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Africa: l’hub del narcotraffico diretto in Europa

Anche per colpa dell’Europa

Sono sempre più evidenti gli effetti negativi della presenza francese in Africa. Non soltanto le ex colonie di Parigi continuano ad essere dipendenti economicamente e finanziariamente dalla Francia, ma, ciò che è più grave, questa mostra serie difficoltà a garantire la sicurezza nella regione.

Una serie di fatti recenti, ad esempio, dimostrano come esista un legame diretto tra le crescenti minacce terroristiche in Africa e l’aumento dei volumi del traffico di stupefacenti (cocaina, eroina, metanfetamine, ecc) diretto, attraverso il continente nero, in Europa.

I legami tra droga e jihad

La presenza di truppe straniere in Africa non è riuscita a ridurre il numero di cellule terroristiche e fondamentaliste: al contrario, negli ultimi tempi il numero di attacchi è considerevolmente aumentato, soprattutto nell’area del Sahel. Nonostante una presenza militare sempre più consistente di paesi europei (soprattutto Francia e Gran Bretagna), Stati Uniti e organizzazioni internazionali, le insurrezioni di marca jihadista aumentano e i gruppi islamisti si sono notevolmente rafforzati.

In virtù del suo passato coloniale, la Francia continua ad essere uno degli attori principali dello scenario africano, ma la sua capacità di influenza va attenuandosi con il trascorrere del tempo. Se prima la presenza militare di Parigi era percepita come un fattore di stabilizzazione del contesto, con effetti persino positivi per le popolazioni, oggi l’armée viene vista esclusivamente come un’odiosa forza di occupazione.

Lo stesso concetto di Françafrique che un tempo legittimava l’egemonia francese in una logica di aiuto e protezione, è oggi al contrario sempre più inteso dall’opinione pubblica locale come un paradigma esclusivamente neo-coloniale. L’anarchia monta e con essa prosperano bande e cellule jihadiste sempre più incontrollabili.

Lo scorso 12 settembre in Mali dei banditi hanno aggredito impunemente alcuni camionisti marocchini mentre ad agosto un’organizzazione jihadista in Burkina Faso ha ucciso 47 persone (di cui 30 civili). Sono solo due esempi recenti, ma gli episodi analoghi si susseguono senza che le truppe straniere costituiscano un credibile deterrente.

In un contesto così instabile a prosperare non sono soltanto la violenza e il terrorismo, ma anche il business della droga. La condizione di arretratezza in cui versano le ex colonie francesi ha favorito il diffondersi della corruzione e del radicalismo, che trovano terreno fertile in un contesto con tassi altissimi di povertà e disoccupazione, dove i giovani quando non emigrano, finiscono facilmente per dedicarsi ad attività illegali e all’uso di sostanze stupefacenti. Allo stesso tempo è molto forte la contiguità tra gruppi terroristici e produttori di droga e narcotrafficanti.

Da tempo l’ONU ha lanciato l’allarme a proposito dell’aumento della produzione e del transito di sostanze illecite in Africa diretto verso l’Europa. Secondo gli esperti la situazione si è aggravata con la campagna militare francese del 2013, mentre i blocchi causati dalla pandemia di COVID-19 non hanno affatto ridotto l’attività dei trafficanti, che semmai l’hanno addirittura intensificata.

Le cifre del fenomeno

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, 275 milinioni di persone l’anno scorso hanno fatto uso di sostanze stupefacenti, il 22% in più rispetto al 2010.

L’ONU prevede che entro il 2030 il numero dei tossicodipendenti aumenterà di un ulteriore 11%, il 40% del quale sarà costituito da africani. Secondo gli analisti negli ultimi anni le reti di fornitori di cocaina in Europa sono diventate più efficienti e il numero di spedizioni è significativamente aumentato come dimostra un altro rapporto delle Nazioni Unite.

Alcune zone dell’Africa oltre ad essere aree di transito, a causa dell’abbondanza del prodotto disponibile, stanno diventando anche aree di consumo di cocaina: una parte di questa passa attraverso l’Africa occidentale e la costa atlantica, il resto viaggia verso il Nord Africa diretto verso il Mediterraneo.

Le rotte proibite dell’Africa

Sebbene stia intensificando la propria capacità produttiva, l’Africa, come detto, continua ad essere soprattutto una zona di transito in cui viene stoccata la droga proveniente dal Sud America in attesa di essere trasferita verso l’Europa, dove risiede il grosso dei consumatori finali. Le sostanze principali (come la cocaina) provengono da Colombia, Bolivia e Perù attraverso i porti di Brasile, Venezuela ed Ecuador.

Una parte consistente della merce proveniente dall’America Latina arriva in Senegal, Guinea, Guinea-Bissau e Costa d’Avorio prima di giungere a Bamako, nel Mali, dove viene presa in carico dagli islamisti locali, che a loro volta la rivendono ai narcotrafficanti del posto.

Come è possibile evincere dalle mappe elaborate dagli esperti dell’ONU, nel 2020, rispetto all’anno precedente, importanti sequestri di droga sono stati effettuati in nuovi paesi, tra cui Nigeria, Camerun, Angola, Zimbabwe e altri, segno che il raggio d’azione dei trafficanti si va allargando a macchia d’olio, mentre Conakry, la capitale della Guinea, continua ad essere uno dei santuari del narcotraffico del continente.

Una delle principali rotte di transito attraverso cui gli stupefacenti dall’Africa giungono in Europa è quella che passa per la Libia (e per l’Egitto), completamente in preda al caos dopo la fine del regime del colonnello Gheddafi. La Libia è stata una zona di transito per la droga sin dagli anni ’90, ma dopo il 2011 questo business è letteralmente esploso, perfettamente inquadrato nelle lotte di potere tra fazioni e clan rivali. Anche qui, come nel Sahel, lo stato di anarchia politica ha favorito l’ascesa di gruppi criminali, che gestiscono i carichi di droga provenienti dall’Algeria meridionale e dal Niger e li spediscono in Europa.

