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Economia: Marocco cresce del 5%

E’ il primo paese della zona MENA

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede una crescita per l’economia mondiale del 5,9% nel 2021 e del 4,9% nel 2022. Per il Marocco le previsioni sono state riviste al rialzo. Il paese realizzerà quest’anno la migliore performance della regione MENA. Un risultato ascrivibile alla gestione efficace della pandemia.

Riviste al rialzo le previsioni per le economie avanzate: le revisioni riflettono gli sviluppi della pandemia e i cambiamenti nel sostegno politico.

Il Marocco ha fatto un grande sforzo per combattere la pandemia da Covid. Al 12 ottobre, più di 23 milioni di persone sono state vaccinate, di cui più di 21 milioni che hanno ricevuto due dosi. Immunizzare le persone contro il virus significa anche immunizzare l’economia dai colpi duri.

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La sicurezza energetica dell’Italia è in bilico

I problemi energetici e migratori dell’Europa sono esacerbati dalla Turchia

La sicurezza dell’Europa (e dell’Italia) in termini di approvvigionamento di petrolio e gas è sempre più precaria. Le elezioni presidenziali e parlamentari che avranno presto luogo in Libia potrebbero confermare oppure smentire questo quadro geopolitico, ciò che è certo è che le nuove autorità potrebbero trovarsi a dipendere da Ankara, e con loro anche l’Europa.

Il settore energetico della Libia

La Libia è un fornitore chiave di carburante e gas per l’Italia e altri paesi europei. L’ENI Corporation è il più grande attore nel business energetico della Libia, e per l’Italia è fondamentale continuare ed espandere la cooperazione. Il recente incontro a Tripoli, tra l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi con il primo ministro del Governo di Unità Nazionale della Libia, Abdul Hamid Dbeibeh, dimostra quanto la questione sia prioritaria per l’Italia e l’Europa. Durante l’incontro hanno concordato che l’azienda italiana massimizzerà la produzione di gas in Libia.

Tuttavia, è chiaro che le questioni energetiche sono strettamente legate al successo della diplomazia. La politica estera del nuovo governo libico appare, al momento, totalmente imprevedibile, causando non poco nervosismo nei leader di quei paesi che – a livello energetico – si appoggiano alla Libia.

Tra tutte le ipotesi, lo scenario peggiore si verificherebbe se il nuovo presidente e il Parlamento fossero molto vicini alla Turchia. Ankara, che aumenta la sua influenza attraverso il governo di unità nazionale e le reti locali dei Fratelli Musulmani, potrebbe quindi intaccare fortemente gli interessi dell’Italia. L’Italia si troverebbe costretta a esportare il petrolio dalla Libia o dall’Azerbaigian attraverso la Turchia (passando per il Gasdotto Trans Adriatico).

La seconda opzione è la più instabile che si possa immaginare: in caso di dissidi nelle relazioni diplomatiche con la Turchia, a essere colpito immediatamente sarebbe proprio il comparto energia, con grave danno per l’Italia. Soprattutto considerando l’aumento dei prezzi dell’energia in Europa, una simile eventualità sarebbe disastrosa.

Perché la cooperazione Turchia-Libia è pericolosa?

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è affermato come un leader astuto con ambizioni neo-ottomane, che ha molto spinto per introdurre i propri militari all’interno di Stati vicini, considerati strategici, soprattutto quando questi sono in una situazione di forte instabilità politica. La Turchia, infatti, non ha mai ritirato i militari e i mercenari dalla Siria dalla Libia, neanche dopo i negoziati internazionali delle Nazioni Unite.

Il Ministero della Difesa turco ha detto che il Paese continuerà la cooperazione in materia di sicurezza secondo quanto stabilito da un precedente memorandum.

Non è la prima volta che l’Europa sente un simile ultimatum dalla Turchia. La Turchia ha ripetutamente ignorato le raccomandazioni e gli accordi relativi alla sicurezza e alla fornitura di armi in questi scenari. Erdogan ha anche fatto leva sull’Unione Europea giocando sulla questione della migrazione di massa quando ha minacciato di rilasciare tutti i clandestini diretti verso le coste europee.

Le prossime elezioni in Libia potrebbero rivelarsi drammatiche per l’Europa se la posizione filo-turca delle autorità si rafforza. Per ora, il governo provvisorio del GUN ha già arruolato il sostegno turco. Inoltre, i rappresentanti di organizzazioni radicali come i Fratelli Musulmani – per esempio, il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khalid Almishri – stanno collaborando con Ankara.

Se la tendenza continua, il nuovo governo in Libia sarà filo-turco, la Turchia, attraverso le sue reti islamiste, sarà in grado di influenzare le decisioni chiave sui bilanci, i grandi contratti e le consegne, nonché di influenzare la situazione politica interna del Paese nordafricano. L’Italia diventerà un facile ostaggio della questione energetica a causa della Turchia.

Il destino della Libia

Secondo le informazioni attuali, le elezioni presidenziali in Libia avranno luogo il 24 dicembre, mentre le elezioni parlamentari sono già state rinviate a gennaio. La situazione rimane instabile, con le varie frange del potere che già litigano tra loro. Per esempio, il GUN è già diffidato dalla popolazione locale – il 21 settembre, in presenza del suo leader (Agila Saleh) la Camera dei rappresentanti ha approvato un voto di sfiducia al governo di Abdel Hamid Dbeibeh. I parlamentari hanno accusato il GUN di aver stipulato contratti che non erano stati concordati e che potrebbero portare a grandi debiti esterni, così come di aver sottratto grandi somme dal bilancio non approvato.

In un tale ambiente, attori esterni come la Turchia potrebbero facilmente influenzare la destabilizzazione del Paese. A sua volta, le conseguenze di un simile scenario minacciano in primo luogo la stessa Libia: dividendo di nuovo il paese “a metà” e in fazioni separate con i propri interessi). La mancanza di cooperazione internazionale provocherebbe anche un’altra ondata di migrazione incontrollata verso l’Europa.

