Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Perché l’ISIS sta aumentando la sua attività in Siria?

L’impressione è che come un’araba fenice in Siria orientale l’ISIS stia risogendo dalle proprie ceneri. E’ dalla fine di dicembre, infatti, che da quella regione giungono allarmanti notizie relative a un aumento delle attività terroristiche. Il 25 dicembre, ad esempio, un autobus che trasportava truppe siriane è esploso sull’autostrada Palmyra-Deir Ezzor, provocando la morte di decine di persone. Poco dopo, il generale di brigata Mazen Ali Hassoun è stato ucciso in un attentato dai terroristi ad Abu Kamal.

Alla vigilia di Capodanno, il 30 dicembre, l’esercito siriano ha subito un altro attacco sull’autostrada Deir Ezzor-Homs e l’offensiva è proseguita in queste due prime settimane del nuovo anno. Il 5 gennaio, un veicolo del governo è stato fatto saltare in aria nella città di alMayadin, mentre ANSAmed ha riferito che da venerdì scorso 15 soldati governativi risultano dispersi mentre erano in viaggio nella Siria centrale, a est di Hama, su un autobus diretto a Raqqa.

Si tratta della stessa strada lungo la quale il convoglio era già stato bombardato in precedenza. Fonti locali, citate da ANSAmed, hanno riferito ch i soldati potrebbero essere stati fatti prigionieri da militanti Isis. L’aumento dell’attività terroristica è vista con preoccupazione da Damasco e avviene in una fase in cui a livello diplomatico sono in aumento le tensioni con Stati Uniti, Israele e Turchia. Esso mette in evidenza le debolezze del governo siriano e potrebbe fornire un ottimo pretesto per un ulteriore intervento nel Paese da parte della coalizione antiterrorismo guidata dagli USA. Il rischio, oltre alla nuova ascesa dell’ISIS, e il ritorno di uno scenario di conflitto sul campo nella regione

La Russia, da tempo alleata del governo di Bashar al-Assad, pare disponibile a offrire il suo aiuto per tenere la situazione sotto controllo, sebbene proprio il ritiro delle forze armate di Mosca abbiano contribuito ad indebolire le strutture di sicurezza sul campo e, di conseguenza, a rafforzare l’ISIS. Dal 23 dicembre scorso i media dell’opposizione siriana hanno cominciato a notizie relative al ritiro russo da Deir Ezzor. In particolare, sono state pubblicate foto di mezzi militari che presumibilmente lasciavano la città.

Fonti locali affermano che la parte siriana teme che i miliziani dell’Isis possano impadronirsi della città di Deir Ezzor. I media arabi hanno riferito che dopo che è circolata la notizia del ritiro del contingente russo, gli attacchi terroristici contro Deir Ezzor sono notevolmente aumentati.

Non è solo l’ISIS ad aver ripreso l’iniziativa. Anche le milizie curde hanno intensificato la propria attività e i media siriani insistono sul vuoto di potere e controllo venutosi a creare nella provincia proprio a causa dell’evacuazione dei militari di Mosca. Il Cremlino, però, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in proposito. Secondo lo scrittore siriano e analista politico dell’opposizione Hadi Abdullah le unità militari russe i contractors privati ​​si starebbero spostando dalla città di Deir Ezzor nella parte occidentale del paese o, molto probabilmente, a Latakia.

“Sapendo che l’amministrazione Biden è ferocemente ostile al regime siriano, è possibile che la Russia non sia più interessata a difendere l’attuale governo siriano nel caso in cui le forze supportate dagli Stati Uniti decidano di intervenire”, ha affermato l’attivista dell’opposizione.

 La maggior parte delle truppe russe in partenza non sono unità regolari delle forze armate russe, ma membri della compagnia militare privata Wagner Group, che rappresenta il grosso della presenza militare russa in Siria. Gli uomini del Gruppo Wagner hanno avuto un ruolo decisiva sull’esito dei combattimenti avvenuti nella provincia di Deir Ezzor nel 2017, liberando di fatto il capoluogo dall’assedio dell’ISIS. Grazie a loro, le truppe dell’ISIS hanno perso il controllo sui giacimenti petroliferi nella regione, privando l’organizzazione terroristica di una parte significativa dei propri finanziamenti. La sconfitta dell’Isis a Deir Ezzor è stato un colpo decisivo per l’Isis, dal quale sembrava improbabile che i terroristi potessero riprendersi.

Ma ora il ritiro russo lascia un vuoto di potere, che i terroristi cercheranno di colmare, con inevitabili contraccolpi sulla sicurezza non solo della Siria, ma dell’intero Medio Oriente.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Ahmed Maiteeq a Roma: un tentativo di leadership

Ahmed Maiteeq, vice primo ministro del Governo libico di intesa nazionale (Gna), il 12 gennaio è venuto in visita in Italia. Durante la sua visita ha incontrato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Secondo quanto riportato dai media, la discussione è stata incentrata sulla cooperazione bilaterale tra i due Paesi.

In particolare, l’incontro con il ministro Di Maio ha riguardato i futuri possibili accordi per la ripresa dei collegamenti aerei tra Libia e Italia. Sono emersi anche gli sforzi italiani per garantire il buon esito del dialogo politico. La discussione tra Lamorgese e Maiteeq, invece, si è concentrata sui temi due temi più caldi attualmente esistenti nel Mediterraneo e tra i due Paesi: il terrorismo e l’immigrazione clandestina.

Come ha riportato lo stesso Ahmed Maiteeq sul suo profilo Twitter, il focus dell’incontro con il ministro Guerini a Roma ha riguardato la firma di un accordo con il Ministero della Difesa italiano relativo alla medicina militare.

Guerini ha scritto nel suo account Twitter che “Si rafforza un legame di amicizia tra Italia e Libia”, e che “L’Italia si è impegnata a sostenere il rafforzamento del dialogo intra-libico”.

Qual è lo scopo della visita del vice primo ministro libico a Roma? Viste le tempistiche e il tenore dei colloqui, è probabilmente che Maiteeq stia cercando il sostegno dell’Italia alla vigilia di importanti sviluppi politici in Libia, dove proseguono i negoziati sulla futura struttura del Paese.

Gli effetti del Libyan Political Dialogue Forum

Alla fine di dicembre, i partecipanti al Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), avviato dall’ONU, hanno annunciato la creazione di un comitato consultivo.

I 18 membri del comitato consultivo del Forum, infatti, si incontreranno presso la sede delle Nazioni Unite (ONU) a Ginevra dal 13 al 16 gennaio allo scopo di dare vita ai nuovi attori da impiegare per la transizione del Paese.

Tuttavia, la situazione politica rimane nel limbo. Il Libyan Political Dialogue Forum di novembre non è riuscita nel suo scopo principale, non avendo creato un vero consenso attorno alla creazione di un’unica autorità esecutiva in Libia, al contrario, ha esacerbato i problemi esistenti, e i partecipanti all’LPDF si sono accusati a vicenda di corruzione. Inoltre, aspetto non secondario, in molti hanno espresso scetticismo nei confronti dell’idea stessa di riunire 75 persone nominate dall’ONU e dare loro il diritto di decidere il futuro della Libia.

Libia: dal 2011 a oggi

In Libia, dal 2011 è in corso una guerra civile dopo l’intervento della NATO. A questo punto le due forze più influenti in Libia: il Gna e l’esercito nazionale libico di Khalifa Haftar sono l’una di fronte all’altra. L’Italia stessa sta lavorando a stretto contatto con il Gna. Tuttavia, non c’è consenso nemmeno all’interno del Gna sul futuro dell’Lpdf.

Il primo ministro in carica del Gna, Fayez al-Sarraj, formalmente bendisposto nei confronti del Lpdf, è sostenuto da comandanti militari che hanno pubblicamente manifestato più volte la contrarietà alla soluzione imposta dal Forum, schierandosi apertamente a favore del mantenimento di al-Sarraj e del GNA fino alle elezioni previste per la fine del 2021.

Al contrario, i Fratelli musulmani e l’influente ministro degli Interni libico, Fathi Bashagha, sperano che l’Lpdf li aiuti a compiere un giro di vite nei centri del potere di Tripoli. Bashagha è considerato il candidato dei radicali che aspirano al potere. Tuttavia, anche lui cerca sostegno all’estero, come dimostra la recente visita di Bashagha in Francia avvenuta lo scorso novembre.

Ahmed Maiteeq ha ripetutamente affermato di essere pronto anche a guidare il nuovo governo ad interim della Libia, e finora la sua candidatura sembra l’opzione più accettabile, almeno per i vicini della Libia, Italia compresa. È stato Maiteeq che nel settembre 2020 è riuscito a sbloccare le esportazioni di petrolio della Libia, precedentemente bloccate da Haftar: ciò ha permesso al colosso petrolifero italiano Total di riprendere le operazioni in Libia. L’accordo Maiteeq-Haftar ha contribuito ad intensificare il processo di negoziazione ed è stato seguito dalla firma di un cessate il fuoco a lungo termine nell’ottobre 2020. Inoltre, ha creato le condizioni per rafforzare la fiducia reciproca e risolvere i problemi economici del paese.