Ma non è solo la cocaina sudamericana ad affluire in Libia attraverso il Mali, anche l’eroina afghana batte gli stessi percorsi, con le città di Sebha e Ubari divenute ormai grandi centri logistici dei contrabbandieri del deserto diretti verso le coste libiche, che altri narcotrafficanti preferiscono invece raggiungere via mare costeggiando il Marocco e l’Algeria.

Dove sono le organizzazioni internazionali?

Di fronte a questi dati è inevitabile chiedersi cosa facciano le organizzazioni internazionali e per quali motivi il loro peacebuilding risulti del tutto inefficace. Uno degli obiettivi espliciti del progetto MINUSMA delle Nazioni Unite, per esempio, era proprio quello di stroncare il narcotraffico africano. Ma come evidenziato dagli autori del rapporto sul traffico di stupefacenti in Mali di The Global Initiative.

MINUSMA si è rivelato un fallimento. Inoltre lo stesso personale dell’organizzazione è stato ripetutamente accusato di legami con criminali e militanti islamisti.

Il vero problema è la vastità di interessi incofessabili collegati al business del droga, che spesso coinvolge anche politici e uomini d’affari apparentemente puliti. Oltre al traffico illegale, al contrabbando e alle molteplici zone grigie, ci sono numerose aziende farmaceutiche senza scrupoli dell’UE che utilizzano questi prodotti. Il caos politico favorisce, inoltre, l’ingerenza, anche economica, delle vecchie potenze coloniali, senza contare che quella stessa anarchia è il brodo di coltura ideale per le formazioni islamiste, sia per aggregare seguaci, sia soprattutto per finanziarsi attraverso attività e commerci illeciti.

La questione europea

In Europa le principali rotte del traffico di stupefacenti passano attraverso la Spagna, il Portogallo, il Belgio e i Paesi Bassi da dove poi la merce viene distribuita in tutta l’Unione Europea. Società fittizie e grossi pusher si occupano o di consegnarla  alle imprese farmaceutiche impegnate nella produzione di analgesici oppioidi o di venderla pura ai consumatori.

Gli Stati europei non sono in grado di risolvere il problema. Sono in troppi a beneficiare di questo sporco affare. D’altronde una parte rilevante del problema è rappresentata dall’approccio neocolonialista che paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti continuano ad avere nei confronti dell’Africa, depredando risorse e seminando conflitti e anarchia.

Nel giugno di quest’anno il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che le truppe francesi – circa 5.000 uomini- saranno ritirate dall’Africa e chiuse le basi militari nel Sahel. La decisione non sorprende: cresce nella regione un forte sentimento antifrancese, con un alto numero di proteste (in Senegal, Ciad, Mali, Niger, Mauritania ecc.) che chiedono il ritiro della missione militare.

Ordine e pace sono possibili in Africa soltanto se essa troverà partner disponibili a dialogare e ad operare su di un piano di parità e di reciprocità. Il continente cerca alternative e non è un caso se negli ultimi anni diversi Stati africani hanno avviato una forte cooperazione con la Cina (la “Nuova Via della Seta” assicura prestiti ed investimenti), la Russia (assistenza in funzione anti-jihadista, programmi energetici e di implementazione del settore agricolo) e altri. Le classi dirigenti africane dimostrano di essere consapevoli che solo uscendo dalla logica neocolonialista e sviluppando le proprie infrastrutture, potranno riprendere il controllo della situazione, attenuare disordine e illegalità, fornire una prospettiva diversa ai propri giovani, che non sia la tragica scelta tra povertà, violenza o emigrazione.

In ogni caso, il ritiro della Francia dall’Africa aprirà un vuoto che qualcuno cercherà di riempire. Se dovesse riempirlo la Turchia, che da tempo è coinvolta nel ricatto migratorio ai danni dell’Europa, sponsorizza i movimenti islamisti e tende a coprire il traffico di droga libico, i contraccolpi per i paesi del Vecchio Continente sarebbero tutt’altro che positivi.

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Guinea: se la Françafrique perde pezzi

Il recente colpo di stato in Guinea ad opera del tenente colonnello Mamady Doumbouyalo è la dimostrazione che la Francia sta perdendo la sua tradizionale influenza sulle sue ex colonie africane.

Il presidente Condé, deposto lo scorso 5 settembre, avrebbe potuto tranquillamente essere definito un “uomo della Francia”. Recatosi lì per ragioni di studio a soli 15 anni, aveva conseguito la laurea all’Università di Parigi, specializzandosi in sociologia e diritto pubblico, e aveva insegnato alla Sorbonne. Negli anni ’70 era stato accusato di aver infiltrato in Guinea un gruppo di agenti speciali armati allo scopo di effettuare azioni anti-governative con l’appoggio del Portogallo e per questo era stato condannato a morte in contumacia.

Tornato nel suo paese natale negli anni ’90, si era dato alla politica attiva, fondando un proprio partito politico, il Rassemblement du Peuple Guinée, con scarsi risultati in occasione delle elezioni del 1993 e del 1998.

La sua vicenda politica, in realtà, avrebbe potuto ispirare la trama di un film d’azione: un susseguirsi di ribellioni, proteste, arresti, culminato con il reclutamento di mercenari stranieri allo scopo di rovesciare il regime e l’inevitabile ritirata in Francia, dove sarebbe rimasto fino al 2005.

Solo nel 2010 Condé era riuscito finalmente a prendere il potere e diventare presidente, un presidente-monarca in realtà, ottenendo la rielezione nel 2015, anche grazie all’aiuto della società francese Bolloré Group e della sua controllata Havas

Secondo un politico di orientamento panafricanista del Benin, Kemi Seba, il rovesciamento di Condé, “buon amico di Sarkozy e Soros”, va letto come un duro colpo ai danni della Françafrique (https://www.facebook.com/KemiSebaOfficial/posts/391717145656024).

In un post pubblicato sul suo profilo Facebook mercoledì scorso, Kemi Seba ha affermato: “Prego ardentemente (e mi impegno ogni giorno) affinchè tutti i tiranni della regione francofona dell’Africa cadano a uno a uno e con loro la Françafrique”.