Gli incontri di Ginevra dei giorni 6-8 ottobre hanno riguardato il ritiro delle truppe straniere dalla Libia. La Turchia sta ovviamente ignorando quanto stabilito dal Comitato militare congiunto 5+5 perché non è interessata alla pacificazione, ma all’ulteriore ottomanizzazione della regione nordafricana. Se l’influenza di Ankara dovesse aumentare, chiunque diventerà il prossimo presidente (anche Khalifa Haftar) sarà condannato ad essere pro-turco o almeno a fare i conti con i diktat della Turchia, ostaggio dei mercenari che Erdogan mantiene sul territorio.

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Marocco: il premier Akhannouch forma il nuovo governo

Un governo giovane, progressista, composto esclusivamente da competenti per attuare la strategia di sviluppo del Paese del Re Mohammed VI

Il premier incaricato del governo marocchino, Aziz Akhannouch, uscito vincitore dalle elezioni politiche dell’8 settembre scorso, ha presentato il suo nuovo governo dopo che i ministri proposti sono stati ricevuti dal re Mohammed VI.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa marocchina “Map”, ad accogliere oggi il nuovo esecutivo, composto da 24 ministri tra cui ci sono 7 donne, oltre al monarca era presente il principe ereditario, Moulay El Hassan. La cerimonia si è svolta nel palazzo reale di Fez.

Oltre al premier Akhannouch ci sono delle conferme rispetto al precedente esecutivo, come il ministro dell’Interno, Abdelouafi Laftit, degli Esteri Nasser Bourita, e degli Affari islamici Ahmed Toufiq, ma anche delle novità come la giovane Nadia Fettah Alaoui che passa da ministro del Turismo a ministro dell’Economia.

Il governo di Akhannouch

Si tratta infatti di un governo giovane, progressista, composto esclusivamente da persone competenti. Un governo capace di attuare la strategia di sviluppo del Paese e la marcia verso l’emersione economica guidata dal re Mohammed VI. Gli altri ministri sono: Abdellatif Ouahbi ministro della Giustizia; Mohamed Hajoui Segretario Generale del Governo; Nizar Baraka ministro delle Attrezzature e dell’acqua; Chakib Benmoussa ministro dell’Educazione Nazionale, della Scuola Materna e dello Sport; Nabila Rmili ministro della Salute e della Protezione Sociale; Fatima Ezzahra El Mansouri, ministro della Pianificazione Nazionale del Territorio, dell’Urbanistica, dell’Abitazione e delle Politiche Urbane; Mohamed Sadiki ministro dell’Agricoltura, della pesca marittima, dello sviluppo rurale e dell’acqua e delle foreste; Younes Sekkouri ministro dell’inclusione Economica, delle piccole imprese, dell’occupazione e delle competenze; Ryad Mezzour ministro dell’Industria e del Commercio; Fatim-Zahra Ammor ministro del Turismo, dell’Artigianato e dell’Economia Sociale e Solidale; Abdellatif Miraoui ministro dell’Istruzione Superiore, della Ricerca Scientifica e dell’Innovazione; Leila Benali ministro della Transizione energetica e dello sviluppo sostenibile; Mohamed Abdeljalil ministro dei Trasporti e della logistica; Mohamed Mehdi Bensaid, ministro della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione; Aouatif Hayar, ministro della Solidarietà, dell’Inclusione Sociale e della Famiglia; Abdellatif Loudiyi, ministro delegato presso il Capo del governo responsabile dell’amministrazione della Difesa nazionale; Mohcine Jazouli, ministro delegato presso il Capo del governo incaricato degli investimenti, della convergenza e della valutazione delle politiche pubbliche; Faouzi Lekjaa ministro delegato presso il Ministro dell’Economia e delle Finanze, responsabile del Bilancio; Mustapha Baitas ministro delegato presso il Capo del governo incaricato dei rapporti con il Parlamento, portavoce del governo; Ghita Mezzour, ministro delegato presso il Capo del governo incaricato della transizione digitale e della riforma amministrativa. I segretari di Stato in alcuni dipartimenti ministeriali saranno nominati in seguito.

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Elezioni in Mali: la partita si gioca sulla convocazione

La Francia non sembra avere intenzione di mollare la sua presa sul Mali dopo il colpo di stato del maggio scorso. Lo testimonia il tenore dell’intervento del delegato di Parigi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che lo scorso 27 settembre ha intimato alle autorità maliane di rispettare la scadenza elettorale prevista per il 27 febbraio 2022.

Il ministro della Difesa francese Florence Parly, da parte sua, si è spinto ancora più oltre, accusando l’attuale capo del governo del Mali, Choguel Kokalla Maiga di ipocrisia, malafede e indecenza.

Precedentemente il premier maliano aveva ipotizzato di rinviare le elezioni presidenziali e parlamentari fissate per febbraio prossimo proprio allo scopo di evitare contestazioni sulla loro regolarità. Maiga aveva anche contestato alla Francia di aver “abbandonato” il paese al suo destino nel bel mezzo di un conflitto civile e che il governo della giunta militare da lui guidato avrebbe cercato altri partner, anche “privati”, per fronteggiare la situazione.

A chiarire il reale significato delle parole del primo ministro maliano era quindi intervenuto il responsabile della politica estera di Mosca Sergei Lavrov che aveva annunciato il raggiungimento di un accordo tra il Mali e una Private Military Company (PMC) russa per proseguire la lotta al terrorismo, confermando quanto riferito dall’agenzia Reuters sul coinvolgimento della PMC Wagner, già presente da tempo e con forza nella Repubblica Centrafricana.

Il nodo elezioni

Dopo il rovesciamento nell’agosto di un anno fa del Presidente della Repubblica filofrancese Ibrahim Boubacar Keita da parte dei militari maliani, le relazioni tra Bamako e Parigi si sono rapidamente deteriorate. Nel giugno 2021, dopo il nuovo golpe della fine di maggio 2021, il Presidente Emmanuel Macron ha annunciato la sua intenzione di ritirare la missione militare francese antiterrorismo dal Mali. Contestualmente la Francia e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), molto condizionata da Parigi, hanno cominciato ad esercitare pressioni, sia diplomatiche che economiche, sul Mali affinchè venissero indette nuove elezioni “democratiche” il più rapidamente possibile. L’obiettivo evidente era ottenere il più velocemente possibile la caduta della nuova giunta militare, indebolendone la capacità di interdizione militare rispetto ai gruppi ribelli e scatenando il malcontento popolare.