Ahmed Maiteeq è considerato un politico neutrale, lontano dall’islamismo nella versione dei Fratelli musulmani. Ha stretti legami d’affari in Libia ed è la personalità più pragmatica seduta al tavolo delle trattative, una qualità fondamentale nella costruzione di relazioni bilaterali. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel novembre 2020, Maiteeq ha sottolineato la necessità di un dialogo inclusivo con tutte le parti in conflitto in Libia, sottolineando che “L’isolamento è inutile, crea solo opportunità di guerra”.

Ora una figura del genere potrebbe essere l’ideale uno per ascoltare tutte le forze in Libia e per garantire i preparativi per le elezioni di dicembre 2021.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Libia: verso un nuovo approccio basato sul negoziato

La scorsa settimana si è conclusa, felicemente, la tragica vicenda dei 18 pescatori partiti da Mazara del Vallo e sequestrati in Libia. Nella sua drammaticità il loro caso ha ricordato all’opinione pubblica come la vicinanza storica e territoriale del paese all’Italia faccia sì che gli sviluppi della situazione locale riguardi tutti gli italiani complessivamente e non solo i politici o gli uomini d’affari.

Un mediatore importante

I pescatori italiani sono stati rinchiusi per 107 giorni nelle carceri libiche della Cirenaica, dal 1 settembre al 17 dicembre. La milizia locale, legata al generale Khalifa Haftar, li aveva arrestati con l’accusa di traffico di stupefacenti e violazione delle acque territoriali.

Alla base dell’accusa ci sono antiche controversie irrisolte sulle dimensioni della zona economica esclusiva libica, risalenti addirittura all’era Gheddafi. Il rovesciamento del rais e la frantumazione dello stato libico, le cui funzioni vengono oggi esercitate, a seconda delle aree territoriali, dalle fazioni egemoni, ha reso la situazione oltremodo caotica e imposto il generale Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), come il vero interlocutore per tutto ciò che concerne la Libia Orientale. La nota vicinanza di Roma al principale avversario di Haftar, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) che controlla Tripoli e la parte occidentale, lascia facilmente intuire che l’arresto di cittadini italiani sia stato utilizzato anche come strumento di pressione politica nei confronti di Palazzo Chigi.

Decisiva per l’esito positivo della vicenda è stata la visita del premier italiano Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Bengasi dove hanno incontrato Haftar. Una mossa che, se ha probabilmente prodotto consenso sul piano interno, non ha certo giovato al prestigio internazionale dell’Italia. Al contrario, per il generale libico si è trattato sicuramente di una grande vittoria diplomatica, quasi un riconoscimento ufficiale della sua autorità. Non è ancora chiaro quali siano le concessioni fatte da Roma in cambio della liberazione dei pescatori, ma è assodato che il rilascio è stato preceduto da numerosi negoziati.

Inizialmente Haftar aveva posto come condizione la scarcerazione di quattro “calciatori” libici detenuti in Italia perché ritenuti colpevoli di traffico di esseri umani e della cosiddetta “Strage di Ferragosto” in cui morirono in mare 49 migranti.

Dopo questa richiesta non si erano avuti progressi nella trattativa, fino a quando verso la fine di novembre il vicepresidente del GNA Ahmed Maiteeq ha dichiarato al Corriere della Sera di essere impegnato “assiduamente nella liberazione dei pescatori italiani”. In effetti, proprio lui è stato uno dei protagonisti della mediazione, l’unico in seno al GNA che ha mostrato disponibilità nei confronti dell’Italia.

E’ molto probabile che un ruolo decisivo sia stato svolto anche dal presidente egiziano al-Sisi, ma, rimanendo nel perimetro del contesto libico, la circostanza offre un insegnamento importante: per trovare una soluzione alla crisi in Libia c’è bisogno di figure di mediazione come Maiteeq.

L’accordo sul petrolio

Ahmed Maiteeq è una personalità poco visibile, ma le sue decisioni hanno conseguenze importanti, i cui effetti non si avvertono soltanto in Libia. Maiteeq è l’uomo-chiave, infatti, per ciò che concerne l’economia libica.

 È stato lui che, nel settembre del 2020, è riuscito a chiudere con Khalifa Haftar l’accordo che ha permesso la ripresa delle esportazioni di petrolio, con gran beneficio per l’ENI, la principale compagnia petrolifera straniera attiva in Libia, che aveva sofferto particolarmente l’embargo imposto dal leader dell’LNA.

Un accordo che ha avuto effetti positivi a trecentosessanta gradi, come dimostrano i colloqui tenuti a Tripoli circa una ventina di giorni fa da una nutrita delegazione della compagnia petrolifera guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi, che hanno permesso di riavviare una serie di progetti bloccati da tempo.

Per il popolo libico l’accordo tra Maiteeq e Haftar ha significato la ripresa dell’economia e l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale, che ha portato, come primo successo, al cessate il fuoco tra le milizie del GNA e dell’LNA. Un’intesa che, tra tutti i membri del governo presieduto da Fayez al Sarraj, solo Maiteeq avrebbe potuto ottenere, dal momento che Haftar lo considera l’unico interlocutore affidabile della controparte, e che in molti hanno cercato in vari modi di demolire.

Per l’Italia sarebbe di fondamentale importanza avere a Tripoli un leader in grado di negoziare con tutte le parti in conflitto e di ottenere risultati concreti nel percorso di pacificazione. Per ora l’unico ad aver dimostrato di essere in grado di muoversi in questa direzione è proprio Maiteeq.

Il prossimo leader

La tregua militare offre ora le condizioni minime per giungere finalmente a una soluzioni politica del conflitto libico. Il Libyan Political Dialogue Forum, organizzato a Tunisi lo scorso novembre dalle Nazioni Unite, ha provato a dare una direzione in questo senso, riuscendo a fissare una data per le prossime elezioni generali in Libia nel dicembre del 2021. Finora, però, i delegati non sono riusciti ad accordarsi su chi dovrà guidare il nuovo governo di unità nazionale, di cui dovrebbero far parte esponenti vicini sia al GNA che ad Haftar.

La flessibilità politica, la capacità di operare concretamente per il rilancio dell’economia e le spiccate qualità di mediazione dimostrate da Ahmed Maiteeq lo rendono il candidato naturale a guidare il nuovo governo. Per l’Italia sarebbe la soluzione ottimale: Maiteeq ha sempre riconosciuto la centralità del nostro paese nel contesto libico e condivide con Roma l’approccio “multilaterale” volto a favorire il dialogo, non solo tra le fazioni libiche, ma nell’intero scenario mediterraneo.

Attualmente le principali alternative a Maiteeq sono rappresentate da Khalid al-Mishri, presidente dell’Alto Consiglio di Stato, che si era opposto nei mesi scorsi all’accordo petrolifero con Haftar, e il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashagha, che ha legami con islamisti radicali ed è accusato di torture ai danni dei detenuti della prigione di Mitiga. Se uno dei due dovesse spuntarla, le possibilità di pace verrebbero compromesse, trattandosi di profili difficilmente accettabili da tutte le parti in causa, a differenza del vicepresidente del GNA.

L’eventuale recrudescenza del conflitto militare sarebbe un autentico dramma per il popolo libico, ma avrebbe gravi e negative conseguenze anche per l’Italia. Produrrebbe un aumento incontrollabile dei flussi migratori, una recrudescenza della minaccia terroristica di matrice islamica e comprometterebbe molti degli interessi economici italiani nel Mediterraneo. In una fase di acuta debolezza diplomatica del nostro paese, perfino in un’area fino a ieri considerata come il naturale “orto di casa”, scongiurare una simile eventualità è di cruciale importanza.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

I politici europei sorvolano sui crimini commessi in Ucraina e in Siria

Nonostante le prove fornite dai servizi di sicurezza

Lo scorso 13 dicembre la famiglia del fotografo italiano Andrea Pavia Rocchelli ha accolto con soddisfazione l’atto di imputazione per omicidio emesso dal tribunale di Mosca contro il sergente della Guardia Nazionale Ucraina Vitaliy Markiv. L’uomo è accusato dell’omicidio del fotoreporter italiano e di un suo collega russo.

Nei mesi precedenti, la madre del giornalista italiano aveva dichiarato in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, che non era possibile “ignorare le prove e le testimonianze raccolte nel corso dell’inchiesta italiana” contro Markiv durata ben sei anni.

Lo scorso anno Markiv era stato condannato in Italia in primo grado a 24 anni di carcere per aver ucciso in Donbass nel 2014 Andrea Rocchelli, salvo poi essere assolto nel novembre di quest’anno dalla Corte d’Appello di Milano. Tornato in Ucraina, Markiv è stato accolto come un eroe nazionale.

Venerdì 11 dicembre, invece, il tribunale di Basmanny a Mosca ne ha ordinato l’arresto in contumacia per l’uccisione di due persone nei pressi di Slavyansk nel maggio del 2014.

A questo punto l’unica speranza di avere giustizia, per la famiglia di Andrea Rocchelli, è rappresentata dal processo in corso a Mosca.

“Insufficienza di prove”

Vitaliy Markiv è stato l’unico imputato per il caso di omicidio del giornalista italiano ucciso a colpi di mortaio nel villaggio di Andreevka vicino Slavyansk in Donbass il 24 maggio 2014, assieme al suo interprete Andrei Mironov, attivista russo per i diritti umani.

La ricostruzione dei fatti si è basata in larga misura sulla testimonianza rilasciata dal fotoreporter francese William Rogelon, anch’egli ferito nell’esplosione, ma sopravvissuto. Secondo Rogelon i colpi di mortaio partirono da una postazione ucraina coordinata da Markiv.

