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Perché il Lybian Political Dialogue Forum potrebbe aumentare i problemi invece di risolverli

Perché il Forum potrebbe aumentare i problemi invece di creare pace e ordine

di N. E.

Il 9 novembre ha preso il via il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF). Il forum aveva la pretesa di essere la piattaforma per l’avvenuta riconciliazione del popolo libico, attraverso la costruzione di un nuovo governo legittimo riconosciuto da tutti. In realtà, è molto probabile che l’iniziativa fallisca. Infatti, il governo potrebbe essere composto da personalità invise tanto alle fazioni interne alla Libia quanto ai vari attori esterni. Questo potrebbe precipitare nuovamente il paese nel caos.

Gli obiettivi del forum

Il principale obiettivo del forum di Tunisi è estremamente pragmatico: favorire la discussione volta ad individuare i candidati alle posizioni apicali del coniglio presidenziale e del nuovo governo nazionale. Due organismi di transizione da costituire in vista delle libere elezioni che dovrebbero tenersi entro e non oltre i prossimi diciotto mesi. Inoltre, i settantacinque delegati del forum hanno anche il compito di redigere il documento politico-programmatico finale. Fondamentale per il successo dell’iniziativa, tuttavia, è chi occuperà le posizioni chiave dei nuovi organismi governativi.

In quanto, dietro alle personalità incaricate si muovono inevitabilmente sia fazioni politiche interne, sia potenze straniere che in esse trovano la propria rappresentanza e garanzia di tutela dei propri interessi. Favorire un gruppo piuttosto che un altro, evidentemente, determinerebbe uno squilibrio. In questo momento, dunque, quanto più le personalità che andranno a occupare le posizioni chiave all’interno del governo appariranno neutrali, tanto più sarà realisticamente possibile mantenere in vita il processo di pace in Libia.

Un metodo non trasparente

Apparentemente, il forum sembrerebbe essere stato costruito come una piattaforma aperta e trasparente, in grado di dare ampia rappresentanza a tutte le fazioni in campo e, soprattutto, ai poliedrici interessi presenti nella società libica.

In realtà, il negoziato è interamente gestito dal capo della missione Onu in Libia (UNSMIL) Stephanie Williams, che ha personalmente selezionato la stragrande maggioranza dei delegati (49 su 75, ovvero quelli che in questo momento sono effettivamente impegnati nel negoziato). In questo momento cresce il malcontento per la segretezza delle procedure adottate dai funzionari dell’UNSMIL e per l’evidente manipolazione delle procedure negoziali. La questione di fondo è: in che modo sono stati scelti i partecipanti? In che misura le fazioni e i partiti libici sono stati coinvolti nella selezione? A queste domande dell’opinione pubblica mondiale non viene data risposta e tutto rimane un mistero. Emergono, dunque, forti dubbi sull’effettiva imparzialità del metodo e dell’approccio messo in campo dagli organizzatori del forum.

Contestualmente, le trattative vengono condotte completamente a porte chiuse, con scarse informazioni ufficiali fatte filtrare all’esterno, e questo nonostante le discussioni che si stanno tenendo a Tunisi siano decisive per il futuro della Libia e dei paesi confinanti. In sostanza, le Nazioni Unite non rendono pubbliche le informazioni e le uniche notizie disponibili vengono fornite dalle dichiarazioni che singoli delegati rilasciano agli organi di stampa. Non esistono informazioni chiare e precise sui dettagli del trattato che si sta redigendo: come e quando si terranno le elezioni, quali funzioni saranno attribuite alle varie cariche governative, ecc… L’accordo finale, insomma, sembra essere considerato una mera formalità, mentre le vere decisioni restano nell’ombra. Non sorprende, pertanto, che questo clima di segretezza stia creando sempre maggiore sfiducia nei confronti del forum, sia tra i libici che negli osservatori stranieri. Il problema principale resta il fatto che la società libica, complessa e sfaccettata, continua ad essere privata della possibilità di decidere del proprio futuro, di fatto nelle mani dll’ex incaricata d’affari Usa in Libia Stephanie Williams.