Proprio le pressioni interne ed esterne avevano indotto nel settembre 2020 i militari maliani a varare la Carta di transizione del Mali, un documento paracostituzionale che definiva i poteri e la durata del governo provvisorio. Il documento era il frutto di un compromesso politico tra i militari e l’opposizione rappresentata dal Movimento 5 giugno-Raggruppamento delle forze patriottiche (M5-RFP), raggiunto grazie alla pesante moral suasion dell’ECOVAS.

L’arrivo del Gruppo Wagner nel paese, però, sembra aver aumentato la capacità negoziale dei militari rispetto all’ex potenza coloniale, al punto che essi sentono di poter disporre di un più ampio margine di manovra e di potersi sottrarre agli impegni presi in precedenza, a cominciare dal nodo elettorale. Il governo maliano rivendica adesso la propria libertà di decidere autonomamente quando fissare la data delle elezioni, in base allo stato dell’ordine pubblico del paese, e di cambiare significativamente le stesse regole in base alle quali svolgerle.

Chi può concorrere alla carica di presidente?

Aggirando il testo della Carta di transizione del Mali, l’attuale Capo dello Stato provvisorio, Assimi Goïta, sarebbe intenzionato a candidarsi alla carica di Presidente della Repubblica.

Stando alla lettera della Carta di transizione, in base all’articolo 9 agli attuali presidente e vicepresidente ad interim non sarebbe consentito candidarsi alle elezioni che dovranno svolgersi al termine del “periodo di transizione”.

I membri dell’attuale governo, però, contestano questo dispositivo per due motivi.

Il primo concerne l’incostituzionalità della stessa Carta di transizione, che viola la Costituzione ufficiale del Mali, tuttora vigente. In particolare la Carta di transizione contravverrebbe all’articolo 121 della Costituzione della Repubblica del Mali varata nel 1992, secondo cui “il fondamento di ogni autorità nella Repubblica del Mali risiede nella Costituzione”, nonché all’articolo 26, il quale sancisce che la fonte della sovranità nazionale è il popolo, laddove la Carta di transizione non è stata approvata dai cittadini.

Inoltre la Carta di transizione ha la pretesa di porsi al di sopra della stessa Costituzione, ma questa non prevede la possibilità di dotarsi di strumenti giuridici che deroghino dalla Costituzione. La circostanza in virtù della quale la Carta di transizione è stata adottata con il consenso di una cerchia ristretta di individui, senza che essa fosse seguita da una consultazione popolare, sarebbe in contraddizione secondo il governo attuale, anche con l’articolo 26 della Costituzione, che sancisce che “la Costituzione deve essere rispettata in ogni circostanza”.

Pertanto, proprio in quanto incostituzionale, la Carta di transizione non avrebbe l’autorità per limitare i diritti dei cittadini del Mali, compresi quelli del colonnello Assimi Goïta. La Costituzione della Repubblica del Mali del 1992 non essendo stata (né potendo essere) abrogata dalla Carta di transizione, renderebbe nulle tutte le disposizioni contenute in questo documento in palese contraddizione con il testo costituzionale. Un argomento in virtù del quale i membri della giunta militare considerano incostituzionale, e quindi giuridicamente nulla, la limitazione del diritto di voto passivo del Capo dello Stato dell’attuale periodo di transizione.

Il secondo motivo in base al quale viene contestato l’articolo 9 della Carta di transizione ha invece a che fare con principi giuridici più generali, in base ai quali il futuro Capo dello Stato dovrebbe non solo essere dotato dei requisiti legali per assumere la carica, ma anche possedere la legittimità per esercitare il ruolo, volendo aderire al lessico di uno dei più grandi giuristi del XX secolo, il tedesco Carl Schmitt. Dovrebbe, in sostanza, essere provvisto del consenso effettivo della popolazione, o della maggioranza di essa. In questo momento, il colonnello Goïta è oggettivamente una delle poche figure di spicco della scena politica maliana e impedirgli di candidarsi comprometterebbe la legittimità, in senso schmittiano, delle future istituzioni del paese, in quanto l’articolo 9 della Carta di transizione impedirebbe al popolo del Mali di esercitare pienamente la propria sovranità nella scelta del Capo dello Stato. Pertanto l’incandidabilità del colonnello Assimi Goïta a presidente del Mali sarebbe illegittimo e illegale.

Gli altri contendenti

Assimi Goïta non è, però, l’unica figura popolare in Mali. L’esito della competizione elettorale dipenderà dal sostegno delle personalità politiche economiche e religiose della società maliana in grado di influenzare, per ragioni tribali o di clan, le scelte della popolazione, così come l’eventuale decisione di rinviare le elezioni fino a quando l’ordine sarà pienamente ripristinato.

Un personaggio molto popolare, ad esempio, è l’imam Mahmoud Dicko, un leader religioso di orientamento salafita che ha avuto un ruolo enorme nell’organizzazione delle proteste contro l’estromissione di Ibrahim Boubacar Keita, che aveva guidato il primo golpe nell’agosto dello scorso anno, e che ha promosso una consultazione sull’estensione del regime militare.

Gode di largo seguito anche il leader sufi Mohammad Maoulah Bouyé Haïdara, impegnato a organizzare marce e raduni a favore della proroga dell’attuale regime il più a lungo possibile.

Altri possibili candidati alla presidenza del Mali sono Ibrahima Diawara, vice presidente dell’associazione degli imprenditori maliani; Seydou Coulibaly, capo della società di consulenza ingegneristica CIRAS; e l’uomo d’affari Aliou Boubacar Diallo, che arrivò terzo alle elezioni presidenziali del 2018. Secondo i media maliani, infine, i militari potrebbero anche decidere di candidare il generale in pensione Moussa Sinko Coulibaly o il banchiere Mamadou Igor Diarra.

Sarà interessante, a questo punto, verificare se effettivamente la giunta militare avrà la forza sufficiente, oltre agli argomenti, per determinare autonomamente la data delle elezioni sottraendosi alle pressioni. Ciò significherebbe che davvero, in quella parte di Africa, gli equilibri geopolitici sono mutati. 

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Il Mali in rivolta contro il neocolonialismo francese

Un’analisi delle ragioni

La situazione venutasi a creare in Mali dopo il recente colpo di stato militare testimonia la crisi dell’influenza francese in Africa. Un’ulteriore conferma è rappresentatoa dal recente intervento tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal primo ministro della nuova giunta militare Choguel Kokalla Maïga che ha ammesso che il suo paese è stato costretto a rivolgersi alla compagnia militare privata russa Wagner dopo il ritiro della Francia.