Quanto fosse importante per la Francia Condé è testimoniato dall’ampia copertura accordatagli dai media transalpini, che ne seguivano con attenzione le vicende politiche, laddove quelli britannici si sono sempre limitati a trattare dello sviluppo economico legato alla produzione e al commercio di bauxite.

In realtà anche Doumbouyalo, il leader dei golpisti e capo delle forze speciali guineano, è un ex legionario francese rientrato nel suo paese appena tre anni fa, di cui sono subito emersi gli ottimi legami con gli Stati Uniti d’America. Ma il tema vero su cui è utile riflettere è, più in generale l’incapacità che la Francia sta dimostrando a mantenere l’ordine e il controllo nelle sue ex colonie africane.

Sebbene molto vicino alla Francia, Condé aveva ritenuto indispensabile rafforzare la cooperazione economica con altri paesi: aveva creato stretti legami con la Turchia, corroborati da una salda amicizia personale con Erdogan, al punto che Soner Yalçın, commentando i recenti eventi in Guinea sulle colonne di Sözcü (https://www.sozcu.com.tr/2021/yazarlar/soner-yalcin/erdoganin-kardesine-darbe-6634475/), non ha esitato a definirli “un golpe contro il fratello di Erdogan”. Altri accordi assai redditizi erano stati conclusi soprattutto con la Cina (per un giro d’affari da 3 miliardi di dollari l’anno) e con la compagnia russa UC Rusal.

La strategia del presidente si dispiegava su due assi paralleli: da un lato mantenere uno stretto rapporto politico con Parigi, dall’altro esplorare nuove partnership basate principalmente sull’interesse economico.

La necessità di perseguire una simile politica del “doppio binario” testimoniava già di per sé il declino del sistema della Françafrique. A riprova di ciò ci sono le difficoltà incontrate da Bolloré, grande eminenza grigia della Françafrique insieme ai suoi subordinati di Havas, nel far eleggere negli ultimi anni i suoi candidati e i recenti rivolgimenti verificatisi nel Mali e nella Repubblica Centrafricana. Insomma, nuovi attori vanno progressivamente sostituendosi a Parigi nella regione.

Nonostante i legami tessuti con Cina, Turchia e Russia, Condé restava un uomo cresciuto e formatosi in Francia e le sue logiche di potere si intrecciavano con gli interessi geopolitici francesi. Lo stesso parziale discostamento da questi, non certificava altro che la sua necessità di individuare nuovi interlocutori alla luce delle difficoltà di Parigi a proteggere (e controllare) i suoi vassalli. Come si comporterà adesso Doumbouyalo è un enigma tutto da scoprire.

Turchia, Cina e Russia sono, invece, i nuovi protagonisti delle vicende dell’Africa occidentale e centrale un tempo francese. Ma mentre la crescente influenza di Pechino e Mosca non assume contorni particolarmente pericolosi per l’Europa, l’espansione del raggio d’azione turco suscita preoccupazioni: Ankara sta perseguendo una sua politica neo-coloniale fondata essenzialmente sul soft power, nel caso specifico esercitato attraverso l’islamizzazione della popolazione africana in modo da renderla compatibile con una logica imperiale neo-ottomana (il Diyanetİşleri Başkanlığı) e funzionale, al tempo stesso, al ricatto migratorio con cui la Turchia sollecita l’UE ogni volta che necessita di qualcosa.

Ma se la situazione precipitasse ed Erdogan desse seguito alle sue minacce, scatenando i flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, l’Italia sarebbe in grado di sopravvivere a una nuova crisi migratoria?

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Dal Mondo

Elezioni in Marocco: le prospettive dopo il voto di domani


Giornata di votazioni domani in Marocco. L’8 settembre i cittadini si pronunceranno per il rinnovo del parlamento, dei consigli regionali e di quelli comunali.

Si tratta delle terze elezioni legislative della storia del Marocco dopo la riforma riforma costituzionale introdotta nel 2011, una delle eredità della Primavera araba. Sull’onda di proteste che ha toccato tutti i Paesi del Maghreb, anche il Marocco ha avviato una profonda revisione del proprio sistema di governo, che ha portato a un relativo riequilibrio dei poteri, in particolare riducendo le prerogative del re, Mohammed VI. Dal 2011 la costituzione marocchina prevede in particolare che il capo del governo sia nominato all’interno del partito che ha vinto le elezioni legislative.

L’8 settembre quindi quasi 18 milioni di elettori saranno chiamati a nominare i 395 parlamentari che li rappresenteranno nell’Assemblea nazionale. Alle urne, il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Pjd) e il Partito per l’autenticità e la modernità (Pam) dovrebbero essere i principali partiti politici a competere per ottenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. Eppure, alla luce del calo dei consensi che stanno registrano gli islamici del Pjd non è escluso che una sorpresa possa arrivare dal partito liberale dell’Rni del ministro e uomo d’affari Aziz Akhannouch o dallo storico partito di Istiqlal.

Il governo scelto dagli elettori marocchini domani sarà chiamato a gestire importanti investimenti pubblici. Sulla carta il Marocco ha tutte le carte in regola per scalare la vetta dei paesi emergenti. Tangeri, che ha affascinato generazioni di scrittori, è la vetrina e il simbolo delle trasformazioni economiche del Paese. La creazione di una zona franca e di un gigantesco porto sul Mediterraneo (Tanger Med), di autostrade, dell’alta velocità ferroviaria (unico nel continente africano ad avere una rete di linee ad alta velocità) in poco più di un decennio, l’ha trasformata in un importante polo logistico e industriale tra l’Europa e l’Africa.

L’arrivo della Renault ha permesso anche al settore automobilistico di decollare. Quella di Peugeot-Citroën, con sede a Kenitra, una cinquantina di chilometri a nord della capitale, Rabat, ha confermato l’attrattività del Regno con 700.000 veicoli che lasciano gli impianti di assemblaggio ogni anno. L’aeronautica non è esclusa: embrionale all’inizio del millennio, il settore contribuisce con oltre 1,5 miliardi di euro alle esportazioni marocchine, quelle verso la Francia in costante aumento.