Fughe di notizie

È presumibile che proprio la consapevolezza delle criticità dei metodi utilizzati abbia indotto gli organizzatori del forum a mantenere i lavori nella massima segretezza. Ma proprio la mancanza di notizie ufficiali ha provocato continue fughe di notizie e speculazioni sulle decisioni che si andavano delineando. Le manipolazioni e le contraffazioni delle bozze dei documenti ufficiali si sono susseguite così numerose da costringere gli stessi funzionari dell’UNSMIL a diffondere, il 13 novembre, un comunicato ufficiale che dichiarava come falso un documento circolato sui social network. In realtà è possibile che gli stessi delegati contrari alle conclusioni che si andavano prendendo abbiano favorito la circolazione pubblica della bozza di accordo proprio allo scopo di affossarlo.

In ogni caso, continuano ad essere poco chiare questioni importanti come l’ubicazione dei futuri organi di governo, sebbene qualche indicazione possa essere intuita proprio dalle notizie non ufficiali trapelate. Infatti, nel caso in cui la bozza di documento finale non risultasse completamente falsa, i ministeri e le autorità governative continuerebbero ad avere sede a Tripoli e non a Sirte come si era ipotizzato nella fase preparatoria del negoziato. Questa città, infatti, sarebbe assai più adatta a un corretto funzionamento dell’attività amministrativa, sia per la sua posizione geografica, esattamente al confine tra Tripolitania e Cirenaica, sia per la scarsa presenza di elementi legati a organizzazioni fondamentaliste islamiche (le quali controllano invece numerosi quartieri della capitale), che rappresentano una costante minaccia alla pacificazione del paese.

Con gli islamisti al governo si torna alla guerra

Qualora venissero eletti elementi islamisti radicali – ai quali gli stati uniti sembrano voler dare il loro sostegno – alle principali cariche del nuovo governo di transizione, tripoli diventerebbe seduta stante il centro propulsore del fondamentalismo in nord africa. Purtroppo, uno dei candidati alla carica di primo ministro è proprio Fathi Bashagha, uomo vicino ai Fratelli Musulmani, ministro del Governo di Accordo Nazionale (Gna), accusato di crimini di guerra, tratta di esseri umani, e torture. Difficilmente un personaggio del genere potrebbe garantire pace e stabilità alla Libia, al contrario, trascinerebbe rapidamente il paese in un nuovo conflitto contro il nemico di sempre, il generale Khalifa Haftar, ma anche contro le milizie tripoline nemiche di Bashagha. Assai più accettabili sarebbero soluzioni come riaffidare l’incarico di primo ministro all’attuale leader del gna, Fayez al-Sarraj (percepito in questa fase come più neutrale) o al vice premier Ahmed Maiteeq, uomo d’affari pragmatico e di orientamento laico. Cosa potrebbero produrre invece le simpatie dimostrate dai dirigenti americani della missione Onu verso gli esponenti della Fratellanza Musulmana? Potrebbero solo inasprire ulteriormente le divisioni e la frammentazione del quadro politico libico, rendendo ancora più profondo il solco che separa la Libia orientale da quella occidentale, le fazioni laiche da quella maggiormente caratterizzate da un orientamento maggiormente religioso. In sostanza, il forum di Tunisi inizialmente immaginato come un’assise in grado di portare la Libia alla riunificazione e alla pacificazione rischi di determinare un esito diametralmete opposto sia all’interno che all’esterno del paese. Coloro che vedono come fumo negli occhi che esponenti dei fratelli musulmani assurgano al potere reagirebbero inevitabilmente con tutte le loro forze a una soluzione di questo tipo. Un’ulteriore destabilizzazione della Libia avrebbe ripercussioni sull’intera area mediterranea, non solo sul Nord Africa, ma anche sull’Europa. Meglio sarebbe insomma permettere agli stessi libici di lavorare a una soluzione di compromesso piuttosto che affidare la guida del negoziato alle improvvide mani di manager americani estranei alle logiche politiche del paese.

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Libyan Political Dialogue Forum: come evitare il una nuova escalation militare?

di G. L.

Il 9 novembre ha avuto inizio a Tunisi il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), organizzato dalla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), guidata dal diplomatico americano Stephanie Williams. Obiettivo del Forum, in linea con tutti i precedenti summit internazionali sulla Libia degli ultimi anni, è porre fine alla guerra civile, ripristinare l’unità del paese e ricostituire la compagine statale. Il LPDF dovrebbe ancje portare alla composizione di un nuovo governo con un nuovo primo ministro, che andrebbe a sostituire il Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto finora dall’ONU e insediato a Tripoli, con un mandato della durata di sei mesi finalizzato ad indire libere elezioni, determinando così finalmente un nuovo esecutivo dotato di piena legittimità democratica.

