervenuto il responsabile della politica estera di Mosca Sergei Lavrov che aveva annunciato il raggiungimento di un accordo tra il Mali e una Private Military Company (PMC) russa per proseguire la lotta al terrorismo, confermando quanto riferito dall’agenzia Reuters sul coinvolgimento della PMC Wagner, già presente da tempo e con forza nella Repubblica Centrafricana.

Il nodo elezioni

Dopo il rovesciamento nell’agosto di un anno fa del Presidente della Repubblica filofrancese Ibrahim Boubacar Keita da parte dei militari maliani, le relazioni tra Bamako e Parigi si sono rapidamente deteriorate. Nel giugno 2021, dopo il nuovo golpe della fine di maggio 2021, il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato la sua intenzione di ritirare la missione militare francese antiterrorismo dal Mali. Contestualmente la Francia e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), molto condizionata da Parigi, hanno cominciato ad esercitare pressioni, sia diplomatiche che economiche, sul Mali affinchè venissero indette nuove elezioni “democratiche” il più rapidamente possibile. L’obiettivo evidente era ottenere il più velocemente possibile la caduta della nuova giunta militare, indebolendone la capacità di interdizione militare rispetto ai gruppi ribelli e scatenando il malcontento popolare.

Proprio le pressioni interne ed esterne avevano indotto nel settembre 2020 i militari maliani a varare la Carta di transizione del Mali, un documento paracostituzionale che definiva i poteri e la durata del governo provvisorio. Il documento era il frutto di un compromesso politico tra i militari e l’opposizione rappresentata dal Movimento 5 giugno-Raggruppamento delle forze patriottiche (M5-RFP), raggiunto grazie alla pesante moral suasion dell’ECOVAS.

L’arrivo del Gruppo Wagner nel paese, però, sembra aver aumentato la capacità negoziale dei militari rispetto all’ex potenza coloniale, al punto che essi sentono di poter disporre di un più ampio margine di manovra e di potersi sottrarre agli impegni presi in precedenza, a cominciare dal nodo elettorale. Il governo maliano rivendica adesso la propria libertà di decidere autonomamente quando fissare la data delle elezioni, in base allo stato dell’ordine pubblico del paese, e di cambiare significativamente le stesse regole in base alle quali svolgerle.

Chi può concorrere alla carica di presidente?

Aggirando il testo della Carta di transizione del Mali, l’attuale Capo dello Stato provvisorio, Assimi Goïta, sarebbe intenzionato a candidarsi alla carica di Presidente della Repubblica.

Stando alla lettera della Carta di transizione, in base all’articolo 9 agli attuali presidente e vicepresidente ad interim non sarebbe consentito candidarsi alle elezioni che dovranno svolgersi al termine del “periodo di transizione”.

I membri dell’attuale governo, però, contestano questo dispositivo per due motivi.

Il primo concerne l’incostituzionalità della stessa Carta di transizione, che viola la Costituzione ufficiale del Mali, tuttora vigente. In particolare la Carta di transizione contravverrebbe all’articolo 121 della Costituzione della Repubblica del Mali varata nel 1992, secondo cui “il fondamento di ogni autorità nella Repubblica del Mali risiede nella Costituzione”, nonché all’articolo 26, il quale sancisce che la fonte della sovranità nazionale è il popolo, laddove la Carta di transizione non è stata approvata dai cittadini.

Inoltre la Carta di transizione ha la pretesa di porsi al di sopra della stessa Costituzione, ma questa non prevede la possibilità di dotarsi di strumenti giuridici che deroghino dalla Costituzione. La circostanza in virtù della quale la Carta di transizione è stata adottata con il consenso di una cerchia ristretta di individui, senza che essa fosse seguita da una consultazione popolare, sarebbe in contraddizione secondo il governo attuale, anche con l’articolo 26 della Costituzione, che sancisce che “la Costituzione deve essere rispettata in ogni circostanza”.

Pertanto, proprio in quanto incostituzionale, la Carta di transizione non avrebbe l’autorità per limitare i diritti dei cittadini del Mali, compresi quelli del colonnello Assimi Goïta. La Costituzione della Repubblica del Mali del 1992 non essendo stata (né potendo essere) abrogata dalla Carta di transizione, renderebbe nulle tutte le disposizioni contenute in questo documento in palese contraddizione con il testo costituzionale. Un argomento in virtù del quale i membri della giunta militare considerano incostituzionale, e quindi giuridicamente nulla, la limitazione del diritto di voto passivo del Capo dello Stato dell’attuale periodo di transizione.