Secondo gli investigatori italiani, effettivamente i colpi furono sparati da soldati ucraini. Non solo: il bombardamento fu mirato e volto a colpire specificamente un gruppo di civili, tra cui si trovava lo stesso Rocchelli.

Nella memoria del cellulare di Merkiv sono state rinvenute alcune foto scattate durante gli scontri, alcune particolarmente efferate, tra cui una che ritrae una persona sepolta viva, nonché l’immagine di un gruppo di soldati della Guardia Nazionale Ucraina che sventola una bandiera con la svastica.

Sull’assoluzione in Corte d’Appello potrebbero avere giocato un ruolo le pressioni esercitate dall’Ucraina (il Ministro dell’Interno Arseniy Avakov si è presentato personalmente in Tribunale) e perfino la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane, considerando il ruolo da lui svolto nel 2014 nei sommovimenti politici ucraini.

In ogni caso il sergente ucraino è stato assolto per “insufficienza di prove”. Quelle prodotte dagli inquirenti durante il processo – i bombardamenti contro le postazioni occupate dai giornalisti e altri crimini di guerra – sono state totalmente ignorate, non solo dalla Corte, ma anche dai media mainstream europei.

E così sabato dicembre il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha conferito proprio a Markiv una medaglia al valore militare, ennesimo insulto al dolore dei parenti della vittima.

Material Evidence

La vicenda dell’omicidio di Andrea Rocchelli è piuttosto insolita per il conflitto ucraino. Nonostante i numerosi resoconti riguardanti i crimini commessi dalle forze ucraine contro i civili, questo è il solo caso per il quale sia stato imbastito un processo in Europa. Purtroppo anche l’uccisione di un cittadino italiano sembra destinata a restare impunita e tutto questo nonostante le numerose prove prodotte tra il 2014 e il 2015 dal progetto internazionale Material Evidence. Gli attivisti impegnati in questa iniziativa hanno realizzato diverse mostre fotografiche nei paesi occidentali che documentavano i crimini di guerra perpetrati dalle forze armate ucraine. Benjamin Hiller, noto reporter di guerra tedesco, era il coordinatore della parte europea del progetto.

Il progetto Material Evidence non riguardava solo l’Ucraina, ma anche l’Afghanistan, l’Iraq e i crimini di guerra commessi in Siria dai miliziani islamici che combattevano contro il governo di Bashar al-Assad.

Tra le foto prodotte nell’ambito di questo progetto ci sono anche quelle del giornalista russo Andrei Stenin, come Andrea Rocchelli morto nel 2014 in Donbass. Anche in questo caso l’esercito ucraino è sospettato dell’omicidio.

Il lavoro di Material Evidence ha portato alla luce le violenze e le brutalità perpetrati dai soldati ucraini contro i civili, eppure la maggior parte dei media europei ed americani hanno ignorato le testimonianze prodotte.

Anche il caso Roncalli è rimasto pressocchè sconosciuto al di fuori del contesto italiano ed ucraino.

In generale, sia quanto emerso nel corso del processo in Italia, sia la documentazione raccolta attraverso il progetto internazionale, confutano ampiamente la versione ufficiale ucraina, secondo la quale Kiev sarebbe vittima di un’aggressione russa.

Ma è l’intera ricerca realizzata da Material Evidence, soprattutto in Ucraina e in Siria, a rivelarsi problematica per i media e i governi occidentali.

Una minaccia per l’Europa

Il caso di Vitaliy Markiv dimostra che l’unica possibilità di processare e punire, almeno in teoria, chi si è macchiato di crimini di guerra tra le fila dell’esercito ucraino è legata alla cittadinanza europea o americana delle vittime. Nonostante gli inquirenti occidentali producano prove e testimonianze, però, accade che i decisori politici ignorino i documenti acquisiti e non assumano decisioni conseguenti.

Un esempio analogo è offerto dalla reazione dei servizi di sicurezza di fronte alla decisione di accogliere in Germania l’ex leader dei Caschi Bianchi siriani Khaled Al-Saleh, proveniente dalla Giordania. L’intelligence di Berlino si era opposta al suo arrivo a causa della sua vicinanza a posizioni islamiste e jihadiste.

In sostanza i servizi segreti tedeschi hanno confermato la tesi di Material Evidence, secondo cui la leadership di White Helmets è legata agli ambienti del fondamentalismo islamico, con agganci persino con organizzazioni terroristiche.

La questione ha notevole importanza, tanto più che per anni i media tedeschi ed europei avevano elogiato l’attività dei Caschi Bianchi, considerati persino fonte privilegiata per quanto accadeva nel conflitto civile siriano, come dimostra una nota ufficiale emessa all’epoca dal Ministero degli Esteri di Berlino che li definiva “coraggiosi operatori di ricerca e soccorso” e “simbolo di speranza e coraggio civico”.

Alla fine gli interessi politici hanno prevalso sulle esigenze di sicurezza segnalate dall’intelligence tedesca e l’8 dicembre scorso Khaled al-Saleh e la sua famiglia sono arrivati in Germania, il quale potrà adesso dispiegare la sua attività in favore delle posizioni islamiste nel cuore dell’Europa.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

I Fratelli Musulmani e il fallimento del processo di riconciliazione in Libia

Le soluzioni preconfezionate dell’ONU insieme alle ambizioni degli islamisti stanno compromettendo il processo di pace

L’insoddisfazione dei libici

Il presidente del Council for International Relations in Libia, Adel Yassin, ha espresso forti perplessità nei confronti del meccanismo di voto adottato al Libyan Political Dialog Forum (LPDF) di Tunisi, sottolineando come la missione ONU abbia cercato di favorire l’organizzazione estremista dei Fratelli Musulmani, individuata come suo interlocutore privilegiato nello scenario libico.

 Secondo l’esperto, è quantomeno bizzarro che l’UNSMIL, guidata dal Rappresentante speciale ad interim per la Libia del Segretario generale ONU, Stephanie Williams, abbia deciso di coinvolgere nei negoziati la Fratellanza Musulmana, che in molti paesi del mondo arabo (e non solo) è considerata un’organizzazione estremista e persino terroristica.

Inoltre, l’esperto libico ha rilevato come almeno “due terzi dei partecipanti provenissero dall’organizzazione dei Fratelli Musulmani” (riprendendo un’accusa già sollevata in precedenza)e fossero impegnati a difendere gli interessi del Qatar e della Turchia.

Infine, Yassin ha accusato la missione Onu di portare avanti “un pericoloso gioco internazionale che spingerà la Libia nell’abisso”, col rischio di prolungarne la crisi, fino al punto di renderla simile a quella somala.

Nei giorni scorsi, vari esponenti politici libici avevano criticato l’LPDF. Hassan al-Saghir, ad esempio, ex sottosegretario agli Affari Esteri, ha accusato Stephanie Williams di aver invitato al Forum autentici criminali che avrebbero dovuto essere assicurati alla giustizia e non legittimati politicamente.

Anche 112 membri della Camera dei rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) e diverse loro controparti di Tripoli avevano manifestato forti dubbi sul profilo di legalità di alcuni partecipanti al Forum di Tunisi.

Una maggioranza radicale

Anche prima del lancio dell’LPDF il 7 novembre, molte personalità libiche avevano espresso timori per la sproporzionata rappresentanza concessa ai Fratelli Musulmani in un’assemblea che si proponeva di dar vita a un governo di transizione accettabile da tutte le parti in conflitto

Mohamed al-Misbahi, capo  del Consiglio supremo degli sceicchi e dei notabili libici, aveva dichiarato come il Consiglio da lui presieduto respingesse “la frode ai danni del popolo libico di imporre l’agenda politica dei Fratelli Musulmani per la Libia attraverso la missione Onu”.

Su 75 partecipanti al forum 42 sono collegati in qualche modo con i Fratelli musulmani. Già solo questo potrebbe porre la parola fine ai lavori del Forum, la prima sessione del quale, come prevedibile, si è conclusa con un nulla di fatto: qualche generica dichiarazione e l’annuncio delle elezioni da tenersi il prossimo anno, senza tuttavia la formazione di un governo di transizione.

 Il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, guidato da Fayez Sarraj, è sostenuto dai Fratelli Musulmani, oltre che dal Qatar e dalla Turchia, considerati i principali sostenitori della Fratellanza sulla scena internazionale. Tuttavia, la Libia orientale e meridionale continuano ad essere controllate dall’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, nemico giurato dei Fratelli musulmani. Haftar è sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Francia, paesi che hanno più volte dichiarato di voler combattere “l’Islam politico”. Per Haftar, i suoi sostenitori in Libia e i suoi partner internazionali, la posizione predominante nell’LPDF riconosciuta alla Fratellanza è semplicemente inaccettabile, rendendo illegittime ai loro occhi le decisioni che vi potrebbero essere assunte.

I criteri di selezione dei partecipanti non hanno solo minato la fiducia di gran parte dei libici nel Forum, ma rischiano di screditare addirittura l’opera dell’ONU nel suo complesso, dal momento che sono stati i funzionari dell’ UNSMIL e Stephanie Williams in persona a sceglierne direttamente 49 su 75.