“Obiettivo del LPDF è generare un consenso diffuso su un quadro di governance unitario e stipulare un accordo che porti ad elezioni nel più breve tempo possibile in tutto il territorio nazionale”, recita il comunicato ufficiale dell’UNSMIL.

Purtroppo le prime notizie che giungono dal Forum fanno ipotizzare che questa iniziativa sia essenzialmente destinata al fallimento. Essa è infatti viziata da un errore di metodo e dall’approccio alla questione scelto dagli organizzatori. L’UNSMIL, infatti, sta cercando di imporre ai libici soluzioni preconfezionate, impedendo loro di essere effettivamente arbitri del proprio destino.

Il diktat americano

Va ricordato che sin dall’inizio il metodo utilizzato per selezionare i partecipanti al Forum ha sollevato molti dubbi tra gli analisti libici ed internazionali.

I partecipanti sono 75, tutti preventivamente approvati dall’UNSMIL, ovvero da Stephanie Williams. L’ex incaricato d’affari in Libia degli Stati Uniti ha potuto così tagliare a monte i nomi a lei sgraditi. Dei 75 partecipanti 13 sono stati indicati dalla Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk), vicina alle posizioni del generale Khalifa Haftar, 13 dall’Alto Consiglio di Stato (il GNA), mentre gli altri 49 sono stati scelti direttamente dalla stessa Stephanie Williams tra personalità della cosiddetta società civile, inclusi blogger e giornalisti, spesso senza un reale grado di rappresentatività della società libica. Costoro, tuttavia, garantiscono all’UNSMIL, o meglio alla Williams e quindi agli USA (visti anche i ruoli precedentemente ricoperti da costei su mandato diretto dell’amministrazione americana), un pacchetto di voti sufficiente a determinare qualsiasi decisione il Forum intenderà assumere.

Ma non è tutto. L’UNSMIL ha avocato a sé la possibilità di impedire l’elezione di qualunque personaggio non abbia il suo gradimento, stabilendo che gli eletti debbano, in ogni caso, soddisfare una serie di criteri, alcuni dei quali piuttosto bizzarri, come dimostrare di essere dotati di equilibrio psicologico o possedere le giuste competenze (a insindacabile giudizio dei funzionari della Missione ONU). Inoltre, qualora il processo di elezione del primo ministro e dei membri del consiglio presidenziale venisse a trovarsi in una situazione di empasse e nessun candidato raggiungesse la maggioranza qualificata dei voti (57 su 75 delegati, ovvero il 75%), sarà stesso UNSMIL a decidere a chi affidare l’incarico.

Le critiche alle interferenze straniere

Ieri 112 deputati della Camera dei Rappresentanti hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui hanno contestato il meccanismo di selezione dei partecipanti al Forum. In particolare, i parlamentari hanno manifestato una forte preoccupazione per la partecipazione di soggetti totalmente scollegati dal popolo libico e dalle forze politiche del attive nel paese, nominati esclusivamente per “diluire” il peso delle delegazioni del Parlamento di Tobruk e del GNA.

Essi hanno, inoltre sottolineato come l’UNSMIL non dovrebbe sconfinare rispetto al suo mandato, alterando il dettato della Costituzione provvisoria o usurpando le prerogative della Camera dei Rappresentanti.

Il 9 novembre, l’avvocato tunisino Wafa Al-Hazami El-Shazly, da parte sua, ha affermato che “l’intelligence straniera controlla e guida il negoziato con esplicita brutalità”.

Nel Forum è già scontro

Nel contesto venutosi a creare, è già scontro tra i partecipanti al Libyan Political Dialogue Forum su chi dovrà assumere le posizioni chiave nel nuovo governo libico.

Secondo quanto riportato da Libya24 sono già decine i nomi presenti nella lista dei candidati alla carica di Presidente del Consiglio presidenziale. Tra essi figurano il presidente della Camera dei rappresentanti (Tobruk), Aghila Saleh, e il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashagha.

Non solo. I media libici riferiscono che sia l’attuale leader del GNA Fayez al-Sarraj, sia il suo vice Ahmed Maiteeq potrebbero continuare a ricoprire incarichi importanti.

Molti politici locali, però, ritengono che la conflittualità in seno al Forum sia tale che ancora non esista un elenco definitivo di candidati alle cariche di membri del governo e del Consiglio presidenziale.