“L’annuncio unilaterale del ritiro dei militari dell’Operazione Barkhane ha rappresentato un tradimento dei legami che univano l’ONU, il Mali e la Francia nella lotta in prima linea contro quegli elementi impegnati a destabilizzare il paese”, ha dichiarato il premier maliano il 25 settembre, quinto giorno dell’Assemblea Generale dell’ONU.
Di questa “nuova situazione” si è dovuto fare carico il nuovo governo che svilupperà tutto quanto necessario “per garantire il maggior livello di sicurezza possibile, in modo autonomo o con l’aiuto di altri partner, al fine di garantire alla popolazione un futuro migliore, che va raggiunto ad ogni costo”, ha aggiunto.

E mentre Choguel Kokalla Maïga pronunciava il suo discorso, lo stesso ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, dava conferma che le autorità maliane si erano rivolte a una “compagnia militare privata russa” per ripristinare l’ordine nel paese.

Nel frattempo, mercoledì 22 settembre si era svolta a Bamako, la capitale del Mali, una grossa manifestazione di piazza con migliaia di persone che protestavano contro l’interferenza francese negli affari interni del paese, proprio mentre più intensa si faceva la pressione internazionale nei confronti del nuovo leader militare, il colonnello Assimi Goïta, per dissuaderlo dal concludere l’accordo con il Gruppo Wagner.

Alla guida della folla c’era il noto panafricanista Kemi Seba con la richiesta di ritirare immediatamente le truppe francesi dal paese: “L’ultima fase della decolonizzazione è iniziata”, ha commentato su Twitter.

“Preferiamo i russi agli occidentali, ma preferiamo gli africani ai russi”, ha precisato poi Seba nel corso di una conferenza stampa a Bamako.

Il possibile arrivo dei russi in Mali era già stato anticipato a metà settembre dalla Reuters. La reazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e del ministro della Difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, non si era fatta attendere e i due avevano immediatamente definito l’ipotesi “inaccettabile”. Anche il capo della diplomazia europea, Sulla stessa lunghezza d’onda era intervenuto anche Josep Borrell, capo della diplomazia europea. Il 20 settembre, il ministro della Difesa francese, Florence Parly, si è recata a Bamako, minacciando di sospendere gli aiuti al Mali nella lotta al terrorismo nel caso in cui fossero arrivati i russi. Eppure, come hanno dimostrato le proteste di Hu e le dichiarazioni ufficiali della leadership maliana, tutti i tentativi europei sono caduti nel vuoto.

Al contrario, il nuovo governo del Mali ha risposto alle pressioni affermando categoricamente che non permetterà “A nessuno Stato straniero di intromettersi nelle proprie scelte e tantomeno di decidere con quali partner collaborare “.

L’insoddisfazione in Mali e nelle altre ex colonie nei confronti della Francia e del suo atteggiamento neocoloniale è in forte aumento negli ultimi mesi. I movimenti panafricanisti considerano Parigi il principale ostacolo allo sviluppo del continente: l’opinione pubblica locale accusa la Francia di estrarre illegalmente uranio e oro in Mali, di saccheggiare le risorse naturali africane e di imporre il franco CFA come strumento di signoraggio economico.

Accuse che in Italia non sono affatto sconosciute e dove, anzi, vari esponenti politici negli ultimi anni hanno messo in guardia su come l’atteggiamento transalpino nei confronti dell’Africa possa essere disastroso per l’Europa.

In particolare la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, è più volte intervenuta su questo tema affermando ripetutamente che la politica francese in Africa danneggia gli africani e la stessa Europa. In particolare, lo scorso marzo, intervenendo alla conferenza “L’Africa perduta. Instabilità, sfruttamento e interessi geopolitici in un continente dimenticato”, la Meloni ha sottolineato che:

“L’Africa, a differenza di quello che si pensa, è un continente ricchissimo di materie prime, nonostante sia il più povero del mondo. Ad esempio, società di proprietà dello Stato francese sono presenti in pianta stabile in Niger, dove sono concentrate gran parte delle riserve di uranio di tutto il pianeta. La multinazionale francese estrae uranio e lo porta in Patria per alimentare le centrali nucleari. Con l’uranio del Niger il governo di Parigi riesce a soddisfare un terzo del fabbisogno energetico nazionale e il 90% dei nigerini non ha nemmeno l’energia elettrica. In più, nei villaggi dove viene estratta questa preziosa risorsa, si beve acqua radioattiva e si coltiva su un terreno avvelenato dagli acidi”.

Secondo Giorgia Meloni, inoltre, “il saccheggio delle risorse africane non solo espropria i popoli della loro ricchezza ma causa ulteriore desertificazione, alimenta i conflitti tribali su cui si insinua come una serpe il fondamentalismo islamico, provoca i flussi migratori che non fanno bene né all’Africa né all’Europa”

In altre circostanze, la leader della destra italiana, aveva anche rimarcato come per gestire i flussi migratori “la soluzione non è prendere gli africani e spostarli in Europa ma liberare l’Africa da certi europei, come i francesi, che la sfruttano”.

Ma la Meloni non è l’unico esponente politico del nostro paese ad aver criticato l’approccio politico allo scenario africano nel recente passato. Nel 2019, per esempio, l’attuale titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, affermò che l’Unione europea “dovrebbe sanzionare tutti quei paesi come la Francia che stanno impoverendo gli stati africani”

Matteo Salvini, da parte sua, nei mesi trascorsi al Viminale aveva evidenziato come tra le molte cause all’origine del problema migranti, un ruolo preminente lo avesse la circostanza che “c’e’ chi va in Africa non a creare sviluppo ma a sottrarre ricchezza a quei popoli e a quel continente. La Francia evidentemente è tra questi, l’Italia no”.