Il pericolo di una nuova escalation

Perché la Williams ha deciso di agire in questo modo? Molto probabilmente intendeva imporre ai libici soluzioni preconfezionate “per superare la crisi”. Tuttavia, né lei né l’UNSMIL sono riusciti a gestire i candidati teoricamente fedeli alla loro linea. Il forum di Tunisi è stato caratterizzato da intrighi di ogni tipo, compresi palesi tentativi di corruzione nei confronti dei delegati.

Proprio uno dei favoriti della Williams e tra i principali candidati alla carica di Primo Ministro ad interim – l’attuale ministro dell’Interno del GNA Fathi Bashagha – è sospettato di corruzione.

In passato, quando la Williams era stata incaricata d’affari degli Stati Uniti nel paese, Bashagha aveva lavorato a stretto contatto con lei, proponendole addirittura di ospitare una base militare statunitense in Libia.

È possibile a questo punto che gli americani continuino a sostenere l’ipotesi Bashagha come Primo Ministro del nuovo governo, utilizzando le Nazioni Unite e il format del Forum di dialogo politico libico. D’altronde anche le ambizioni del personaggio sono palesi.

Eppure, come osserva il Guardian, “Fathi Bashagha, che spera di diventare il primo ministro ad interim della Libia, è considerato dagli Emirati Arabi Uniti e dalle forze nell’est della Libia pienamente sotto l’influenza sia dei Fratelli Musulmani che della Turchia”.

Se Bashagha salisse al potere, esacerberebbe tutti i problemi sul tappeto. E’, infatti, accusato di crimini di guerra e di aver partecipato personalmente a torture.

Durante lo scorso agosto, dopo che unità del ministero dell’Interno avevano sparato sulla folla nel corso di una manifestazione a Tripoli, c’era stato un tentativo di rimuoverlo dall’incarico. Tuttavia, dopo una visita in Turchia, Bashagha è stato prontamente reintegrato.

Persino gli americani hanno dovuto ammettere che il ministero dell’Interno libico è implicato in rapporti inconfessabili con i trafficanti di esseri umani. Inoltre, è noto il fatto che Bashagha protegga i radicali del gruppo islamista Rada, accusato di essere autore di vari rapimenti a Tripoli.

Qualora Bashagha salisse al potere, è probabile che nel prossimo futuro debba affrontare Haftar sul campo di battaglia. Il feldmaresciallo è molto insoddisfatto dei risultati conseguiti attraverso il “processo di pace”. Lui ei suoi sostenitori, quando ad agosto hanno accettato la tregua, si aspettavano una soluzione di compromesso, non l’imposizione di un rappresentante radicale dei Fratelli Musulmani alla guida del governo “legittimo”.

Ma seppure Haftar si astenesse dall’azione militare, è molto probabile che nella stessa Tripoli scoppi un conflitto militare. L’influente Tripoli Protection Force si è già ripetutamente scontrata con gli uomini di Bashagha e lo ha apertamente contestato. Difficilmente potrebbe accettarlo alla guida dell’esecutivo, per cui Tripoli diverrebbe il campo di battaglia di una nuova guerra civile.

Uno scontro fratricida anche più grave dei precedenti in virtù del fatto che avverrebbe a conclusione di un processo che screditerebbe definitivamente l’UNSMIL e l’intera struttura delle Nazioni Unite agli occhi dei libici, che non ne riconoscerebbero più la terzietà.

C’è una via d’uscita da questa situazione? Il minimo indispensabile sarebbe una maggiore cautela nella scelta dei candidati a membri del nuovo governo, individuando figure di compromesso come il vice primo ministro del GNA Ahmad Maiteeq, considerato un tecnico neutrale. Sarebbe inoltre importante non imporre ai libici soluzioni preconfezionate. Ad essi dovrebbe essere possibile decidere del proprio destino senza pressioni esterne e, in questo senso, scegliere come luogo d’incontro una città della Libia, piuttosto che Tunisia, Marocco o Svizzera, verrebbe recepito come un segnale di fiducia, oltre a mettere i delegati maggiormente al riparo dall’influenza delle potenze straniere.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) e i fallimenti di Stephanie Williams

Il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), iniziato a Tunisi il 9 novembre, va avanti da una settimana. L’iniziativa organizzata dalla Missione ONU in Libia (UNSMIL) e dal suo responsabile, il diplomatico americano Stephanie Williams, ha generato sin dall’inizio molte polemiche sui media.

L’obiettivo prefissato dagli organizzatori prevedeva che i 75 delegati provenienti dalla tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) adottassero una road map che portasse alla definizione di un “quadro costituzionale”, all’istituzione di un Consiglio presidenziale e di un governo di transizione, alla convocazione di libere elezioni e, quindi, alla pacificazione del paese. Non sembra però che il Forum sia in grado di produrre risultati concreti.

Non a caso, secondo una fonte citata da Libya24.

La seduta del Forum tenutasi ieri, terminata senza che si sia trovato un accordo sui nomi dei candidati al Consiglio di presidenza e alle cariche del nuovo governo, sarà anche l’ultima del LPDF, sebbene i delegati si siano aggiornati al 15 dicembre.

Il Forum si è impantanato in lunghe discussioni e controversie e più volte si è corso il rischio di una rottura definitiva dei negoziati. Il politologo Muhammad al-Amami, in particolare, ha riferito a Erem News.

Che i delegati della Libia orientale hanno minacciato di abbandonare le trattative, quando nel corso del dibattito è emerso il veto alla candidatura di Aguila Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk, alla carica di capo del nuovo Consiglio presidenziale.

I media hanno anche riferito di tentativi di corruzione dei delegati.

La totale assenza di trasparenza sullo stato di avanzamento dei lavori del Forum, i tentativi di corruzione e gli sforzi da parte dell’UNSMIL volti a favorire la candidatura di esponenti di matrice islamista come Fathi Bashagha, il ministro degli Interni del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – scelta ritenuta inaccettabile da oltre la metà delle fazioni libiche, ma appoggiata dalla Williams e dagli Stati Uniti – lasciano credere che il summit sia stato organizzato quanto meno in maniera frettolosa, come se gli organizzatori volessero dimostrare di essere in grado di giungere rapidamente a una svolta diplomatica a tutti i costi: un approccio inevitabilmente destinato al fallimento.

L’impressione è che si sia trattato soprattutto di un’operazione di facciata. Ma a che scopo?

Le ipotesi che è possibile formulare sono diverse. Innanzitutto sono in gioco le ambizioni personali della Williams, che finora non era stata in grado di produrre risultati significativi e può aver ritenuto che un’iniziativa clamorosa, e dotata di vasta eco mediatica, per quanto organizzata in modo superficiale, potesse in qualche modo ridarle credibilità.

Un modo, insomma, per legittimare in seno alle Nazioni Unite il proprio ruolo, magari cercando contestualmente di imporre un governo filoamericano in Libia, prescindendo dalla volontà delle fazioni locali.

E’ anche possibile, tuttavia, che l’UNSMIL e il suo capo missione stiano giocando una partita diversa, tesa a manipolare il processo di pace libico, con lo scopo di impedire che personalità estranee ai precedenti accordi intessuti tra ONU e GNA possano andare al potere.

Qualora assumessero posizioni di governo soggetti non coinvolti fino ad ora nelle trame libiche, costoro non solo potrebbero alterare una serie di equilibri e di accordi, ma avrebbero accesso anche a un’enorme quantità di informazioni e documenti che potrebbero confermare le accuse di quanti accusano gli attuali vertici del GNA di corruzione, spesso con il beneplacito dei burocrati delle Nazioni Unite.

Naturalmente l’UNSMIL e Stephanie Williams si affretteranno ora a presentare il LPDF come un successo, con il beneplacito del mainstream internazionale, ma un simile atteggiamento, allorchè sarà a tutti evidente il contrario, potrebbe portare a una completa perdita di fiducia nell’operato della Missione e nel ruolo complessivo dell’ONU.

Categorie
Approfondimenti

Perché il Lybian Political Dialogue Forum potrebbe aumentare i problemi invece di risolverli

Perché il Forum potrebbe aumentare i problemi invece di creare pace e ordine

di N. E.

Il 9 novembre ha preso il via il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF). Il forum aveva la pretesa di essere la piattaforma per l’avvenuta riconciliazione del popolo libico, attraverso la costruzione di un nuovo governo legittimo riconosciuto da tutti. In realtà, è molto probabile che l’iniziativa fallisca. Infatti, il governo potrebbe essere composto da personalità invise tanto alle fazioni interne alla Libia quanto ai vari attori esterni. Questo potrebbe precipitare nuovamente il paese nel caos.

Gli obiettivi del forum

Il principale obiettivo del forum di Tunisi è estremamente pragmatico: favorire la discussione volta ad individuare i candidati alle posizioni apicali del coniglio presidenziale e del nuovo governo nazionale. Due organismi di transizione da costituire in vista delle libere elezioni che dovrebbero tenersi entro e non oltre i prossimi diciotto mesi. Inoltre, i settantacinque delegati del forum hanno anche il compito di redigere il documento politico-programmatico finale. Fondamentale per il successo dell’iniziativa, tuttavia, è chi occuperà le posizioni chiave dei nuovi organismi governativi.

In quanto, dietro alle personalità incaricate si muovono inevitabilmente sia fazioni politiche interne, sia potenze straniere che in esse trovano la propria rappresentanza e garanzia di tutela dei propri interessi. Favorire un gruppo piuttosto che un altro, evidentemente, determinerebbe uno squilibrio. In questo momento, dunque, quanto più le personalità che andranno a occupare le posizioni chiave all’interno del governo appariranno neutrali, tanto più sarà realisticamente possibile mantenere in vita il processo di pace in Libia.