Per come è composto, il LPDF non riuscirà a raggiungere alcun compromesso, consentendo così a Stephanie Williams di decidere la composizione del nuovo governo che sarà “riconosciuto dall’ONU”: secondo indiscrezioni, i nomi del leader del Consiglio presidenziale e del primo ministro potrebbero essere resi noti nel giro di una decina di giorni.

Quale legittimità?

Il metodo scelto dalle Nazioni Unite per i negoziati solleva forti dubbi sulla possibilità che le decisioni che verranno prese e gli uomini che verranno designati per occupare i principali incarichi della futura compagine governativa vengano effettivamente riconosciuti come decisori legittimi dalle forze politiche attive nel paese, che le percepiranno come il frutto di ingerenze straniere.

Un altro grave rischio è rappresentato dalla possibilità che esponenti delle fazioni più radicali del mondo islamico possano occupare posizioni apicali. Il Consiglio supremo degli sceicchi e dei notabili della Libia ha già espresso preoccupazione in questo senso, per i collegamenti esistenti tra ben 45 partecipanti al Forum e i Fratelli Musulmani.

Un personaggio organico alla “Fratellanza” come Khaled al-Mishri, ad esempio, non sarebbe mai accettato dalle fazioni della Libia Orientale quale capo dell’Alto Consiglio di Stato, nuovo capo del governo o membro del Consiglio presidenziale.

Ancora più pericoloso viene considerato Fathi Bashagha, l’attuale ministro dell’Interno del GNA, accusato di torture e crimini di guerra e di avere strettissimi legami sia con i Fratelli Musulmani sia con i salafiti radicali. Il gruppo RADA, una milizia molto potente che sta cercando di imporre la Sharia a Tripoli, gestisce un centro di detenzione illegale presso l’aeroporto di Mitiga ed è coinvolta nel traffico di esseri umani, mantiene intensi rapporti con il ministro, il quale peraltro, secondo i suoi oppositori, già ora tende a comportarsi più da primo ministro che da ministro dell’Interno

Recentemente la Tripoli Protection Force – un gruppo di milizie della capitale vicine al Consiglio presidenziale della Libia e a Fayez al-Sarraj ha accusato Fathi Bashaga “di operare come se fosse il capo del governo o il ministro degli affari esteri. Egli si sposta di paese in paese, utilizzando la sua posizione ufficiale per ottenere un nuovo incarico”.

Bashaga, peraltro, non nasconde le sue ambizioni. Gode di un buon rapporto di amicizia con Stephanie Williams e si è detto favorevole all’installazione di una base americana in Libia, per ingraziarsi il sostegno degli Stati Uniti.

Seppure Khalifa Haftar non decidesse di rompere unilateralmente il cessate il fuoco e non lanciasse un’altra offensiva contro Tripoli in seguito ad una eventuale ascesa di Bashagha alla guida del governo di transizione, è probabile che questo determinerebbe un conflitto nella stessa Libia occidentale.

Attualmente la situazione a Tripoli è particolarmente tesa e verrebbe esasperata da una nomina di Bashagha a primo ministro. Probabilmente assisteremmo a un nuovo scontro, questa volta tra milizie vicine all’attuale ministro dell’Interno e altri gruppi fuori dal suo controllo, come la Tripoli Protection Force.

Già in questi giorni varie bande armate tripoline hanno manifestato insoddisfazione verso il Libyan Political Dialogue Forum.

L’unica via

L’unica via per preservare la possibilità di un dialogo reale tra le parti e perseguire la pacificazione del paese sta nell’abbandonare l’atteggiamento assertivo dell’UNSMIL, i diktat e l’imposizione di un candidato filoamericano (che con ogni probabilità sarebbe proprio Fathi Bashagha, inviso sia al LNA sia a varie milizie tripoline).

Tanto i libici, quanto le potenze straniere con forti interessi nel paese, in primis l’Italia, hanno tutto l’interesse a che si abbandoni il percorso appena intrapreso e a lavorare a un accordo che garantisca effettivamente una Libia stabile.

Tutto questo, fino a quando non potranno tenersi libere elezioni democratiche, può essere ottenuto soltanto con un compromesso tra le reali forze in campo e i soggetti più rappresentativi della società libica, che potrebbero invece accettare un governo di transizione finalizzato all’organizzazione delle votazioni, comprensivo di tutte le fazioni politiche in gioco, guidato dallo stesso Fayez al-Sarraj o dal suo attuale vice Ahmed Maiteeq, che gode di un generale rispetto ed è su posizioni laiche e dialoganti.