Anche in Africa centrale, in sostanza, Parigi si è mossa nell’ultimo decennio come un elefante in una cristalleria, producendo disordine, anarchia e diffidenza nelle popolazioni, con risultati disastrosi per l’Europa, come, peraltro, era già avvenuto in Libia, con gli effetti negativi che sono ancora sotto gli occhi di tutti. Il conseguente sgretolarsi dell’egemonia francese nella Françafrique sta aprendo le porte all’influenza non solo russa, ma anche cinese e turca, come dimostrano proprio i recenti avvenimenti in Mali. E da questi paesi dipenderà sempre più l’evoluzione del fianco meridionale europeo e la gestione dei flussi migrantori e delle molteplici tensioni sociali, economiche e politiche che attraversano il continente africano.

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Africa: l’hub del narcotraffico diretto in Europa

Anche per colpa dell’Europa

Sono sempre più evidenti gli effetti negativi della presenza francese in Africa. Non soltanto le ex colonie di Parigi continuano ad essere dipendenti economicamente e finanziariamente dalla Francia, ma, ciò che è più grave, questa mostra serie difficoltà a garantire la sicurezza nella regione.

Una serie di fatti recenti, ad esempio, dimostrano come esista un legame diretto tra le crescenti minacce terroristiche in Africa e l’aumento dei volumi del traffico di stupefacenti (cocaina, eroina, metanfetamine, ecc) diretto, attraverso il continente nero, in Europa.

I legami tra droga e jihad

La presenza di truppe straniere in Africa non è riuscita a ridurre il numero di cellule terroristiche e fondamentaliste: al contrario, negli ultimi tempi il numero di attacchi è considerevolmente aumentato, soprattutto nell’area del Sahel. Nonostante una presenza militare sempre più consistente di paesi europei (soprattutto Francia e Gran Bretagna), Stati Uniti e organizzazioni internazionali, le insurrezioni di marca jihadista aumentano e i gruppi islamisti si sono notevolmente rafforzati.

In virtù del suo passato coloniale, la Francia continua ad essere uno degli attori principali dello scenario africano, ma la sua capacità di influenza va attenuandosi con il trascorrere del tempo. Se prima la presenza militare di Parigi era percepita come un fattore di stabilizzazione del contesto, con effetti persino positivi per le popolazioni, oggi l’armée viene vista esclusivamente come un’odiosa forza di occupazione.

Lo stesso concetto di Françafrique che un tempo legittimava l’egemonia francese in una logica di aiuto e protezione, è oggi al contrario sempre più inteso dall’opinione pubblica locale come un paradigma esclusivamente neo-coloniale. L’anarchia monta e con essa prosperano bande e cellule jihadiste sempre più incontrollabili.

Lo scorso 12 settembre in Mali dei banditi hanno aggredito impunemente alcuni camionisti marocchini mentre ad agosto un’organizzazione jihadista in Burkina Faso ha ucciso 47 persone (di cui 30 civili). Sono solo due esempi recenti, ma gli episodi analoghi si susseguono senza che le truppe straniere costituiscano un credibile deterrente.

In un contesto così instabile a prosperare non sono soltanto la violenza e il terrorismo, ma anche il business della droga. La condizione di arretratezza in cui versano le ex colonie francesi ha favorito il diffondersi della corruzione e del radicalismo, che trovano terreno fertile in un contesto con tassi altissimi di povertà e disoccupazione, dove i giovani quando non emigrano, finiscono facilmente per dedicarsi ad attività illegali e all’uso di sostanze stupefacenti. Allo stesso tempo è molto forte la contiguità tra gruppi terroristici e produttori di droga e narcotrafficanti.

Da tempo l’ONU ha lanciato l’allarme a proposito dell’aumento della produzione e del transito di sostanze illecite in Africa diretto verso l’Europa. Secondo gli esperti la situazione si è aggravata con la campagna militare francese del 2013, mentre i blocchi causati dalla pandemia di COVID-19 non hanno affatto ridotto l’attività dei trafficanti, che semmai l’hanno addirittura intensificata.

Le cifre del fenomeno

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, 275 milinioni di persone l’anno scorso hanno fatto uso di sostanze stupefacenti, il 22% in più rispetto al 2010.

L’ONU prevede che entro il 2030 il numero dei tossicodipendenti aumenterà di un ulteriore 11%, il 40% del quale sarà costituito da africani. Secondo gli analisti negli ultimi anni le reti di fornitori di cocaina in Europa sono diventate più efficienti e il numero di spedizioni è significativamente aumentato come dimostra un altro rapporto delle Nazioni Unite.

Alcune zone dell’Africa oltre ad essere aree di transito, a causa dell’abbondanza del prodotto disponibile, stanno diventando anche aree di consumo di cocaina: una parte di questa passa attraverso l’Africa occidentale e la costa atlantica, il resto viaggia verso il Nord Africa diretto verso il Mediterraneo.

Le rotte proibite dell’Africa

Sebbene stia intensificando la propria capacità produttiva, l’Africa, come detto, continua ad essere soprattutto una zona di transito in cui viene stoccata la droga proveniente dal Sud America in attesa di essere trasferita verso l’Europa, dove risiede il grosso dei consumatori finali. Le sostanze principali (come la cocaina) provengono da Colombia, Bolivia e Perù attraverso i porti di Brasile, Venezuela ed Ecuador.

Una parte consistente della merce proveniente dall’America Latina arriva in Senegal, Guinea, Guinea-Bissau e Costa d’Avorio prima di giungere a Bamako, nel Mali, dove viene presa in carico dagli islamisti locali, che a loro volta la rivendono ai narcotrafficanti del posto.

Come è possibile evincere dalle mappe elaborate dagli esperti dell’ONU, nel 2020, rispetto all’anno precedente, importanti sequestri di droga sono stati effettuati in nuovi paesi, tra cui Nigeria, Camerun, Angola, Zimbabwe e altri, segno che il raggio d’azione dei trafficanti si va allargando a macchia d’olio, mentre Conakry, la capitale della Guinea, continua ad essere uno dei santuari del narcotraffico del continente.

Una delle principali rotte di transito attraverso cui gli stupefacenti dall’Africa giungono in Europa è quella che passa per la Libia (e per l’Egitto), completamente in preda al caos dopo la fine del regime del colonnello Gheddafi. La Libia è stata una zona di transito per la droga sin dagli anni ’90, ma dopo il 2011 questo business è letteralmente esploso, perfettamente inquadrato nelle lotte di potere tra fazioni e clan rivali. Anche qui, come nel Sahel, lo stato di anarchia politica ha favorito l’ascesa di gruppi criminali, che gestiscono i carichi di droga provenienti dall’Algeria meridionale e dal Niger e li spediscono in Europa.