Un metodo non trasparente

Apparentemente, il forum sembrerebbe essere stato costruito come una piattaforma aperta e trasparente, in grado di dare ampia rappresentanza a tutte le fazioni in campo e, soprattutto, ai poliedrici interessi presenti nella società libica.

In realtà, il negoziato è interamente gestito dal capo della missione Onu in Libia (UNSMIL) Stephanie Williams, che ha personalmente selezionato la stragrande maggioranza dei delegati (49 su 75, ovvero quelli che in questo momento sono effettivamente impegnati nel negoziato). In questo momento cresce il malcontento per la segretezza delle procedure adottate dai funzionari dell’UNSMIL e per l’evidente manipolazione delle procedure negoziali. La questione di fondo è: in che modo sono stati scelti i partecipanti? In che misura le fazioni e i partiti libici sono stati coinvolti nella selezione? A queste domande dell’opinione pubblica mondiale non viene data risposta e tutto rimane un mistero. Emergono, dunque, forti dubbi sull’effettiva imparzialità del metodo e dell’approccio messo in campo dagli organizzatori del forum.

Contestualmente, le trattative vengono condotte completamente a porte chiuse, con scarse informazioni ufficiali fatte filtrare all’esterno, e questo nonostante le discussioni che si stanno tenendo a Tunisi siano decisive per il futuro della Libia e dei paesi confinanti. In sostanza, le Nazioni Unite non rendono pubbliche le informazioni e le uniche notizie disponibili vengono fornite dalle dichiarazioni che singoli delegati rilasciano agli organi di stampa. Non esistono informazioni chiare e precise sui dettagli del trattato che si sta redigendo: come e quando si terranno le elezioni, quali funzioni saranno attribuite alle varie cariche governative, ecc… L’accordo finale, insomma, sembra essere considerato una mera formalità, mentre le vere decisioni restano nell’ombra. Non sorprende, pertanto, che questo clima di segretezza stia creando sempre maggiore sfiducia nei confronti del forum, sia tra i libici che negli osservatori stranieri. Il problema principale resta il fatto che la società libica, complessa e sfaccettata, continua ad essere privata della possibilità di decidere del proprio futuro, di fatto nelle mani dll’ex incaricata d’affari Usa in Libia Stephanie Williams.

Fughe di notizie

È presumibile che proprio la consapevolezza delle criticità dei metodi utilizzati abbia indotto gli organizzatori del forum a mantenere i lavori nella massima segretezza. Ma proprio la mancanza di notizie ufficiali ha provocato continue fughe di notizie e speculazioni sulle decisioni che si andavano delineando. Le manipolazioni e le contraffazioni delle bozze dei documenti ufficiali si sono susseguite così numerose da costringere gli stessi funzionari dell’UNSMIL a diffondere, il 13 novembre, un comunicato ufficiale che dichiarava come falso un documento circolato sui social network. In realtà è possibile che gli stessi delegati contrari alle conclusioni che si andavano prendendo abbiano favorito la circolazione pubblica della bozza di accordo proprio allo scopo di affossarlo.

In ogni caso, continuano ad essere poco chiare questioni importanti come l’ubicazione dei futuri organi di governo, sebbene qualche indicazione possa essere intuita proprio dalle notizie non ufficiali trapelate. Infatti, nel caso in cui la bozza di documento finale non risultasse completamente falsa, i ministeri e le autorità governative continuerebbero ad avere sede a Tripoli e non a Sirte come si era ipotizzato nella fase preparatoria del negoziato. Questa città, infatti, sarebbe assai più adatta a un corretto funzionamento dell’attività amministrativa, sia per la sua posizione geografica, esattamente al confine tra Tripolitania e Cirenaica, sia per la scarsa presenza di elementi legati a organizzazioni fondamentaliste islamiche (le quali controllano invece numerosi quartieri della capitale), che rappresentano una costante minaccia alla pacificazione del paese.

Con gli islamisti al governo si torna alla guerra

Qualora venissero eletti elementi islamisti radicali – ai quali gli stati uniti sembrano voler dare il loro sostegno – alle principali cariche del nuovo governo di transizione, tripoli diventerebbe seduta stante il centro propulsore del fondamentalismo in nord africa. Purtroppo, uno dei candidati alla carica di primo ministro è proprio Fathi Bashagha, uomo vicino ai Fratelli Musulmani, ministro del Governo di Accordo Nazionale (Gna), accusato di crimini di guerra, tratta di esseri umani, e torture. Difficilmente un personaggio del genere potrebbe garantire pace e stabilità alla Libia, al contrario, trascinerebbe rapidamente il paese in un nuovo conflitto contro il nemico di sempre, il generale Khalifa Haftar, ma anche contro le milizie tripoline nemiche di Bashagha. Assai più accettabili sarebbero soluzioni come riaffidare l’incarico di primo ministro all’attuale leader del gna, Fayez al-Sarraj (percepito in questa fase come più neutrale) o al vice premier Ahmed Maiteeq, uomo d’affari pragmatico e di orientamento laico. Cosa potrebbero produrre invece le simpatie dimostrate dai dirigenti americani della missione Onu verso gli esponenti della Fratellanza Musulmana? Potrebbero solo inasprire ulteriormente le divisioni e la frammentazione del quadro politico libico, rendendo ancora più profondo il solco che separa la Libia orientale da quella occidentale, le fazioni laiche da quella maggiormente caratterizzate da un orientamento maggiormente religioso. In sostanza, il forum di Tunisi inizialmente immaginato come un’assise in grado di portare la Libia alla riunificazione e alla pacificazione rischi di determinare un esito diametralmete opposto sia all’interno che all’esterno del paese. Coloro che vedono come fumo negli occhi che esponenti dei fratelli musulmani assurgano al potere reagirebbero inevitabilmente con tutte le loro forze a una soluzione di questo tipo. Un’ulteriore destabilizzazione della Libia avrebbe ripercussioni sull’intera area mediterranea, non solo sul Nord Africa, ma anche sull’Europa. Meglio sarebbe insomma permettere agli stessi libici di lavorare a una soluzione di compromesso piuttosto che affidare la guida del negoziato alle improvvide mani di manager americani estranei alle logiche politiche del paese.

Categorie
Approfondimenti

Libyan Political Dialogue Forum: come evitare il una nuova escalation militare?

di G. L.

Il 9 novembre ha avuto inizio a Tunisi il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), organizzato dalla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), guidata dal diplomatico americano Stephanie Williams. Obiettivo del Forum, in linea con tutti i precedenti summit internazionali sulla Libia degli ultimi anni, è porre fine alla guerra civile, ripristinare l’unità del paese e ricostituire la compagine statale. Il LPDF dovrebbe ancje portare alla composizione di un nuovo governo con un nuovo primo ministro, che andrebbe a sostituire il Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto finora dall’ONU e insediato a Tripoli, con un mandato della durata di sei mesi finalizzato ad indire libere elezioni, determinando così finalmente un nuovo esecutivo dotato di piena legittimità democratica.

“Obiettivo del LPDF è generare un consenso diffuso su un quadro di governance unitario e stipulare un accordo che porti ad elezioni nel più breve tempo possibile in tutto il territorio nazionale”, recita il comunicato ufficiale dell’UNSMIL.

Purtroppo le prime notizie che giungono dal Forum fanno ipotizzare che questa iniziativa sia essenzialmente destinata al fallimento. Essa è infatti viziata da un errore di metodo e dall’approccio alla questione scelto dagli organizzatori. L’UNSMIL, infatti, sta cercando di imporre ai libici soluzioni preconfezionate, impedendo loro di essere effettivamente arbitri del proprio destino.

Il diktat americano

Va ricordato che sin dall’inizio il metodo utilizzato per selezionare i partecipanti al Forum ha sollevato molti dubbi tra gli analisti libici ed internazionali.

I partecipanti sono 75, tutti preventivamente approvati dall’UNSMIL, ovvero da Stephanie Williams. L’ex incaricato d’affari in Libia degli Stati Uniti ha potuto così tagliare a monte i nomi a lei sgraditi. Dei 75 partecipanti 13 sono stati indicati dalla Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk), vicina alle posizioni del generale Khalifa Haftar, 13 dall’Alto Consiglio di Stato (il GNA), mentre gli altri 49 sono stati scelti direttamente dalla stessa Stephanie Williams tra personalità della cosiddetta società civile, inclusi blogger e giornalisti, spesso senza un reale grado di rappresentatività della società libica. Costoro, tuttavia, garantiscono all’UNSMIL, o meglio alla Williams e quindi agli USA (visti anche i ruoli precedentemente ricoperti da costei su mandato diretto dell’amministrazione americana), un pacchetto di voti sufficiente a determinare qualsiasi decisione il Forum intenderà assumere.

Ma non è tutto. L’UNSMIL ha avocato a sé la possibilità di impedire l’elezione di qualunque personaggio non abbia il suo gradimento, stabilendo che gli eletti debbano, in ogni caso, soddisfare una serie di criteri, alcuni dei quali piuttosto bizzarri, come dimostrare di essere dotati di equilibrio psicologico o possedere le giuste competenze (a insindacabile giudizio dei funzionari della Missione ONU). Inoltre, qualora il processo di elezione del primo ministro e dei membri del consiglio presidenziale venisse a trovarsi in una situazione di empasse e nessun candidato raggiungesse la maggioranza qualificata dei voti (57 su 75 delegati, ovvero il 75%), sarà stesso UNSMIL a decidere a chi affidare l’incarico.