Il secondo motivo in base al quale viene contestato l’articolo 9 della Carta di transizione ha invece a che fare con principi giuridici più generali, in base ai quali il futuro Capo dello Stato dovrebbe non solo essere dotato dei requisiti legali per assumere la carica, ma anche possedere la legittimità per esercitare il ruolo, volendo aderire al lessico di uno dei più grandi giuristi del XX secolo, il tedesco Carl Schmitt. Dovrebbe, in sostanza, essere provvisto del consenso effettivo della popolazione, o della maggioranza di essa. In questo momento, il colonnello Goïta è oggettivamente una delle poche figure di spicco della scena politica maliana e impedirgli di candidarsi comprometterebbe la legittimità, in senso schmittiano, delle future istituzioni del paese, in quanto l’articolo 9 della Carta di transizione impedirebbe al popolo del Mali di esercitare pienamente la propria sovranità nella scelta del Capo dello Stato. Pertanto l’incandidabilità del colonnello Assimi Goïta a presidente del Mali sarebbe illegittimo e illegale.

Gli altri contendenti

Assimi Goïta non è, però, l’unica figura popolare in Mali. L’esito della competizione elettorale dipenderà dal sostegno delle personalità politiche economiche e religiose della società maliana in grado di influenzare, per ragioni tribali o di clan, le scelte della popolazione, così come l’eventuale decisione di rinviare le elezioni fino a quando l’ordine sarà pienamente ripristinato.

Un personaggio molto popolare, ad esempio, è l’imam Mahmoud Dicko, un leader religioso di orientamento salafita che ha avuto un ruolo enorme nell’organizzazione delle proteste contro l’estromissione di Ibrahim Boubacar Keita, che aveva guidato il primo golpe nell’agosto dello scorso anno, e che ha promosso una consultazione sull’estensione del regime militare.

Gode di largo seguito anche il leader sufi Mohammad Maoulah Bouyé Haïdara, impegnato a organizzare marce e raduni a favore della proroga dell’attuale regime il più a lungo possibile.

Altri possibili candidati alla presidenza del Mali sono Ibrahima Diawara, vice presidente dell’associazione degli imprenditori maliani; Seydou Coulibaly, capo della società di consulenza ingegneristica CIRAS; e l’uomo d’affari Aliou Boubacar Diallo, che arrivò terzo alle elezioni presidenziali del 2018. Secondo i media maliani, infine, i militari potrebbero anche decidere di candidare il generale in pensione Moussa Sinko Coulibaly o il banchiere Mamadou Igor Diarra.

Sarà interessante, a questo punto, verificare se effettivamente la giunta militare avrà la forza sufficiente, oltre agli argomenti, per determinare autonomamente la data delle elezioni sottraendosi alle pressioni. Ciò significherebbe che davvero, in quella parte di Africa, gli equilibri geopolitici sono mutati. 

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Il Mali in rivolta contro il neocolonialismo francese

Un’analisi delle ragioni

La situazione venutasi a creare in Mali dopo il recente colpo di stato militare testimonia la crisi dell’influenza francese in Africa. Un’ulteriore conferma è rappresentatoa dal recente intervento tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal primo ministro della nuova giunta militare Choguel Kokalla Maïga che ha ammesso che il suo paese è stato costretto a rivolgersi alla compagnia militare privata russa Wagner dopo il ritiro della Francia.

“L’annuncio unilaterale del ritiro dei militari dell’Operazione Barkhane ha rappresentato un tradimento dei legami che univano l’ONU, il Mali e la Francia nella lotta in prima linea contro quegli elementi impegnati a destabilizzare il paese”, ha dichiarato il premier maliano il 25 settembre, quinto giorno dell’Assemblea Generale dell’ONU.
Di questa “nuova situazione” si è dovuto fare carico il nuovo governo che svilupperà tutto quanto necessario “per garantire il maggior livello di sicurezza possibile, in modo autonomo o con l’aiuto di altri partner, al fine di garantire alla popolazione un futuro migliore, che va raggiunto ad ogni costo”, ha aggiunto.

E mentre Choguel Kokalla Maïga pronunciava il suo discorso, lo stesso ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, dava conferma che le autorità maliane si erano rivolte a una “compagnia militare privata russa” per ripristinare l’ordine nel paese.

Nel frattempo, mercoledì 22 settembre si era svolta a Bamako, la capitale del Mali, una grossa manifestazione di piazza con migliaia di persone che protestavano contro l’interferenza francese negli affari interni del paese, proprio mentre più intensa si faceva la pressione internazionale nei confronti del nuovo leader militare, il colonnello Assimi Goïta, per dissuaderlo dal concludere l’accordo con il Gruppo Wagner.

Alla guida della folla c’era il noto panafricanista Kemi Seba con la richiesta di ritirare immediatamente le truppe francesi dal paese: “L’ultima fase della decolonizzazione è iniziata”, ha commentato su Twitter.

“Preferiamo i russi agli occidentali, ma preferiamo gli africani ai russi”, ha precisato poi Seba nel corso di una conferenza stampa a Bamako.