Al di là di questi elementi, le elezioni dell’8 settembre, per il quale sono stati schierati quasi 4.500 osservatori nazionali e stranieri, mostra un Marocco offensivo a livello diplomatico, industriale ed economico. Inoltre il Paese è tra i primi in Africa per vaccinazione contro il Covid-19 con il 60 per cento della popolazione vaccinata con almeno la prima dose.

Infine si registra in questa tornata elettorale una maggiore partecipazione femminile. La questione del posto dato alle donne in politica è stata presa di petto dalla Costituzione del 2011. Un passo avanti derivante da un processo di riforma iniziato nei primi anni 2000 e che ha riguardato in particolare il Codice della famiglia e il posto delle donne nella società nel 2004. Nel 2011 la riforma della Costituzione ha elevato, tra l’altro, l’uguaglianza di genere a principio costituzionale, consolidando così i risultati della riforma del 2004. Tutto questo si è tradotto con l’introduzione delle quote rosa ed un aumento dei seggi destinati alle donne dal parlamento ai consigli comunali.

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Dall'Italia

Ripresa dei flussi migratori e rischio terrorismo

Il videoconfronto tra informazione e politica

“Ripresa dei flussi migratori e rischio terrorismo”, è questo il tema della videoconferenza organizzata venerdì 9 luglio dall’associazione Incursioni. All’incontro sono intervenuti la parlamentare di Fratelli d’Italia Ylenia Lucaselli e i giornalisti Antonio Albanese, Alessio Postiglione e Alessandro Sansoni. 

Nel corso delle ultime settimane l’Italia ha assistito a una nuova recrudescenza del fenomeno migratorio: sono 19.320 gli sbarchi sulle coste nostrane nei primi 6 mesi del 2021, il 178% in più rispetto al 2020. “Anche se i numeri rimangono inferiori a quelli della crisi a cavallo tra il 2016 e il 2017 la percentuale continua adaumentare progressivamente di anno in anno, rischiando di superare il punto critico”, rileva il giornalista Alessandro Sansoniaprendo il dibattito. “La redistribuzione tra i paesi dell’Unione Europea non si è rivelata una scelta adeguata per la risoluzione del problema che risiede proprio lì dove inizia il viaggio, e non al momento dell’approdo – conclude – Per comprendere il fenomeno migratorio bisogna guardare oltre il solo contesto mediterraneo,verso i Paesi dove avvengono le partenze: Africa centrale, Asia e Medio Oriente”. La soluzione, quindi, non può essere trovata tramite gli accordi con Turchia e Libia che se da una parte riducono effettivamente il numero degli sbarchi, dall’altra incrementano il rischio di terrorismo, come si evince guardando proprio alla Libia, dove la compagnia militare turca Sadat gestisce gran parte dei campi profughi, luoghi principali della radicalizzazione.

“L’intero human trafficking è di per sé criminogeno”. Così Alessio Postiglione, giornalista di Formiche.net e autore di numerose pubblicazioni sul rapporto tra sicurezza e immigrazione. “Il problema del terrorismo non è legato solo a elementi radicalizzati che arrivano in Italia e in Europa – rileva Postiglione – è fatto di persone che, inconsapevolmente, alimentano il reddito criminale ingrossando uno dei business fondamentali delle compagini criminali formate non solo da jihadisti ma anche da esponenti di mafia e ‘ndrangheta”.

Nel corso del convegno sono emerse perplessità da parte dei relatori anche in merito alla gestione del fenomeno migratorio da parte di Ong e organismi sovranazionali. Su tutti, è stata segnalata la controversa gestione dei campi profughi e delle missioni da parte dell’Onu, in particolare, della missione MINUSCA, istituita nell’aprile del 2014, che ha visto l’invio nella Repubblica Centrafricana di oltre 10mila militari. I caschi blu non si sarebbero dedicati alla “stabilizzazione integrata e multidimensionale” del territorio, come nei piani delle Nazioni Unite, anzi sarebbero stati coinvolti in operazioni di fiancheggiamento dei vari gruppi di ribelli o addirittura in azioni vessatorie e illegali nei confronti delle popolazioni locali. Una instabilità politica e sociale che èalla base della volontà di emigrazione da parte di chi viene da zone lacerante dalle guerre civili.

“Quello migratorio è un fenomeno legato ad ambiti che superano il contesto mediterraneo”. Lo conferma il giornalista Antonio Albanese, che nel suo intervento ha analizzato la geopolitica della migrazione: “Accanto alle rotte più note ne esistono molte altre, così come vari sono gli approcci al problema. Alcuni Paesi, come Australia e Ungheria, intraprendono sistematicamente azioni volte a fermare gli arrivi e rispedire fuori dai confini nazionale chi arriva illegalmente, più di recente, anche la rotta artica è stata bloccata dal governo lituano. Tuttavia, come visto, il blocco dei flussi tout-court oltre a essere impossibile non può arginare tutte le ramificazioni criminali legate ad esso”. “Chi sbarca in Italia – segnala infine Albanese – spesso vuole solo transitare per il nostro Paese, ne consegue che gli accordi attualmente in essere in Unione Europea sono particolarmente sconvenienti per l’Italia e per gli stessi migranti”. 

L’analisi politica dell’approccio al fenomeno migratorio è stato fornito dalla parlamentare Ylenia Lucaselli: “La politica non ha voluto prendere una posizione: la mancata gestione del fenomeno migratorio è stata una scelta che ha influito sui problemi interni e sulla proiezione internazionale dell’Italia”. “L’accoglienza ad ogni costo penalizza proprio chi arriva in Italia e in Europa. La maggioranza compie una migrazione economica e non di necessità, sono i soggetti più esposti al rischio di cadere elle maglie della radicalizzazione e quindi nel terrorismo”. Sono tanti itemi satellite che gravitano attorno al grande fenomeni migratorio, tra questi, Lucaselli ha segnalato le problematiche legate allo sfruttamento della manodopera clandestina, che ha conseguenze su intere filiere, penalizzando l’intero mercato del lavoro. “La risposta di Fratelli d’italia al fenomeno forse non è definitiva – conclude la parlamentare – ma è l’inizio di un percorso e di una scelta consapevole”.