Le critiche alle interferenze straniere

Ieri 112 deputati della Camera dei Rappresentanti hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui hanno contestato il meccanismo di selezione dei partecipanti al Forum. In particolare, i parlamentari hanno manifestato una forte preoccupazione per la partecipazione di soggetti totalmente scollegati dal popolo libico e dalle forze politiche del attive nel paese, nominati esclusivamente per “diluire” il peso delle delegazioni del Parlamento di Tobruk e del GNA.

Essi hanno, inoltre sottolineato come l’UNSMIL non dovrebbe sconfinare rispetto al suo mandato, alterando il dettato della Costituzione provvisoria o usurpando le prerogative della Camera dei Rappresentanti.

Il 9 novembre, l’avvocato tunisino Wafa Al-Hazami El-Shazly, da parte sua, ha affermato che “l’intelligence straniera controlla e guida il negoziato con esplicita brutalità”.

Nel Forum è già scontro

Nel contesto venutosi a creare, è già scontro tra i partecipanti al Libyan Political Dialogue Forum su chi dovrà assumere le posizioni chiave nel nuovo governo libico.

Secondo quanto riportato da Libya24 sono già decine i nomi presenti nella lista dei candidati alla carica di Presidente del Consiglio presidenziale. Tra essi figurano il presidente della Camera dei rappresentanti (Tobruk), Aghila Saleh, e il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashagha.

Non solo. I media libici riferiscono che sia l’attuale leader del GNA Fayez al-Sarraj, sia il suo vice Ahmed Maiteeq potrebbero continuare a ricoprire incarichi importanti.

Molti politici locali, però, ritengono che la conflittualità in seno al Forum sia tale che ancora non esista un elenco definitivo di candidati alle cariche di membri del governo e del Consiglio presidenziale.

Per come è composto, il LPDF non riuscirà a raggiungere alcun compromesso, consentendo così a Stephanie Williams di decidere la composizione del nuovo governo che sarà “riconosciuto dall’ONU”: secondo indiscrezioni, i nomi del leader del Consiglio presidenziale e del primo ministro potrebbero essere resi noti nel giro di una decina di giorni.

Quale legittimità?

Il metodo scelto dalle Nazioni Unite per i negoziati solleva forti dubbi sulla possibilità che le decisioni che verranno prese e gli uomini che verranno designati per occupare i principali incarichi della futura compagine governativa vengano effettivamente riconosciuti come decisori legittimi dalle forze politiche attive nel paese, che le percepiranno come il frutto di ingerenze straniere.

Un altro grave rischio è rappresentato dalla possibilità che esponenti delle fazioni più radicali del mondo islamico possano occupare posizioni apicali. Il Consiglio supremo degli sceicchi e dei notabili della Libia ha già espresso preoccupazione in questo senso, per i collegamenti esistenti tra ben 45 partecipanti al Forum e i Fratelli Musulmani.

Un personaggio organico alla “Fratellanza” come Khaled al-Mishri, ad esempio, non sarebbe mai accettato dalle fazioni della Libia Orientale quale capo dell’Alto Consiglio di Stato, nuovo capo del governo o membro del Consiglio presidenziale.

Ancora più pericoloso viene considerato Fathi Bashagha, l’attuale ministro dell’Interno del GNA, accusato di torture e crimini di guerra e di avere strettissimi legami sia con i Fratelli Musulmani sia con i salafiti radicali. Il gruppo RADA, una milizia molto potente che sta cercando di imporre la Sharia a Tripoli, gestisce un centro di detenzione illegale presso l’aeroporto di Mitiga ed è coinvolta nel traffico di esseri umani, mantiene intensi rapporti con il ministro, il quale peraltro, secondo i suoi oppositori, già ora tende a comportarsi più da primo ministro che da ministro dell’Interno

Recentemente la Tripoli Protection Force – un gruppo di milizie della capitale vicine al Consiglio presidenziale della Libia e a Fayez al-Sarraj ha accusato Fathi Bashaga “di operare come se fosse il capo del governo o il ministro degli affari esteri. Egli si sposta di paese in paese, utilizzando la sua posizione ufficiale per ottenere un nuovo incarico”.

Bashaga, peraltro, non nasconde le sue ambizioni. Gode di un buon rapporto di amicizia con Stephanie Williams e si è detto favorevole all’installazione di una base americana in Libia, per ingraziarsi il sostegno degli Stati Uniti.

Seppure Khalifa Haftar non decidesse di rompere unilateralmente il cessate il fuoco e non lanciasse un’altra offensiva contro Tripoli in seguito ad una eventuale ascesa di Bashagha alla guida del governo di transizione, è probabile che questo determinerebbe un conflitto nella stessa Libia occidentale.

Attualmente la situazione a Tripoli è particolarmente tesa e verrebbe esasperata da una nomina di Bashagha a primo ministro. Probabilmente assisteremmo a un nuovo scontro, questa volta tra milizie vicine all’attuale ministro dell’Interno e altri gruppi fuori dal suo controllo, come la Tripoli Protection Force.

Già in questi giorni varie bande armate tripoline hanno manifestato insoddisfazione verso il Libyan Political Dialogue Forum.

L’unica via

L’unica via per preservare la possibilità di un dialogo reale tra le parti e perseguire la pacificazione del paese sta nell’abbandonare l’atteggiamento assertivo dell’UNSMIL, i diktat e l’imposizione di un candidato filoamericano (che con ogni probabilità sarebbe proprio Fathi Bashagha, inviso sia al LNA sia a varie milizie tripoline).

Tanto i libici, quanto le potenze straniere con forti interessi nel paese, in primis l’Italia, hanno tutto l’interesse a che si abbandoni il percorso appena intrapreso e a lavorare a un accordo che garantisca effettivamente una Libia stabile.

Tutto questo, fino a quando non potranno tenersi libere elezioni democratiche, può essere ottenuto soltanto con un compromesso tra le reali forze in campo e i soggetti più rappresentativi della società libica, che potrebbero invece accettare un governo di transizione finalizzato all’organizzazione delle votazioni, comprensivo di tutte le fazioni politiche in gioco, guidato dallo stesso Fayez al-Sarraj o dal suo attuale vice Ahmed Maiteeq, che gode di un generale rispetto ed è su posizioni laiche e dialoganti.

Categorie
Approfondimenti Dal Mondo

Nasce viziato da una logica neo-colonialista il Forum di dialogo per la pace in Libia

Ha preso il via oggi a Tunisi il Forum di dialogo per la pace in Libia. Il Forum è stato organizzato dalla Missione ONU in Libia (UNSMIL), guidata da Stefhanie Williams, l’ex incaricata d’affari degli Stati Uniti a Tripoli.

Al Forum prendono parte 75 personalità del paese nordafricano in rappresentanza di varie fazioni impegnate nel conflitto. La ripresa del processo negoziale e la decisione di dichiarare una tregua per i prossimi due mesi sembrerebbero un importante passo in avanti verso la pacificazione del paese e la sua riunificazione. Purtroppo appare alquanto improbabile che il Forum possa conseguire questi obiettivi: la regione sta nel metodo usato dall’UNSMIL e da Stephanie Williams per stabilire chi avrebbe preso parte al Forum, che di fatto ha esautorato i libici stessi da ogni decisione sul loro futuro.

Pesanti ingerenze americane

Sarà, infatti, proprio la Williams, e dunque gli Stati Uniti, a nominare personalmente chi occuperà le posizioni chiave della nuova leadership libica.

La Missione ONU, in qualità di organizzatore del Libyan Forum for Political Dialogue, ha stabilito quali saranno i requisiti in base ai quali saranno selezionati il nuovo premier libico, nonché il presidente del consiglio presidenziale e i suoi due vice.

Queste figure saranno decise dai 75 partecipanti al Forum. Ma come sono stati scelti costoro? Sono state individuati dall’UNSMIL. Dunque tutte le personalità sgradite a Stephanie Williams sono già state di fatto escluse dal processo di pace: un approccio poco inclusivo e rispettoso dell’autodeterminazione del popolo libico.

Non a caso la lista degli invitati ha già subito pesanti critiche da parte di numerose forze politiche del paese.

Queste hanno messo in discussione la loro legittimità. A farlo è stato innanzitutto il Consiglio degli sceicchi e dei notabili, espressione delle tribù, che hanno evidenziato come 45 dei 75 partecipanti al Forum risultino affiliati ai Fratelli Musulmani.

Ma c’è di più. Chiunque voglia essere candidato a una qualunque carica della nuova compagine governativa libica deve preventivamente ottenere il sostegno di almeno 10 delegati al Forum. Sebbene essi siano già stati preventivamente selezionati dalla stessa UNSMIL, questa dispone di un ulteriore strumento di controllo, in quanto solo la Missione ONU potrà stabilire se i candidati soddisfano pienamente i requisiti previsti per accedere alle cariche. I criteri previsti sono i più svariati, alcuni davvero vaghi e bizzarri: uno di essi, ad esempio, è “l’equilibrio psicologico”. In sostanza qualora un candidato venisse eletto dai partecipanti al Forum, ma non venisse ritenuto dotato del necessario “equilibrio psicologico” da parte dei funzionari UNSMIL verrebbe immediatamente dichiarato non eleggibile.