Ma non è solo la cocaina sudamericana ad affluire in Libia attraverso il Mali, anche l’eroina afghana batte gli stessi percorsi, con le città di Sebha e Ubari divenute ormai grandi centri logistici dei contrabbandieri del deserto diretti verso le coste libiche, che altri narcotrafficanti preferiscono invece raggiungere via mare costeggiando il Marocco e l’Algeria.

Dove sono le organizzazioni internazionali?

Di fronte a questi dati è inevitabile chiedersi cosa facciano le organizzazioni internazionali e per quali motivi il loro peacebuilding risulti del tutto inefficace. Uno degli obiettivi espliciti del progetto MINUSMA delle Nazioni Unite, per esempio, era proprio quello di stroncare il narcotraffico africano. Ma come evidenziato dagli autori del rapporto sul traffico di stupefacenti in Mali di The Global Initiative.

MINUSMA si è rivelato un fallimento. Inoltre lo stesso personale dell’organizzazione è stato ripetutamente accusato di legami con criminali e militanti islamisti.

Il vero problema è la vastità di interessi incofessabili collegati al business del droga, che spesso coinvolge anche politici e uomini d’affari apparentemente puliti. Oltre al traffico illegale, al contrabbando e alle molteplici zone grigie, ci sono numerose aziende farmaceutiche senza scrupoli dell’UE che utilizzano questi prodotti. Il caos politico favorisce, inoltre, l’ingerenza, anche economica, delle vecchie potenze coloniali, senza contare che quella stessa anarchia è il brodo di coltura ideale per le formazioni islamiste, sia per aggregare seguaci, sia soprattutto per finanziarsi attraverso attività e commerci illeciti.

La questione europea

In Europa le principali rotte del traffico di stupefacenti passano attraverso la Spagna, il Portogallo, il Belgio e i Paesi Bassi da dove poi la merce viene distribuita in tutta l’Unione Europea. Società fittizie e grossi pusher si occupano o di consegnarla  alle imprese farmaceutiche impegnate nella produzione di analgesici oppioidi o di venderla pura ai consumatori.

Gli Stati europei non sono in grado di risolvere il problema. Sono in troppi a beneficiare di questo sporco affare. D’altronde una parte rilevante del problema è rappresentata dall’approccio neocolonialista che paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti continuano ad avere nei confronti dell’Africa, depredando risorse e seminando conflitti e anarchia.

Nel giugno di quest’anno il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che le truppe francesi – circa 5.000 uomini- saranno ritirate dall’Africa e chiuse le basi militari nel Sahel. La decisione non sorprende: cresce nella regione un forte sentimento antifrancese, con un alto numero di proteste (in Senegal, Ciad, Mali, Niger, Mauritania ecc.) che chiedono il ritiro della missione militare.

Ordine e pace sono possibili in Africa soltanto se essa troverà partner disponibili a dialogare e ad operare su di un piano di parità e di reciprocità. Il continente cerca alternative e non è un caso se negli ultimi anni diversi Stati africani hanno avviato una forte cooperazione con la Cina (la “Nuova Via della Seta” assicura prestiti ed investimenti), la Russia (assistenza in funzione anti-jihadista, programmi energetici e di implementazione del settore agricolo) e altri. Le classi dirigenti africane dimostrano di essere consapevoli che solo uscendo dalla logica neocolonialista e sviluppando le proprie infrastrutture, potranno riprendere il controllo della situazione, attenuare disordine e illegalità, fornire una prospettiva diversa ai propri giovani, che non sia la tragica scelta tra povertà, violenza o emigrazione.

In ogni caso, il ritiro della Francia dall’Africa aprirà un vuoto che qualcuno cercherà di riempire. Se dovesse riempirlo la Turchia, che da tempo è coinvolta nel ricatto migratorio ai danni dell’Europa, sponsorizza i movimenti islamisti e tende a coprire il traffico di droga libico, i contraccolpi per i paesi del Vecchio Continente sarebbero tutt’altro che positivi.

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Guinea: se la Françafrique perde pezzi

Il recente colpo di stato in Guinea ad opera del tenente colonnello Mamady Doumbouyalo è la dimostrazione che la Francia sta perdendo la sua tradizionale influenza sulle sue ex colonie africane.

Il presidente Condé, deposto lo scorso 5 settembre, avrebbe potuto tranquillamente essere definito un “uomo della Francia”. Recatosi lì per ragioni di studio a soli 15 anni, aveva conseguito la laurea all’Università di Parigi, specializzandosi in sociologia e diritto pubblico, e aveva insegnato alla Sorbonne. Negli anni ’70 era stato accusato di aver infiltrato in Guinea un gruppo di agenti speciali armati allo scopo di effettuare azioni anti-governative con l’appoggio del Portogallo e per questo era stato condannato a morte in contumacia.

Tornato nel suo paese natale negli anni ’90, si era dato alla politica attiva, fondando un proprio partito politico, il Rassemblement du Peuple Guinée, con scarsi risultati in occasione delle elezioni del 1993 e del 1998.

La sua vicenda politica, in realtà, avrebbe potuto ispirare la trama di un film d’azione: un susseguirsi di ribellioni, proteste, arresti, culminato con il reclutamento di mercenari stranieri allo scopo di rovesciare il regime e l’inevitabile ritirata in Francia, dove sarebbe rimasto fino al 2005.

Solo nel 2010 Condé era riuscito finalmente a prendere il potere e diventare presidente, un presidente-monarca in realtà, ottenendo la rielezione nel 2015, anche grazie all’aiuto della società francese Bolloré Group e della sua controllata Havas

Secondo un politico di orientamento panafricanista del Benin, Kemi Seba, il rovesciamento di Condé, “buon amico di Sarkozy e Soros”, va letto come un duro colpo ai danni della Françafrique (https://www.facebook.com/KemiSebaOfficial/posts/391717145656024).

In un post pubblicato sul suo profilo Facebook mercoledì scorso, Kemi Seba ha affermato: “Prego ardentemente (e mi impegno ogni giorno) affinchè tutti i tiranni della regione francofona dell’Africa cadano a uno a uno e con loro la Françafrique”.