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Dall'Italia

Meloni sotto attacco ma Galli della Loggia non ne azzecca una

L’analisi dell’europarlamentare Vincenzo Sofo

Il fatto che Fratelli d’Italia sia diventato il primo partito d’Italia in termini di consenso popolare pare abbia mandato nel panico l’establishment della penisola. Altrimenti non si spiega il grossolano attacco lanciato dalla colonne del Corriere della Sera da un intellettuale come Ernesto Galli della Loggia, incappato – forse preso dalla foga di dover improvvisare un “j’accuse” a priori alla leader di FDI – in una serie di grossolane gaffe.

Così l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Vincenzo Sofo, introduce per Affaritaliani.it la vicenda che vede contrapposti Ernesto Galli della Loggia e Giorgia Meloni

La tesi di Galli della Loggia è quella banalità trita e ritrita relativa al fatto che se vuole andare al governo la destra deve prima rendersi presentabile, depurandosi delle sue idee e cambiando classe dirigente. Insomma, deve smettere di essere destra e – meglio ancora – diventare sinistra. Poichè, ovviamente, è la sinistra ad avere l’unica classe dirigente autorizzata a governare il nostro Paese. E poco importa se sia la stessa classe dirigente che ci sta mandando in rovina.

Galli Della Loggia articola dunque le sue argomentazioni su tre “insegnamenti” che la Meloni dovrebbe apprendere. Peccato che tutte e tre le sue lectio magistralis siano imperniate su contenuti piuttosto scadenti, talvolta addirittura falsi.

Il primo insegnamento riguarda il collocamento internazionale. L’accusa mossa alla Meloni è di avere alleanze con i governi di Russia, Ungheria e Polonia (definiti regimi) definite politicamente inutili e compromettenti, basate solo sulla condivisione delle battaglie anti lgbt, anti immigrazione e pro vita. Quando invece dovrebbe creare alleanze con Spagna e Inghilterra. Se Galli Della Loggia avesse seguito con attenzione le dinamiche europee avrebbe tuttavia scoperto che le tre battaglie sopra citate rappresentino degli temi cardine dell’agenda della Commissione europea, che i primi a coltivare i rapporti con la Russia si chiamano Merkel e Macron, che Ungheria e Polonia – oltre a rappresentare il sottogruppo (Visegrad) probabilmente più influente della UE – sono considerati degli interlocutori importantissimi da parte rispettivamente di Germania e USA e che il partito dei Conservatori europei del quale la Meloni è leader ha solide relazioni sia in Inghilterra con i conservatori attualmente al governo sia in Spagna con uno dei partiti più importanti che si chiama Vox.

Il secondo insegnamento riguarda il modo di fare opposizione. L’editorialista prende ad esempio i risultati del Rassemblement National nelle recenti elezioni regionali in Francia per dimostrare che fare la destra di opposizione, i “populisti” secondo lui, non paghi. Peccato che fa riferimento a un risultato elettorale che chiunque conosca minimamente la politica francese considerava scontato poichè figlio di un sistema elettorale maggioritario a doppio turno costruito apposta – a proposito di regimi – per impedire alle forze politiche sgradite di salire al governo. E ciò è accaduto, a proposito di pentimenti da compiere, nonostante il Rassemblement National abbia avviato un percorso di progressiva de-destrizzazione.

Il terzo insegnamento infine è quello più grottesco. Galli della Loggia tira fuori la classica carta della disperazione usata dalla sinistra: “la delegittimazione che promana dal loro passato”. Per provare a trascinare la Meloni nel calderone della Seconda Guerra Mondiale, la collega in modo rocambolesco a Marine Le Pen la quale a suo dire ha il torto di simpatizzare per il maresciallo Petain invece che per De Gaulle. Dimostrando per la terza volta scarsa conoscenza dei temi che utilizza per argomentare. Infatti Marine Le Pen, come ha giustamente ricordato la stessa Meloni nella sua lettera odierna di risposta, non si è mai definita petainista ma anzi gollista. E peraltro nell’ambito di una divisione che non riguarda il conflitto mondiale bensì la Guerra d’Algeria. Chi invece ha elogiato Petain nell’ambito delle guerre, ditelo a Galli della Loggia, invece è il suo amato Macron.

Ad “arrampicarsi sugli specchi manipolando o nascondendo la realtà” pare proprio che sia stato dunque Galli della Loggia. Che, probabilmente andato ancor più nel panico essendosi accorto della pochezza contenutistica del suo attacco, è scaduto ancora più in basso: invitando provocatoriamente la Meloni, come prova del suo essere presentabile, a far picchiare i sostenitori di Forza Nuova o Casa Pound.

A voi le conclusioni.