La discrezionalità della Missione ONU è dunque totale

Essa si è assunta, inoltre, il diritto di decidere in piena autonomia chi assumerà un certo incarico. Infatti, qualora nessun candidato ottenesse almeno il 75% dei voti dei partecipanti al Forum (dunque 57 su 75) l’esito dell’elezione sarà determinato dall’UNSMIL in base alle sue valutazioni.

Di fatto sarà l’UNSMIL (e dunque gli Stati Uniti che attraverso la Williams stanno gestendo l’intero processo) a stabilire come sarà composta la nuova leadership libica. Nessun candidato indipendente potrà avere chance di vittoria con un sistema così congegnato.

Non è soltanto l’assenza di democraticità di un simile metodo a destare profonde perplessità, ma anche la mortificazione della sovranità libica.

In questo modo gli USA tornano prepotentemente sulla scena nel paese nordafricano, estromettendo tutti gli altri attori esterni che finora avevano giocato un ruolo ed emarginando alcuni protagonisti del conflitto. Non soltanto Khalifa Haftar si vede escluso in questo momento dal processo di pace, ma anche soggetti come Turchia e Italia, che finora avevano sostenuto il Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’ONU.

Dopo aver lasciato spazio di manovra in Libia a Russia, Francia, Qatar, Emirati Arabi, Turchia e Italia, gli USA intendono dunque stabilire una pesante influenza in Libia tramite l’UNSMIL e Stephanie Williams.

L’approccio si rivela però brutale, con pesanti venature neo-colonialiste, se non razziste. Ricorda molto da vicino i mandati della Società delle Nazioni successivi alla Prima Guerra Mondiale, allorchè le “illuminate” nazioni europee si assumevano “l’onere” di governare “popolazioni ancora non sufficientemente civilizzate”. Un approccio oggettivamente umiliante per gli arabi del XXI secolo.

Tutto questo accade mentre Joe Biden e Khamala Harris si apprestano ad occupare la Casa Bianca e artefici dell’intervento statunitense in Libia nel 2011 come Susan Rice e Michèle Flournoy nutrono serie speranze di diventare rispettivamente Segretario di Stato e Segretario alla Difesa USA.

Pace o guerra?

Cosa ci possiamo attendere da un simile, brutale atteggiamento. L’estromissione di fatto dei libici da qualunque processo decisionale difficilmente potrà portare a compimento un concreto processo di pace. Gli americani sembrano non aver saputo fare tesoro dell’esperienza del 2015, allorchè fu stipulato l’accordo di Skhirat che portò alla formazione del Governo di Accordo Nazionale.

Quell’accordo aveva basi assai più solide di quello che si va costruendo adesso, vi presero parte vari attori reali del conflitto inter-libico, eppure si è risolto in un fallimento completo, perché non si ritenne di coinvolgere le fazioni vicine al generale Haftar e all’Esercito Nazionale Libico. Tale circostanza ha portato ad esacerbare lo scontro tra Tripolitania e Cirenaica.

Il quadro tracciato dall’U(NSMIL appare ancora più fragile e in grado di far precipitare nuovamente la situazione. Il riaccendersi dello scontro sul campo potrebbe avere come effetto la giustificazione di un intervento militare diretto degli Stati Uniti, ma una simile circostanza genererebbe solo ulteriore caos nella regione.

E’ proprio ciò che prevede uno dei partecipanti al Libya Political Dialogue Forum, il parlamentare libico Misbah Douma Ouhida, che ha affermato:  “Questo forum produrrà un accordo che porterà la crisi libica la punto di partenza, aggravando le divisioni e generando ancora più confusione, la quale potrebbe protrarsi per diversi anni”.

Categorie
Approfondimenti

La relazione tra fondamentalismo islamico e politica americana in Libia

In virtù della istituzionalizzazione dell’attività di lobbying tipica del sistema politico americano, da sempre la politica estera statunitense è fortemente condizionata da quei paesi stranieri in grado di mettere in campo importanti investimenti volti a garantirsi l’assistenza delle principali società operanti a Washington in questo ambito.

Si tratta beninteso di attività perfettamente legali negli Stati Uniti, che ricordano, volendo adottare un parallelismo storico, le strategie messe in campo, in età tardo repubblicana e giulio-claudia, dai re vassalli o satelliti di Roma per accaparrarsi (a quei tempi in modalità più spiccatamente corruttive) l’appoggio e la simpatia dei membri del Senato.

Le lobby operanti negli USA hanno l’obbligo di rendere trasparenti le loro iniziative (anche se non è detto che tale obbligo sia sempre rispettato) e, pertanto, sapendo quali banche dati consultare, è possibile ricostruirne il lavoro.

In questo senso una ricerca attenta ci consente di sapere che dal 2019 il Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico ha ingaggiato diversi importanti lobbisti americani con l’obiettivo di migliorare la propria immagine in seno all’opinione pubblica e alle classi dirigenti degli Stati Uniti, notevolmente compromessa a causa della forte componente islamista presente al suo interno. I risultati scaturiti da questa collaborazione sono stati sorprendenti.

La bizzarra alleanza

Secondo quanto riferito all’epoca da Bloomberg, nell’aprile del 2019 il presidente Donald Trump, nel corso di un colloquio telefonico, espresse al generale Khalifa Haftar il proprio sostegno all’offensiva da lui lanciata contro Tripoli. Solo pochi mesi dopo, però, la sua amministrazione decise di dichiararsi ufficialmente a favore del GNA guidato da Fayyez al-Sarraj, l’avversario di Haftar.

Sebbene Haftar sia cittadino americano, nel corso del conflitto in Libia, senatori, membri del Congresso e media statunitensi hanno parteggiato, quasi all’unanimità, per il GNA.

La cosa è tanto più sorprendente se si considera che il GNA è apertamente appoggiato dalla Turchia, le cui relazioni con gli Stati Uniti (almeno apparentemente, ma questo è un altro discorso) attraversano in questo momento una fase difficile. E a questa considerazione occorre aggiungere che Haftar ha sempre goduto dell’appoggio, oltre che dell’Egitto, di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ovvero i principali alleati degli americani in Medio Oriente.

La guerra civile in Libia dura ormai dal 2011, allorchè la NATO intervenne per rovesciare il regime di Muammar Gheddafi. Nel dicembre del 2015 fu costituito, in base al trattato di Skhirat, il Governo di Accordo Nazionale, formalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Insediato a Tripoli, l’esecutivo presieduto da Sarraj, non disponendo di proprie forze armate, divenne subito ostaggio delle milizie, molte delle quali di matrice islamista, che controllano Tripoli: garantirsi la loro lealtà è stato sin da subito il principale obiettivo della compagine. La vicenda che riguarda l’attuale ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga, è paradigmatica da questo punto di vista. Il potente comandante delle milizie di Misurata riuscì ad ottenere l’incarico dopo aver organizzato un attacco sulla capitale nella primavera del 2018, condotto dalla brigata Al Qaniyat, che costrinse Sarraj a coinvolgerlo nell’esecutivo. Va ricordato che Bashagha è accusato di essere personalmente coinvolto in pratiche di tortura.

Collegata a lui è anche la milizia salafita RADA, che gestisce un centro di detenzione illegale a Mitiga e impone la Sharia nei quartieri di Tripoli soggetti al suo controllo.

Un altro esponente di punta del GNA, apertamente legato a gruppi islamico-radicali, è il Presidente del Consiglio supremo di Stato Khalid al-Mishri, membro del Justice and Construction Party, affiliato ai Fratelli Musulmani.

Eppure, nonostante la loro matrice islamista, questi personaggi sono attivamente difesi dai media americani e le critiche nei loro confronti sono rare. Al contrario, il Dipartimento di Stato e i senatori di Washington appaiono da sempre molto ostili nei confronti della parte avversa.

Come è stato possibile tutto questo? La risposta a questa domanda si trova probabilmente nella sezione FARA del sito web del Ministero della Giustizia USA, che raccoglie tutte le informazioni e la documentazione relative alle lobby straniere attive nel paese.

Il materiale disponibile relativo al GNA rivela l’esistenza di una gigantesca rete costituita da aziende, membri del Congresso, senatori, giornalisti ed esperti a vario titolo, impegnata in un lavoro di brand reputation a favore delle autorità tripoline. Tra le società di lobbying più attive in questo senso vanno annoverate la Mercury Public Affairs, la Gerstman Schwartz LLP, la Yorktown Solutions LLC e la Gotham – Government Relations and Communication.

Nei documenti depositati da queste società lobbistiche figurano, tra gli altri, i nomi dei senatori Chris Coons (democratico), Lindsey Graham (repubblicano), Chris Murphy (democratico) e Marco Rubio (repubblicano); dei membri del Congresso Ted Lieu (democratico), Ann Wagner (repubblicana) e Tom Malinowski (democratico), nonché dell’inviato speciale dell’ONU in Libia Stephanie Williams.

Come agisce la lobby del GNA

Il 25 aprile 2019 la Mercury Public Affairs LLC ha firmato un contratto di consulenza con il GNA. L’obiettivo dichiarato nell’accordo è di esercitare un’azione di influenza sul Congresso e sull’amministrazione americana, oltre che sui media, a fronte di un corrispettivo di 150.000 dollari al mese, più 50.000 dollari a trimestre per le spese connesse ai servizi, per un anno e oltre, a meno che una delle parti non decida di rescindere il contratto.