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Nasce viziato da una logica neo-colonialista il Forum di dialogo per la pace in Libia

Ha preso il via oggi a Tunisi il Forum di dialogo per la pace in Libia. Il Forum è stato organizzato dalla Missione ONU in Libia (UNSMIL), guidata da Stefhanie Williams, l’ex incaricata d’affari degli Stati Uniti a Tripoli.

Al Forum prendono parte 75 personalità del paese nordafricano in rappresentanza di varie fazioni impegnate nel conflitto. La ripresa del processo negoziale e la decisione di dichiarare una tregua per i prossimi due mesi sembrerebbero un importante passo in avanti verso la pacificazione del paese e la sua riunificazione. Purtroppo appare alquanto improbabile che il Forum possa conseguire questi obiettivi: la regione sta nel metodo usato dall’UNSMIL e da Stephanie Williams per stabilire chi avrebbe preso parte al Forum, che di fatto ha esautorato i libici stessi da ogni decisione sul loro futuro.

Pesanti ingerenze americane

Sarà, infatti, proprio la Williams, e dunque gli Stati Uniti, a nominare personalmente chi occuperà le posizioni chiave della nuova leadership libica.

La Missione ONU, in qualità di organizzatore del Libyan Forum for Political Dialogue, ha stabilito quali saranno i requisiti in base ai quali saranno selezionati il nuovo premier libico, nonché il presidente del consiglio presidenziale e i suoi due vice.

Queste figure saranno decise dai 75 partecipanti al Forum. Ma come sono stati scelti costoro? Sono state individuati dall’UNSMIL. Dunque tutte le personalità sgradite a Stephanie Williams sono già state di fatto escluse dal processo di pace: un approccio poco inclusivo e rispettoso dell’autodeterminazione del popolo libico.

Non a caso la lista degli invitati ha già subito pesanti critiche da parte di numerose forze politiche del paese.

Queste hanno messo in discussione la loro legittimità. A farlo è stato innanzitutto il Consiglio degli sceicchi e dei notabili, espressione delle tribù, che hanno evidenziato come 45 dei 75 partecipanti al Forum risultino affiliati ai Fratelli Musulmani.

Ma c’è di più. Chiunque voglia essere candidato a una qualunque carica della nuova compagine governativa libica deve preventivamente ottenere il sostegno di almeno 10 delegati al Forum. Sebbene essi siano già stati preventivamente selezionati dalla stessa UNSMIL, questa dispone di un ulteriore strumento di controllo, in quanto solo la Missione ONU potrà stabilire se i candidati soddisfano pienamente i requisiti previsti per accedere alle cariche. I criteri previsti sono i più svariati, alcuni davvero vaghi e bizzarri: uno di essi, ad esempio, è “l’equilibrio psicologico”. In sostanza qualora un candidato venisse eletto dai partecipanti al Forum, ma non venisse ritenuto dotato del necessario “equilibrio psicologico” da parte dei funzionari UNSMIL verrebbe immediatamente dichiarato non eleggibile.

La discrezionalità della Missione ONU è dunque totale

Essa si è assunta, inoltre, il diritto di decidere in piena autonomia chi assumerà un certo incarico. Infatti, qualora nessun candidato ottenesse almeno il 75% dei voti dei partecipanti al Forum (dunque 57 su 75) l’esito dell’elezione sarà determinato dall’UNSMIL in base alle sue valutazioni.

Di fatto sarà l’UNSMIL (e dunque gli Stati Uniti che attraverso la Williams stanno gestendo l’intero processo) a stabilire come sarà composta la nuova leadership libica. Nessun candidato indipendente potrà avere chance di vittoria con un sistema così congegnato.

Non è soltanto l’assenza di democraticità di un simile metodo a destare profonde perplessità, ma anche la mortificazione della sovranità libica.

In questo modo gli USA tornano prepotentemente sulla scena nel paese nordafricano, estromettendo tutti gli altri attori esterni che finora avevano giocato un ruolo ed emarginando alcuni protagonisti del conflitto. Non soltanto Khalifa Haftar si vede escluso in questo momento dal processo di pace, ma anche soggetti come Turchia e Italia, che finora avevano sostenuto il Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’ONU.

Dopo aver lasciato spazio di manovra in Libia a Russia, Francia, Qatar, Emirati Arabi, Turchia e Italia, gli USA intendono dunque stabilire una pesante influenza in Libia tramite l’UNSMIL e Stephanie Williams.