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Dall'Italia

Estremismo di sinistra ed egemonia globalista, il webinar

Lo strano connubio creatosi tra èlite globalista e l’estremismo politico di sinistra, è stato al centro del webinar “L’estrema sinistra internazionale al servizio dell’egemonia globalista”, organizzato venerdì 18 giugno dalla rivista Incursioni. A confrontarsi sul tema il giornalista Alessandro Sansoni, il sociologo Fabrizio Fratus, il filosofo Diego Fusaro e l’eurodeputato Vincenzo Sofo. “Il rafforzamento di gruppi estremisti, negli Stati Uniti e in Europa, impone sempre più l’agenda politica e culturale su cui viene fondato il pensiero dominante” e di conseguenza le regole del “politicamente corretto”, ha segnalato Alessandro Sansoni portando ad esempio la questione americana: “Nel corso delle ultime elezioni presidenziali i movimenti di piazza e il mainstream hanno dato vita a un attacco congiunto nei confronti della candidatura di Trump, con conseguenze ben note”. L’ideologia delle forze politiche dominanti è stata analizzata da Diego Fusaro: “Il cosmopolitismo di sinistra, ben diverso dall’originario internazionalismo socialista, è l’orientamento dominante dell’establishment. La relazione solidale tra le nazioni è distrutta dai capitalisti che mirano a superare gli Stati quali baluardo dei veri diritti”. Per il filosofo, le sinistre “fucsia” desiderano “far passare per internazionalismo socialista quello che è invece il cosmopolitismo liberista”.
Non solo le sinistre “fucsia” ma anche quelle “verdi” sono il segnale di una ideologia asservita all’egemonia globalista, rileva l’europarlamentare Vincenzo Sofo. Per l’esponente di Fratelli d’Italia la questione “pseudo ambientale” ha subito un processo di “umanizzazione” utile a modificare la scala di valori della popolazione, portando in secondo piano la promozione dei diritti dei lavoratori in favore dell’ecologia e dell’immigrazione. Un processo reso fattibile proprio grazie alla collaborazione tra establishment, informazione e deep state, secondo l’analisi che ha fatto da filo conduttore tra i diversi punti di vista dei relatori. “Gli Usa sono oggi in forte difficoltà sia sul piano interno, pensiamo agli sconvolgimenti causati da Black Lives Matters, che nella loro proiezione internazionale, insidiati dal crescente ruolo della Cina in Europa”, ha sottolineato Sofo dall’osservatorio privilegiato del Parlamento Europeo.
“Siamo in una situazione molto pericolosa: è caduto il velo dietro il quale si nascondeva l’estrema sinistra”, ha detto Fabrizio Fratus. “Con la caduta del muro di Berlino e la conseguente dissoluzione del comunismo in Europa – aggiunge – è venuta meno la visione economicistica della sinistra. I movimenti hanno intrapreso quindi la via tracciata dal liberismo, abbracciando la lotta per i diritti civili, molti dei quali creati addirittura ex novo”. “I diritti sociali sono della molteplicità mentre i diritti civili lo sono appartengono all’individuo”, ha rimarcato il sociologo autore di pubblicazioni scientifiche. Nel corso del dibattito è emerso come negli ultimi anni sia maturata un’inedita alleanza, nel mondo dell’informazione e non solo, tra radicalismo politico progressista e deep state. Il fenomeno è testimoniato in particolare da piattaforme come Bellingcat, che operano come siti di giornalismo investigativo basato sull’utilizzo di fonti in open sorce: se i principali animatori di tali iniziative editoriali provengono soprattutto dai movimenti di estrema sinistra come BLM, Antifa, gruppi anarchici o impegnati nella difesa dei diritti umani, molti collaboratori sono spesso ex elementi delle principali agenzie di intelligence americane e inglesi. Attivi inizialmente soprattutto nel reperimento di notizie provenienti dai principali teatri di guerra e tensione geopolitica (Ucraina, Siria ecc), questi siti oggi stanno focalizzando la loro attenzione sui movimenti e i partiti della destra patriottica presenti nei vari paesi occidentali, visti come antagonisti non più tollerabili dell’utopia globalista. In conclusione, dietro gli slogan dei diritti civili e della lotta all’estrema destra, i globalisti desiderano scardinare su scala mondiale i valori dell’identità e della sovranità in nome del capitalismo oligarchico.

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L’Economic Forum di San Pietroburgo: una potenziale alternativa a Davos

Hanno preso il via oggi, 2 giugno, i lavori del St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF). Prenderanno parte alla convention oltre 5.000 persone, che, considerando il contesto pandemico in cui si celebra, si presenta come uno dei più grandi eventi internazionali degli ultimi anni, soprattutto se lo si confronta con il World Economic Forum di Davos che quest’anno si è tenuto in formato online, mentre la riunione speciale del WEF, prevista dal 17 al 20 agosto a Singapore, è stata annullata lo scorso 17 maggio proprio a causa del Covid.

Il fatto che la Russia sia riuscita ad organizzare un simile evento offline, dimostra come questo paese sia riuscito a reagire al coronavirus più efficacemente rispetto ad altre potenze mondiali. Ma non si tratta dell’unico elemento che giustifica una messa a confronto tra SPIEF e WEF.

Il WEF è una piattaforma di ispirazione globalista molto apprezzata dai potenti di tutto il mondo che fanno a gara per parteciparvi. Lo stesso progetto “Great Reset” lanciato dal fondatore del WEF Klaus Schwab si presenta come l’agenda cui si uniformeranno le élite globaliste nei prossimi decenni. Lo SPIEF, invece, si configura come una realtà profondamente diversa: si tratta, infatti, di una piattaforma di dialogo promossa da uno Stato sovrano (la Federazione Russa) che non nasconde l’intenzione di agire a difesa dei propri interessi nazionali. Anche per questo, sin dalla prima edizione tenutasi nel 2014, l’Occidente ha tendenzialmente snobbato il Forum di San Pietroburgo.

Ciononostante esso ha catturato, da subito, l’interesse di quelle realtà imprenditoriali non condizionate da cliché ideologici e che vedono nella Russia una realtà significativa nel contesto globale e un partner redditizio. Il paese occupa una posizione chiave nello spazio eurasiatico ed attira, inevitabilmente, l’attenzione di tanti uomini d’affari non solo europei ed asiatici, ma anche americani, o almeno di coloro che non subiscono il fascino dei giochi dei politici volti a intraprendere una nuova stagione di Guerra Fredda.

Non a caso la maggior parte dei partecipanti proviene, come sempre, proprio dagli Stati Uniti. La delegazione del Qatar, uno dei paesi più ricchi del Golfo Persico, è composta da ben duecento persone; tra gli ospiti provenienti da tutto il mondo, molti arrivano da Cina, Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Venerdì è previsto l’intervento del presidente russo Vladimir Putin.