Quanto fosse importante per la Francia Condé è testimoniato dall’ampia copertura accordatagli dai media transalpini, che ne seguivano con attenzione le vicende politiche, laddove quelli britannici si sono sempre limitati a trattare dello sviluppo economico legato alla produzione e al commercio di bauxite.

In realtà anche Doumbouyalo, il leader dei golpisti e capo delle forze speciali guineano, è un ex legionario francese rientrato nel suo paese appena tre anni fa, di cui sono subito emersi gli ottimi legami con gli Stati Uniti d’America. Ma il tema vero su cui è utile riflettere è, più in generale l’incapacità che la Francia sta dimostrando a mantenere l’ordine e il controllo nelle sue ex colonie africane.

Sebbene molto vicino alla Francia, Condé aveva ritenuto indispensabile rafforzare la cooperazione economica con altri paesi: aveva creato stretti legami con la Turchia, corroborati da una salda amicizia personale con Erdogan, al punto che Soner Yalçın, commentando i recenti eventi in Guinea sulle colonne di Sözcü (https://www.sozcu.com.tr/2021/yazarlar/soner-yalcin/erdoganin-kardesine-darbe-6634475/), non ha esitato a definirli “un golpe contro il fratello di Erdogan”. Altri accordi assai redditizi erano stati conclusi soprattutto con la Cina (per un giro d’affari da 3 miliardi di dollari l’anno) e con la compagnia russa UC Rusal.

La strategia del presidente si dispiegava su due assi paralleli: da un lato mantenere uno stretto rapporto politico con Parigi, dall’altro esplorare nuove partnership basate principalmente sull’interesse economico.

La necessità di perseguire una simile politica del “doppio binario” testimoniava già di per sé il declino del sistema della Françafrique. A riprova di ciò ci sono le difficoltà incontrate da Bolloré, grande eminenza grigia della Françafrique insieme ai suoi subordinati di Havas, nel far eleggere negli ultimi anni i suoi candidati e i recenti rivolgimenti verificatisi nel Mali e nella Repubblica Centrafricana. Insomma, nuovi attori vanno progressivamente sostituendosi a Parigi nella regione.

Nonostante i legami tessuti con Cina, Turchia e Russia, Condé restava un uomo cresciuto e formatosi in Francia e le sue logiche di potere si intrecciavano con gli interessi geopolitici francesi. Lo stesso parziale discostamento da questi, non certificava altro che la sua necessità di individuare nuovi interlocutori alla luce delle difficoltà di Parigi a proteggere (e controllare) i suoi vassalli. Come si comporterà adesso Doumbouyalo è un enigma tutto da scoprire.

Turchia, Cina e Russia sono, invece, i nuovi protagonisti delle vicende dell’Africa occidentale e centrale un tempo francese. Ma mentre la crescente influenza di Pechino e Mosca non assume contorni particolarmente pericolosi per l’Europa, l’espansione del raggio d’azione turco suscita preoccupazioni: Ankara sta perseguendo una sua politica neo-coloniale fondata essenzialmente sul soft power, nel caso specifico esercitato attraverso l’islamizzazione della popolazione africana in modo da renderla compatibile con una logica imperiale neo-ottomana (il Diyanetİşleri Başkanlığı) e funzionale, al tempo stesso, al ricatto migratorio con cui la Turchia sollecita l’UE ogni volta che necessita di qualcosa.

Ma se la situazione precipitasse ed Erdogan desse seguito alle sue minacce, scatenando i flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, l’Italia sarebbe in grado di sopravvivere a una nuova crisi migratoria?

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Elezioni in Marocco: le prospettive dopo il voto di domani


Giornata di votazioni domani in Marocco. L’8 settembre i cittadini si pronunceranno per il rinnovo del parlamento, dei consigli regionali e di quelli comunali.

Si tratta delle terze elezioni legislative della storia del Marocco dopo la riforma riforma costituzionale introdotta nel 2011, una delle eredità della Primavera araba. Sull’onda di proteste che ha toccato tutti i Paesi del Maghreb, anche il Marocco ha avviato una profonda revisione del proprio sistema di governo, che ha portato a un relativo riequilibrio dei poteri, in particolare riducendo le prerogative del re, Mohammed VI. Dal 2011 la costituzione marocchina prevede in particolare che il capo del governo sia nominato all’interno del partito che ha vinto le elezioni legislative.

L’8 settembre quindi quasi 18 milioni di elettori saranno chiamati a nominare i 395 parlamentari che li rappresenteranno nell’Assemblea nazionale. Alle urne, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Pjd) e il Partito per l’autenticità e la modernità (Pam) dovrebbero essere i principali partiti politici a competere per ottenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Eppure, alla luce del calo dei consensi che stanno registrano gli islamici del Pjd non è escluso che una sorpresa possa arrivare dal partito liberale dell’Rni del ministro e uomo d’affari Aziz Akhannouch o dallo storico partito di Istiqlal.

Il governo scelto dagli elettori marocchini domani sarà chiamato a gestire importanti investimenti pubblici. Sulla carta il Marocco ha tutte le carte in regola per scalare la vetta dei paesi emergenti. Tangeri, che ha affascinato generazioni di scrittori, è la vetrina e il simbolo delle trasformazioni economiche del Paese. La creazione di una zona franca e di un gigantesco porto sul Mediterraneo (Tanger Med), di autostrade, dell’alta velocità ferroviaria (unico nel continente africano ad avere una rete di linee ad alta velocità) in poco più di un decennio, l’ha trasformata in un importante polo logistico e industriale tra l’Europa e l’Africa.

L’arrivo della Renault ha permesso anche al settore automobilistico di decollare. Quella di Peugeot-Citroën, con sede a Kenitra, una cinquantina di chilometri a nord della capitale, Rabat, ha confermato l’attrattività del Regno con 700.000 veicoli che lasciano gli impianti di assemblaggio ogni anno. L’aeronautica non è esclusa: embrionale all’inizio del millennio, il settore contribuisce con oltre 1,5 miliardi di euro alle esportazioni marocchine, quelle verso la Francia in costante aumento.

Al di là di questi elementi, le elezioni dell’8 settembre, per il quale sono stati schierati quasi 4.500 osservatori nazionali e stranieri, mostra un Marocco offensivo a livello diplomatico, industriale ed economico. Inoltre il Paese è tra i primi in Africa per vaccinazione contro il Covid-19 con il 60 per cento della popolazione vaccinata con almeno la prima dose.