L’approccio si rivela però brutale, con pesanti venature neo-colonialiste, se non razziste. Ricorda molto da vicino i mandati della Società delle Nazioni successivi alla Prima Guerra Mondiale, allorchè le “illuminate” nazioni europee si assumevano “l’onere” di governare “popolazioni ancora non sufficientemente civilizzate”. Un approccio oggettivamente umiliante per gli arabi del XXI secolo.

Tutto questo accade mentre Joe Biden e Khamala Harris si apprestano ad occupare la Casa Bianca e artefici dell’intervento statunitense in Libia nel 2011 come Susan Rice e Michèle Flournoy nutrono serie speranze di diventare rispettivamente Segretario di Stato e Segretario alla Difesa USA.

Pace o guerra?

Cosa ci possiamo attendere da un simile, brutale atteggiamento. L’estromissione di fatto dei libici da qualunque processo decisionale difficilmente potrà portare a compimento un concreto processo di pace. Gli americani sembrano non aver saputo fare tesoro dell’esperienza del 2015, allorchè fu stipulato l’accordo di Skhirat che portò alla formazione del Governo di Accordo Nazionale.

Quell’accordo aveva basi assai più solide di quello che si va costruendo adesso, vi presero parte vari attori reali del conflitto inter-libico, eppure si è risolto in un fallimento completo, perché non si ritenne di coinvolgere le fazioni vicine al generale Haftar e all’Esercito Nazionale Libico. Tale circostanza ha portato ad esacerbare lo scontro tra Tripolitania e Cirenaica.

Il quadro tracciato dall’U(NSMIL appare ancora più fragile e in grado di far precipitare nuovamente la situazione. Il riaccendersi dello scontro sul campo potrebbe avere come effetto la giustificazione di un intervento militare diretto degli Stati Uniti, ma una simile circostanza genererebbe solo ulteriore caos nella regione.

E’ proprio ciò che prevede uno dei partecipanti al Libya Political Dialogue Forum, il parlamentare libico Misbah Douma Ouhida, che ha affermato:  “Questo forum produrrà un accordo che porterà la crisi libica la punto di partenza, aggravando le divisioni e generando ancora più confusione, la quale potrebbe protrarsi per diversi anni”.

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La relazione tra fondamentalismo islamico e politica americana in Libia

In virtù della istituzionalizzazione dell’attività di lobbying tipica del sistema politico americano, da sempre la politica estera statunitense è fortemente condizionata da quei paesi stranieri in grado di mettere in campo importanti investimenti volti a garantirsi l’assistenza delle principali società operanti a Washington in questo ambito.

Si tratta beninteso di attività perfettamente legali negli Stati Uniti, che ricordano, volendo adottare un parallelismo storico, le strategie messe in campo, in età tardo repubblicana e giulio-claudia, dai re vassalli o satelliti di Roma per accaparrarsi (a quei tempi in modalità più spiccatamente corruttive) l’appoggio e la simpatia dei membri del Senato.

Le lobby operanti negli USA hanno l’obbligo di rendere trasparenti le loro iniziative (anche se non è detto che tale obbligo sia sempre rispettato) e, pertanto, sapendo quali banche dati consultare, è possibile ricostruirne il lavoro.

In questo senso una ricerca attenta ci consente di sapere che dal 2019 il Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico ha ingaggiato diversi importanti lobbisti americani con l’obiettivo di migliorare la propria immagine in seno all’opinione pubblica e alle classi dirigenti degli Stati Uniti, notevolmente compromessa a causa della forte componente islamista presente al suo interno. I risultati scaturiti da questa collaborazione sono stati sorprendenti.

La bizzarra alleanza

Secondo quanto riferito all’epoca da Bloomberg, nell’aprile del 2019 il presidente Donald Trump, nel corso di un colloquio telefonico, espresse al generale Khalifa Haftar il proprio sostegno all’offensiva da lui lanciata contro Tripoli. Solo pochi mesi dopo, però, la sua amministrazione decise di dichiararsi ufficialmente a favore del GNA guidato da Fayyez al-Sarraj, l’avversario di Haftar.

Sebbene Haftar sia cittadino americano, nel corso del conflitto in Libia, senatori, membri del Congresso e media statunitensi hanno parteggiato, quasi all’unanimità, per il GNA.