Il titolo dell’edizione di quest’anno recita: “Di nuovo insieme. L’economia della nuova realtà”. Si discuterà, ovviamente, dell’impatto della crisi pandemica sulla situazione mondiale. I vari tavoli di discussione e le sessioni di dibattito si focalizzeranno, però, su altre questioni più interessanti. L’influenza dei teorici del “Great Reset” è in ogni caso evidente: le tematiche ambientali e lo sviluppo di politiche volte alla riduzione delle emissioni di carbonio per fronteggiare il surriscaldamento del clima saranno all’ordine del giorno. Ci saranno, però, ben tre focus dedicati al principio di sovranità, in cui verranno approfondite le seguenti questioni: “Sovranità storica e sviluppo economico”, Difesa dello spazio digitale unico vs. lotta per la sovranità digitale”, “Sovranità digitale e Cybersecurity”.

Discutere su tematiche del genere al World Economic Forum sarebbe semplicemente impossibile e questo significa che il Forum russo si propone come una reale alternativa al paradigma elaborato dalle élites globaliste. Sarebbe auspicabile che non solo in Russia, ma anche in Europa il tema della sovranità potesse essere messo in relazione alle prospettive di rilancio economico.

Dunque lo SPIEF si pone come modello non solo alternativo, ma anche replicabile altrove ed è significativo che il presidente del World Economic Forum in persona, Borge Brende, abbia confermato la propria presenza a San Pietroburgo: vuol dire che i teorici del globalismo prendono questa piattaforma molto sul serio.

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Hajib e le menzogne di al Qaeda

Il terrorista Mohamed Hajib Abu Omar, originario della città di Tiflet in Marocco, può competere con i noti truffatori Victor Lusting e Gregor MacGregor, avendo trovato terreno fertile in Germania. Hajib, trasformatosi in un talentuoso attore politico, è l’ideatore di macchinazioni non meno complesse o sottili dei trucchi di MacGregor. Il mondo intero ricorderà che quest’uomo, legato ad al Qaeda, come l’unico truffatore della storia ad aver venduto un “pacchetto Miswak” (la radice di una pianta desercita usata da Maometto per pulirsi i denti) alla Repubblica Federale di Germania per più di un milione e mezzo di euro.

Qual è la storia dietro il Miswak più costoso del mondo? L’ex estremista Boushata Al-Sharif, imprigionato nella stessa ala della prigione di Hajib nel 2011, ha detto di aver usato piante di Miswak di colore scuro per provocare false tracce di violenza sul suo corpo in modo da denunciare di aver subito false torture fisiche.

Questo è il trucco che è stato usato per raggirare la Germania e i suoi servizi che hanno creduto a questa menzogna per ragioni geostrategiche, secondo i media internazionali. Questa vicenda è stata usata per una guerra di intelligence, ben sapendo che attraverso un investimento di pochi centesimi di euro, che corrisponde al prezzo del Miswak, che il qaedista ha beneficiato della promessa di ricevere una lauta ricompensa dallo stato tedesco.

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Bellingcat all’attacco dei sovranisti europei ed americani

In queste settimane Bellingcat ha pubblicato il suo rapporto annuale relativo al 2020.

Per chi ancora non la conoscesse, Bellingcat è una realtà molto particolare: ufficialmente è un sito di giornalismo investigativo che negli ultimi anni ha acquisito una crescente influenza. Fondata nel 2014 dal blogger inglese Eliot Higgins, ex impiegato di una società finanziaria britannica che negli anni immediatamente precedenti si era fatto conoscere come animatore del blog Brown Moses, grazie alle sue inchieste rivolte in particolare contro la Russia e la Siria si è fatta notare da un pubblico sempre più vasto di esperti e lettori. Oggi è un punto di riferimento autorevole, con un’organizzazione ben strutturata e decine di collaboratori.

Paradossalmente, però, l’articolo più letto dell’anno scorso, non era dedicato ad inchieste tese a smascherare oscure trame promosse dal Cremlino o da Damasco. Intitolato The Boogaloo Movement Is Not What You Think, esso aveva per oggetto i gruppi di destra americani, avversari del Partito Democratico e dei movimenti di estrema sinistra come Antifa e BLM (https://www.bellingcat.com/app/uploads/2021/05/Bellingcat-Annual-Report-2020-1.pdf).

Bellingcat è un’entità strettamente collegata alle agenzie e alle fondazioni attraverso cui si esercita l’attività delle strutture di intelligence americane e britanniche. Ad esempio essa riceve finanziamenti dalla Fondazione americana National Endowement for Democracy e dall’inglese Zinc Network, diretta emanazione del Ministero degli Esteri del Regno Unito (https://www.bellingcat.com/app/uploads/2021/05/Bellingcat-Annual-Accounts-2020-1.pdf).

Di fatto, Bellingcat appare come una piattaforma nell’ambito della quale si “incontrano” e collaborano il deep state dell’anglosfera e la galassia dell’estremismo di sinistra. I suoi esponenti principali – lo stesso Eliot Higgins e Jason Wilson – sostengono apertamente i gruppi radicali e, in pratica, ne fanno parte. Di contro collaborano con Bellingcat numerosi ex ufficiali dell’esercito e dell’intelligence degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (https://www.mintpressnews.com/bellingcat-intelligence-agencies-launders-talking-points-media/276603/)

In questa fase Bellingcat sta riposizionando i propri riflettori, puntando sempre più l’attenzione sulle organizzazioni sovraniste occidentali. Lo dimostra l’intensificazione dell’Anti-Equality Monitoring Project (https://www.bellingcat.com/resources/2021/05/12/an-update-from-bellingcats-anti-equality-monitoring-project/) e il numero crescente di pubblicazioni rivolte contro i sostenitori di Donald Trump.

In conclusione, una simile evoluzione dimostra come gli elementi dell’intelligence che si nascondono dietro il paravento rappresentato da Bellingcat intendano rivolgere la propria azione non più soltanto contro i nemici esterni dell’egemonia globalista occidentale, ma anche contro l’opposizione interna. In pratica, questa struttura verso cui affluiscono i soldi dei contribuenti americani ed europei ora prende a bersaglio gli stessi cittadini di quei paesi.