Il possibile arrivo dei russi in Mali era già stato anticipato a metà settembre dalla Reuters. La reazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e del ministro della Difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, non si era fatta attendere e i due avevano immediatamente definito l’ipotesi “inaccettabile”. Anche il capo della diplomazia europea, Sulla stessa lunghezza d’onda era intervenuto anche Josep Borrell, capo della diplomazia europea. Il 20 settembre, il ministro della Difesa francese, Florence Parly, si è recata a Bamako, minacciando di sospendere gli aiuti al Mali nella lotta al terrorismo nel caso in cui fossero arrivati i russi. Eppure, come hanno dimostrato le proteste di Hu e le dichiarazioni ufficiali della leadership maliana, tutti i tentativi europei sono caduti nel vuoto.

Al contrario, il nuovo governo del Mali ha risposto alle pressioni affermando categoricamente che non permetterà “A nessuno Stato straniero di intromettersi nelle proprie scelte e tantomeno di decidere con quali partner collaborare “.

L’insoddisfazione in Mali e nelle altre ex colonie nei confronti della Francia e del suo atteggiamento neocoloniale è in forte aumento negli ultimi mesi. I movimenti panafricanisti considerano Parigi il principale ostacolo allo sviluppo del continente: l’opinione pubblica locale accusa la Francia di estrarre illegalmente uranio e oro in Mali, di saccheggiare le risorse naturali africane e di imporre il franco CFA come strumento di signoraggio economico.

Accuse che in Italia non sono affatto sconosciute e dove, anzi, vari esponenti politici negli ultimi anni hanno messo in guardia su come l’atteggiamento transalpino nei confronti dell’Africa possa essere disastroso per l’Europa.

In particolare la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è più volte intervenuta su questo tema affermando ripetutamente che la politica francese in Africa danneggia gli africani e la stessa Europa. In particolare, lo scorso marzo, intervenendo alla conferenza “L’Africa perduta. Instabilità, sfruttamento e interessi geopolitici in un continente dimenticato”, la Meloni ha sottolineato che:

“L’Africa, a differenza di quello che si pensa, è un continente ricchissimo di materie prime, nonostante sia il più povero del mondo. Ad esempio, società di proprietà dello Stato francese sono presenti in pianta stabile in Niger, dove sono concentrate gran parte delle riserve di uranio di tutto il pianeta. La multinazionale francese estrae uranio e lo porta in Patria per alimentare le centrali nucleari. Con l’uranio del Niger il governo di Parigi riesce a soddisfare un terzo del fabbisogno energetico nazionale e il 90% dei nigerini non ha nemmeno l’energia elettrica. In più, nei villaggi dove viene estratta questa preziosa risorsa, si beve acqua radioattiva e si coltiva su un terreno avvelenato dagli acidi”.

Secondo Giorgia Meloni, inoltre, “il saccheggio delle risorse africane non solo espropria i popoli della loro ricchezza ma causa ulteriore desertificazione, alimenta i conflitti tribali su cui si insinua come una serpe il fondamentalismo islamico, provoca i flussi migratori che non fanno bene né all’Africa né all’Europa”

In altre circostanze, la leader della destra italiana, aveva anche rimarcato come per gestire i flussi migratori “la soluzione non è prendere gli africani e spostarli in Europa ma liberare l’Africa da certi europei, come i francesi, che la sfruttano”.

Ma la Meloni non è l’unico esponente politico del nostro paese ad aver criticato l’approccio politico allo scenario africano nel recente passato. Nel 2019, per esempio, l’attuale titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, affermò che l’Unione europea “dovrebbe sanzionare tutti quei paesi come la Francia che stanno impoverendo gli stati africani”

Matteo Salvini, da parte sua, nei mesi trascorsi al Viminale aveva evidenziato come tra le molte cause all’origine del problema migranti, un ruolo preminente lo avesse la circostanza che “c’e’ chi va in Africa non a creare sviluppo ma a sottrarre ricchezza a quei popoli e a quel continente. La Francia evidentemente è tra questi, l’Italia no”.

Anche in Africa centrale, in sostanza, Parigi si è mossa nell’ultimo decennio come un elefante in una cristalleria, producendo disordine, anarchia e diffidenza nelle popolazioni, con risultati disastrosi per l’Europa, come, peraltro, era già avvenuto in Libia, con gli effetti negativi che sono ancora sotto gli occhi di tutti. Il conseguente sgretolarsi dell’egemonia francese nella Françafrique sta aprendo le porte all’influenza non solo russa, ma anche cinese e turca, come dimostrano proprio i recenti avvenimenti in Mali. E da questi paesi dipenderà sempre più l’evoluzione del fianco meridionale europeo e la gestione dei flussi migrantori e delle molteplici tensioni sociali, economiche e politiche che attraversano il continente africano.