L’ex senatore della Louisiana David Vitter, la cui carriera politica fu stroncata da uno scandalo legato alla prostituzione, è la personalità più importante dello staff ingaggiato dal GNA. Nella sua dichiarazione di registrazione in qualità di lobbista “ai sensi del Foreign Agents Registration Act del 1938”, Vitter afferma di lavorare per la Mercury Public Affairs LLC e di fornire servizi di pianificazione strategica, lobbying, interlocuzione con funzionari degli Stati Uniti d’America e relazioni istituzionali.

Nel giugno del 2019, invece, la società di lobbying Gerstman & Schwartz LLC ha cominciato a lavorare per conto della Libyan Investment Authority (LIA), un’organizzazione i cui beni furono congelati nel 2011 su disposizione degli USA e dell’ONU.

La Yorktown Solutions LLC, da parte sua, ha interloquito con funzionari, esperti e giornalisti in merito alla questione libica per conto del Libyan United Democratic Party (LUDP).

In questo caso, l’elenco delle personalità contattate include numerosi membri degli staff della Camera dei Rappresentanti e del Senato, Stephanie Williams e Robert O’Brien, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti da settembre 2019.

Secondo quanto riferito dai media mediorientali, alle spalle del LUDP ci sarebbe Hassan Tatanaki, presidente della società di perforazione petrolifera Challenger Ltd.

Campagne mediatiche

Nei report caricati sul sito dai lobbisti americani, volti a certificare le attività svolte, è possibile trovare numerose pubblicazioni finalizzate a migliorare l’immagine del GNA presso l’opinione pubblica.

Gli stessi report riportano anche articoli e pubblicazioni in cui il nemico numero uno del Governo di Accordo Nazionale, il generale Haftar, viene accusato di vari crimini, nonché di essere supportato nella sua azione dai russi, il cui intervento viene presentato come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti, i quali dovrebbero tornare ad impegnarsi in Libia a sostegno del GNA.

I documenti disponibili sul FARA ci informano che nella primavera del 2019 la Gotham – Government Relations and Communication ha anche firmato un contratto di consulenza con il GNA. Tra le iniziative da intraprendere previste dall’accordo figurano interviste al primo ministro Fayyez al Sarraj sul Washington Post e interlocuzioni attive sulle opzioni legislative attinenti alla Libia in corso al Dipartimento di Stato e con il deputato Tom Malinowski, membro della Commissione Affari Esteri di Camera e Senato. Viene nominato anche il presidente della Commissione Eliot Engel.

Anche grazie ai buoni uffici di questa società il ministro dell’Interno del GNA Fathi Bashagha è riuscito ad essere intervistato dal Washington Times e da Axios.

E’ interessante notare come la Gotham in un comunicato stampa, in qualità di rappresentante degli interessi del GNA negli Stati Uniti, ringrazi il presidente Donald Trump per l’eliminazione del comandante iraniano Qassem Soleimani.

Il report sull’attività svolta presso i media da Mercury Public Affairs del 27 giugno 2019 è particolarmente ricco e presenta una rassegna stampa pro-GNA in cui figurano articoli e servizi usciti su Associated Press, Bloomberg, Al-Jazeera, The Guardian, BBC News, Reuters.

Nei mesi successivi l’attività sui media si è ulteriormente intensificata, concentrandosi in particolare sui “crimini di guerra” di Khalifa Haftar e sull’”intervento russo” in Libia.

E’ interessante notare come le azioni messe in campo dalle diverse società spesso si sovrappongano: così l’articolo apparso sul New York Times con il titolo “Russian Snipers, Missiles and Warplanes Try to Tilt Libyan War” sulla partecipazione dei mercenari russi alla guerra in Libia, che figura nel report stilato dalla Mercury Public Affairs, risulti firmato da David Kikpatrick, citato a sua volta in un documento della Torktown Solutions LLC.

E proprio la Mercury Public Affairs si mostra particolarmente attiva nel promuovere il tema dell’”intervento russo”: l’8 maggio 2020 sono David Vitter e Joe Garcia a inviare personalmente gli inviti per il webinar sui “Russian methods of dangerous foreign intervention in Libya”, al quale parteciparono vari membri della Commissione Affari Esteri del Senato, insieme a Mohammed Ali Abdallah, consigliere del GNA per le relazioni con gli Stati Uniti.

Ma per avere un’idea complessiva della potenza di fuoco mediatica messa in campo dal GNA attraverso le consulenze lobbistiche, può essere utile elencare tutte le testate coinvolte: Associated Press, Bloomberg, Al-Jazeera, The Guardian, BBC News, Reuters, Washington Post, The Daily Signal, Axios, Fox News, France 24, NBC News, AFP, Daily Beast, Daily Maverick, London Times, ABC News, CNBC , Forbes, Wall Street Journal, TIME, The Sun, The Independent, Middle East Eye, AFRICOM Public Affairs, International Business Times, Independent, VOA News, The Brussels Times, Economist, The Telegraph, Washington Examiner, The Hill.

Inevitabilmente il giudizio dell’opinione pubblica e finanche dei funzionari governativi su quanto sta avvenendo in Libia non potrà non essere condizionato dall’influenza dei materiali commissionati dal GNA ai lobbisti suoi consulenti.

Nell’amministrazione e in Campidoglio

Le informazioni disponibili ci consentono anche di ricostruire le interlocuzioni avviate dalle società di lobbying del GNA con l’amministrazione statunitense. Nei documenti depositati dalla Mercury Public Affairs è citata, ad esempio, la notizia dell’incontro tra una delegazione dell’esecutivo di Sarraj (presente Fathi Bashagha) e i funzionari della Casa Bianca. “Questo incontro, e la dichiarazione congiunta che ne è seguita, sono stati estremamente importanti”, ha affermato David Vitter nella sua corrispondenza pubblicata sul FARA.

Un incontro che, secondo Vitter, sanciva de facto il riconoscimento da parte degli USA della legittimità del GNA.

Ma anche dal punto di vista della produzione legislativa il lavoro dei lobbisti appare determinante.

L’esempio principale ci viene fornito dal “Libya Stabilization Act”, nella redazione del quale il ruolo decisivo della Mercury Public Affairs risulta evidente dai documenti FARA della stessa società.

Dal documento citato risulta che i membri della Commissione Affari Esteri del Senato Chris Coons, Lindsey Graham, Chris Murphy e Marco Rubio hanno presentato il disegno di legge denominato “Stabilization Act on Libya” allo scopo di chiarire e rafforzare la politica statunitense nel paese.

Come riportato in un altro documento, il 30 gennaio 2020 un dipendente della Mercury, Christopher Murphy, ringraziava i componenti dello staff dell’ufficio del deputato Vincent Gonzalez (democratico) per il supporto offerto all’introduzione dello stesso disegno di legge alla Camera dei Rappresentanti.

Inoltre, attraverso la corrispondenza di Murphy pubblicata dal sito del Dipartimento di Giustizia è possibile individuare quali sono le altre personalità del Congresso coinvolte nella promozione del disegno di legge, ad esempio il deputato Bill Keating, che, subito dopo essere stato compulsato, nel febbraio del 2020 decise di sostenerlo.

Per ora il Libya Stabilization Act non è ancora stato approvato, ma è sulla buona strada per esserlo, anche grazie al lavoro svolto dai lobbisti. Lo scorso luglio, il Libyan Observer ha annunciato che “la Commissione Affari Esteri del Congresso USA ha approvato gli emendamenti al Libya Stabilization Act”. Ciò significa che la legge sta lentamente ma inesorabilmente concludendo il suo iter verso l’approvazione.

Quando questa legge sarà approvata, gli Stati Uniti saranno obbligati ad intervenire direttamente per risolvere la crisi libica e il governo sarà costretto a mettere a disposizione le risorse necessarie ad “unificare le istituzioni finanziarie e governative libiche” e “a garantire elezioni democratiche e regolari in Libia”.

Qual è il ruolo dei Fratelli Musulmani?

E’ interessante notare come le società e i lobbisti impegnati a curare gli interessi del GNA, siano gli stessi che svolgono attività equivalenti per conto della Turchia e del Qatar.

Ad esempio, Steven Hilton è contemporaneamente consulente del GNA, del Business Council USA-Turchia e dell’Ambasciata turca a Washington. Un’altra dipendente della Mercury, la cittadina turca Seheyla Tayla, vanta esattamente gli stessi rapporti di consulenza di Hilton (GNA, Business Council USA-Turchia e Ambasciata turca), così come altri 5 impiegati di questa società.

Il più volte citato David Vitter, a sua volta, annovera nel suo portafoglio clienti tanto il GNA quanto il Business Council, mentre Katherine Lewis e Kaylee Otterbacher, sempre della Mercury, lavorano contemporaneamente per il GNA e per il Qatar. Sorge il dubbio che i membri della Fratellanza Musulmana di Ankara e Doha abbiano consigliato ai libici a chi rivolgersi…

Eppure, per ironia della sorte, il Libya Stabilization Act potrebbe ritorcersi contro gli stessi alleati del GNA, dato che “obbligherebbe la Casa Bianca ad imporre sanzioni tanto contro la Russia quanto contro la Turchia per aver alimentato l’escalation della guerra civile in Libia”.