Infine si registra in questa tornata elettorale una maggiore partecipazione femminile. La questione del posto dato alle donne in politica è stata presa di petto dalla Costituzione del 2011. Un passo avanti derivante da un processo di riforma iniziato nei primi anni 2000 e che ha riguardato in particolare il Codice della famiglia e il posto delle donne nella società nel 2004. Nel 2011 la riforma della Costituzione ha elevato, tra l’altro, l’uguaglianza di genere a principio costituzionale, consolidando così i risultati della riforma del 2004. Tutto questo si è tradotto con l’introduzione delle quote rosa ed un aumento dei seggi destinati alle donne dal parlamento ai consigli comunali.

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L’Economic Forum di San Pietroburgo: una potenziale alternativa a Davos

Hanno preso il via oggi, 2 giugno, i lavori del St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF). Prenderanno parte alla convention oltre 5.000 persone, che, considerando il contesto pandemico in cui si celebra, si presenta come uno dei più grandi eventi internazionali degli ultimi anni, soprattutto se lo si confronta con il World Economic Forum di Davos che quest’anno si è tenuto in formato online, mentre la riunione speciale del WEF, prevista dal 17 al 20 agosto a Singapore, è stata annullata lo scorso 17 maggio proprio a causa del Covid.

Il fatto che la Russia sia riuscita ad organizzare un simile evento offline, dimostra come questo paese sia riuscito a reagire al coronavirus più efficacemente rispetto ad altre potenze mondiali. Ma non si tratta dell’unico elemento che giustifica una messa a confronto tra SPIEF e WEF.

Il WEF è una piattaforma di ispirazione globalista molto apprezzata dai potenti di tutto il mondo che fanno a gara per parteciparvi. Lo stesso progetto “Great Reset” lanciato dal fondatore del WEF Klaus Schwab si presenta come l’agenda cui si uniformeranno le élite globaliste nei prossimi decenni. Lo SPIEF, invece, si configura come una realtà profondamente diversa: si tratta, infatti, di una piattaforma di dialogo promossa da uno Stato sovrano (la Federazione Russa) che non nasconde l’intenzione di agire a difesa dei propri interessi nazionali. Anche per questo, sin dalla prima edizione tenutasi nel 2014, l’Occidente ha tendenzialmente snobbato il Forum di San Pietroburgo.

Ciononostante esso ha catturato, da subito, l’interesse di quelle realtà imprenditoriali non condizionate da cliché ideologici e che vedono nella Russia una realtà significativa nel contesto globale e un partner redditizio. Il paese occupa una posizione chiave nello spazio eurasiatico ed attira, inevitabilmente, l’attenzione di tanti uomini d’affari non solo europei ed asiatici, ma anche americani, o almeno di coloro che non subiscono il fascino dei giochi dei politici volti a intraprendere una nuova stagione di Guerra Fredda.

Non a caso la maggior parte dei partecipanti proviene, come sempre, proprio dagli Stati Uniti. La delegazione del Qatar, uno dei paesi più ricchi del Golfo Persico, è composta da ben duecento persone; tra gli ospiti provenienti da tutto il mondo, molti arrivano da Cina, Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Venerdì è previsto l’intervento del presidente russo Vladimir Putin.

Il titolo dell’edizione di quest’anno recita: “Di nuovo insieme. L’economia della nuova realtà”. Si discuterà, ovviamente, dell’impatto della crisi pandemica sulla situazione mondiale. I vari tavoli di discussione e le sessioni di dibattito si focalizzeranno, però, su altre questioni più interessanti. L’influenza dei teorici del “Great Reset” è in ogni caso evidente: le tematiche ambientali e lo sviluppo di politiche volte alla riduzione delle emissioni di carbonio per fronteggiare il surriscaldamento del clima saranno all’ordine del giorno. Ci saranno, però, ben tre focus dedicati al principio di sovranità, in cui verranno approfondite le seguenti questioni: “Sovranità storica e sviluppo economico”, Difesa dello spazio digitale unico vs. lotta per la sovranità digitale”, “Sovranità digitale e Cybersecurity”.

Discutere su tematiche del genere al World Economic Forum sarebbe semplicemente impossibile e questo significa che il Forum russo si propone come una reale alternativa al paradigma elaborato dalle élites globaliste. Sarebbe auspicabile che non solo in Russia, ma anche in Europa il tema della sovranità potesse essere messo in relazione alle prospettive di rilancio economico.

Dunque lo SPIEF si pone come modello non solo alternativo, ma anche replicabile altrove ed è significativo che il presidente del World Economic Forum in persona, Borge Brende, abbia confermato la propria presenza a San Pietroburgo: vuol dire che i teorici del globalismo prendono questa piattaforma molto sul serio.

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Hajib e le menzogne di al Qaeda

Il terrorista Mohamed Hajib Abu Omar, originario della città di Tiflet in Marocco, può competere con i noti truffatori Victor Lusting e Gregor MacGregor, avendo trovato terreno fertile in Germania. Hajib, trasformatosi in un talentuoso attore politico, è l’ideatore di macchinazioni non meno complesse o sottili dei trucchi di MacGregor. Il mondo intero ricorderà che quest’uomo, legato ad al Qaeda, come l’unico truffatore della storia ad aver venduto un “pacchetto Miswak” (la radice di una pianta desercita usata da Maometto per pulirsi i denti) alla Repubblica Federale di Germania per più di un milione e mezzo di euro.

Qual è la storia dietro il Miswak più costoso del mondo? L’ex estremista Boushata Al-Sharif, imprigionato nella stessa ala della prigione di Hajib nel 2011, ha detto di aver usato piante di Miswak di colore scuro per provocare false tracce di violenza sul suo corpo in modo da denunciare di aver subito false torture fisiche.

Questo è il trucco che è stato usato per raggirare la Germania e i suoi servizi che hanno creduto a questa menzogna per ragioni geostrategiche, secondo i media internazionali. Questa vicenda è stata usata per una guerra di intelligence, ben sapendo che attraverso un investimento di pochi centesimi di euro, che corrisponde al prezzo del Miswak, che il qaedista ha beneficiato della promessa di ricevere una lauta ricompensa dallo stato tedesco.