Franco Degli Esposti

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Sahara: è allarme nei campi profughi di Tindouf

Un webinar fa chiarezza su quanto sta avvenendo nella regione

La presenza dei campi profughi sahrawi a Tindouf, nel sud dell’Algeria, rappresenta una minaccia per la stabilità della regione del Sahel e dell’Europa. E’ quanto è emerso da un seminario di studi tenuto da esperti della regione del Sahara tramite un webinar dal titolo: “L’Assurda controversia sul Sahara marocchino”, organizzata dal portale Valoreimpegnocivico.it.

Hanno preso parte al seminario di studi accademici, esperti legali e professionisti dei media i quali hanno ammonito che l’esistenza dei campi di Tindouf rappresenta non solo una minaccia per la stabilità della regione del Sahel e del Sahara, ma anche per l’Europa nel suo insieme.

I partecipanti a questo seminario, moderato ieri dall’esperto di affari legali Gabriele Mazzanti hanno confermato che l’esistenza dei campi di Tindouf e delle milizie armate del Polisario in collusione con le organizzazioni jihadiste costituisce una minaccia alla stabilità, osservando che il tasso di povertà, la negazione della libertà e dei diritti fondamentali e la disperazione prevalente tra i giovani che vivono in condizioni difficili nei campi di Tindouf, il che li rende facile preda del reclutamento da parte di gruppi terroristici che operano nella regione del Sahel.

In questo contesto, Federico Prizzi, professore al Pont Institute for Cultural and Anthropological Research, ha sottolineato, in un intervento dal titolo “Il Marocco in prima linea nella cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo”, che: “La sovrapposizione tra le attività di criminalità, le organizzazioni terroristiche e separatiste rappresentano gravi minacce che incidono direttamente sulla sicurezza della regione e dell’Europa nel suo insieme. Il Marocco è un partner essenziale per l’Italia, l’Europa e la Nato nella lotta al terrorismo; il Re Mohammed VI ha dato nuova linfa alla ristrutturazione dell’intelligence marocchina per far fronte all’ascesa del flagello terroristico. Per questo il Marocco è il primo Paese africano a partecipare alle operazioni di contrasto allo Stato Islamico. Va ricordato inoltre che la creazione della fondazione Ulema per contrastare il radicalismo è stata un’esperienza che ha dato i suoi frutti. Il radicalizzato Al Sahraoui, affiliato a Daesh nel 2017, si è radicalizzato in Mauritania presso la moschea Ibn Al Abass e ha lasciato il Polisario per intraprendere il jihad”.

Questo esperto italiano ha sottolineato che gli sforzi del Marocco nella lotta al terrorismo hanno permesso, in larga misura, di ridurre il rischio di atti terroristici, sottolineando che il Regno è un partner centrale nella cooperazione internazionale per combattere questo fenomeno e per contrastare potenziali minacce terroristiche in Europa e per rafforzare la sicurezza e la stabilità delle immediate vicinanze del continente e il raggiungimento dello sviluppo sostenibile in Africa.

Marco Bertolini, generale italiano ed ex comandante delle operazioni militari, ha rilevato in un intervento dal titolo “Un’analisi geostrategica del bacino del Mediterraneo” che la regione del Sahel è una regione instabile in cui dilagano molte attività illegali come la droga e il traffico di esseri umani.

Da parte sua, il professore universitario e giornalista italiano, Alessio Postiglione ha argomentato partendo dal suo libro, scritto con Massimiliano Boccolini, “Sahara, deserto di mafie e jihad”, notando come operi anche sullo scacchiere mediorientale il populismo: la ribellione delle masse inurbate contro l’establishment di movimenti indipendentisti tradizionalmente secolaristi, diventati autoreferenziali e spesso corrotti, ha portato le prime ad essere sedotte dalle sirene dello jihadismo. È il caso di Abu Waleed al Saharawi, che da ufficiale del Polisario è diventato una star del firmamento jihadista, passando per varie sigle terroriste ed approdare infine al Daesh. Le economie dei movimenti separatisti sono spesso intrecciate con quelle di mafie e jihad. Questa osmosi spiega perché alcuni movimenti, lungi dal rappresentare gli interessi di gruppi etnici, sono l’anticamera della corruzione e, comunque, permeabili allo jihadismo”.

Corrado Corradi, capo del comitato direttivo della scuola italiana “E. Mattei” di Casablanca, ha confermato che la storia conferma che il Sahara è sempre stato sotto la sovranità marocchina. In un intervento sul tema “Storia del Marocco e la questione del Sahara, secondo lo storico francese Bernard Logan”, ha menzionato che i legami tra il Marocco e le sue “regioni sahariane” risalgono all’era dello stato degli Almoravidi (XI secolo), evidenziando che numerosi studi di esperti internazionali confermano questo fatto. Citando l’esperto e storico francese Bernard Logan, autore del libro “History of Morocco from the Origins to Today”, Corradi ha spiegato che prima del periodo coloniale, il Sahara era economicamente, politicamente e religiosamente legato al Marocco, il cui splendore si estendeva dal Tangeri, Fez e Marrakech fino alle rive del Senegal e del Niger. Ha aggiunto che le richieste del Marocco, quindi, si basano su “legittimi diritti storici” confermati da eventi, documenti storici e accordi.

Da parte sua, il coordinatore nazionale della Rete delle associazioni comunitarie marocchine in Italia, Yassin Belkassem, ha affermato che l’Algeria è “l’unico Paese al mondo che ospita un gruppo armato che gestisce dei detenuti nei campi, isolati dal mondo, dove vengono commessi crimini come omicidio, rapimento e furto di aiuti umanitari internazionali e reclutamento militare di bambini dopo la loro formazione nelle caserme dell’esercito algerino. D’altra parte, Belkassem ha detto:

“Chiediamo all’Italia di aprire un consolato nel Sahara marocchino, come hanno fatto molti paesi amici del Regno del Marocco, e di seguire l’esempio degli Stati Uniti con il loro chiaro riconoscimento di il Sahara marocchino e appoggiare la proposta marocchina di risolvere la disputa inventata sull’integrità territoriale del Regno, sulla falsariga del versante italiano dell’Alto Adige”.