La cosa è tanto più sorprendente se si considera che il GNA è apertamente appoggiato dalla Turchia, le cui relazioni con gli Stati Uniti (almeno apparentemente, ma questo è un altro discorso) attraversano in questo momento una fase difficile. E a questa considerazione occorre aggiungere che Haftar ha sempre goduto dell’appoggio, oltre che dell’Egitto, di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ovvero i principali alleati degli americani in Medio Oriente.

La guerra civile in Libia dura ormai dal 2011, allorchè la NATO intervenne per rovesciare il regime di Muammar Gheddafi. Nel dicembre del 2015 fu costituito, in base al trattato di Skhirat, il Governo di Accordo Nazionale, formalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Insediato a Tripoli, l’esecutivo presieduto da Sarraj, non disponendo di proprie forze armate, divenne subito ostaggio delle milizie, molte delle quali di matrice islamista, che controllano Tripoli: garantirsi la loro lealtà è stato sin da subito il principale obiettivo della compagine. La vicenda che riguarda l’attuale ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga, è paradigmatica da questo punto di vista. Il potente comandante delle milizie di Misurata riuscì ad ottenere l’incarico dopo aver organizzato un attacco sulla capitale nella primavera del 2018, condotto dalla brigata Al Qaniyat, che costrinse Sarraj a coinvolgerlo nell’esecutivo. Va ricordato che Bashagha è accusato di essere personalmente coinvolto in pratiche di tortura.

Collegata a lui è anche la milizia salafita RADA, che gestisce un centro di detenzione illegale a Mitiga e impone la Sharia nei quartieri di Tripoli soggetti al suo controllo.

Un altro esponente di punta del GNA, apertamente legato a gruppi islamico-radicali, è il Presidente del Consiglio supremo di Stato Khalid al-Mishri, membro del Justice and Construction Party, affiliato ai Fratelli Musulmani.

Eppure, nonostante la loro matrice islamista, questi personaggi sono attivamente difesi dai media americani e le critiche nei loro confronti sono rare. Al contrario, il Dipartimento di Stato e i senatori di Washington appaiono da sempre molto ostili nei confronti della parte avversa.

Come è stato possibile tutto questo? La risposta a questa domanda si trova probabilmente nella sezione FARA del sito web del Ministero della Giustizia USA, che raccoglie tutte le informazioni e la documentazione relative alle lobby straniere attive nel paese.

Il materiale disponibile relativo al GNA rivela l’esistenza di una gigantesca rete costituita da aziende, membri del Congresso, senatori, giornalisti ed esperti a vario titolo, impegnata in un lavoro di brand reputation a favore delle autorità tripoline. Tra le società di lobbying più attive in questo senso vanno annoverate la Mercury Public Affairs, la Gerstman Schwartz LLP, la Yorktown Solutions LLC e la Gotham – Government Relations and Communication.

Nei documenti depositati da queste società lobbistiche figurano, tra gli altri, i nomi dei senatori Chris Coons (democratico), Lindsey Graham (repubblicano), Chris Murphy (democratico) e Marco Rubio (repubblicano); dei membri del Congresso Ted Lieu (democratico), Ann Wagner (repubblicana) e Tom Malinowski (democratico), nonché dell’inviato speciale dell’ONU in Libia Stephanie Williams.

Come agisce la lobby del GNA

Il 25 aprile 2019 la Mercury Public Affairs LLC ha firmato un contratto di consulenza con il GNA. L’obiettivo dichiarato nell’accordo è di esercitare un’azione di influenza sul Congresso e sull’amministrazione americana, oltre che sui media, a fronte di un corrispettivo di 150.000 dollari al mese, più 50.000 dollari a trimestre per le spese connesse ai servizi, per un anno e oltre, a meno che una delle parti non decida di rescindere il contratto.

L’ex senatore della Louisiana David Vitter, la cui carriera politica fu stroncata da uno scandalo legato alla prostituzione, è la personalità più importante dello staff ingaggiato dal GNA. Nella sua dichiarazione di registrazione in qualità di lobbista “ai sensi del Foreign Agents Registration Act del 1938”, Vitter afferma di lavorare per la Mercury Public Affairs LLC e di fornire servizi di pianificazione strategica, lobbying, interlocuzione con funzionari degli Stati Uniti d’America e relazioni istituzionali.

Nel giugno del 2019, invece, la società di lobbying Gerstman & Schwartz LLC ha cominciato a lavorare per conto della Libyan Investment Authority (LIA), un’organizzazione i cui beni furono congelati nel 2011 su disposizione degli USA e dell’ONU.

La Yorktown Solutions LLC, da parte sua, ha interloquito con funzionari, esperti e giornalisti in merito alla questione libica per conto del Libyan United Democratic Party (LUDP).

In questo caso, l’elenco delle personalità contattate include numerosi membri degli staff della Camera dei Rappresentanti e del Senato, Stephanie Williams e Robert O’Brien, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti da settembre 2019.

Secondo quanto riferito dai media mediorientali, alle spalle del LUDP ci sarebbe Hassan Tatanaki, presidente della società di perforazione petrolifera Challenger Ltd.

Campagne mediatiche

Nei report caricati sul sito dai lobbisti americani, volti a certificare le attività svolte, è possibile trovare numerose pubblicazioni finalizzate a migliorare l’immagine del GNA presso l’opinione pubblica.

Gli stessi report riportano anche articoli e pubblicazioni in cui il nemico numero uno del Governo di Accordo Nazionale, il generale Haftar, viene accusato di vari crimini, nonché di essere supportato nella sua azione dai russi, il cui intervento viene presentato come una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti, i quali dovrebbero tornare ad impegnarsi in Libia a sostegno del GNA.

I documenti disponibili sul FARA ci informano che nella primavera del 2019 la Gotham – Government Relations and Communication ha anche firmato un contratto di consulenza con il GNA. Tra le iniziative da intraprendere previste dall’accordo figurano interviste al primo ministro Fayyez al Sarraj sul Washington Post e interlocuzioni attive sulle opzioni legislative attinenti alla Libia in corso al Dipartimento di Stato e con il deputato Tom Malinowski, membro della Commissione Affari Esteri di Camera e Senato. Viene nominato anche il presidente della Commissione Eliot Engel.

Anche grazie ai buoni uffici di questa società il ministro dell’Interno del GNA Fathi Bashagha è riuscito ad essere intervistato dal Washington Times e da Axios.

E’ interessante notare come la Gotham in un comunicato stampa, in qualità di rappresentante degli interessi del GNA negli Stati Uniti, ringrazi il presidente Donald Trump per l’eliminazione del comandante iraniano Qassem Soleimani.

Il report sull’attività svolta presso i media da Mercury Public Affairs del 27 giugno 2019 è particolarmente ricco e presenta una rassegna stampa pro-GNA in cui figurano articoli e servizi usciti su Associated Press, Bloomberg, Al-Jazeera, The Guardian, BBC News, Reuters.

Nei mesi successivi l’attività sui media si è ulteriormente intensificata, concentrandosi in particolare sui “crimini di guerra” di Khalifa Haftar e sull’”intervento russo” in Libia.

E’ interessante notare come le azioni messe in campo dalle diverse società spesso si sovrappongano: così l’articolo apparso sul New York Times con il titolo “Russian Snipers, Missiles and Warplanes Try to Tilt Libyan War” sulla partecipazione dei mercenari russi alla guerra in Libia, che figura nel report stilato dalla Mercury Public Affairs, risulti firmato da David Kikpatrick, citato a sua volta in un documento della Torktown Solutions LLC.

E proprio la Mercury Public Affairs si mostra particolarmente attiva nel promuovere il tema dell’”intervento russo”: l’8 maggio 2020 sono David Vitter e Joe Garcia a inviare personalmente gli inviti per il webinar sui “Russian methods of dangerous foreign intervention in Libya”, al quale parteciparono vari membri della Commissione Affari Esteri del Senato, insieme a Mohammed Ali Abdallah, consigliere del GNA per le relazioni con gli Stati Uniti.

Ma per avere un’idea complessiva della potenza di fuoco mediatica messa in campo dal GNA attraverso le consulenze lobbistiche, può essere utile elencare tutte le testate coinvolte: Associated Press, Bloomberg, Al-Jazeera, The Guardian, BBC News, Reuters, Washington Post, The Daily Signal, Axios, Fox News, France 24, NBC News, AFP, Daily Beast, Daily Maverick, London Times, ABC News, CNBC , Forbes, Wall Street Journal, TIME, The Sun, The Independent, Middle East Eye, AFRICOM Public Affairs, International Business Times, Independent, VOA News, The Brussels Times, Economist, The Telegraph, Washington Examiner, The Hill.

Inevitabilmente il giudizio dell’opinione pubblica e finanche dei funzionari governativi su quanto sta avvenendo in Libia non potrà non essere condizionato dall’influenza dei materiali commissionati dal GNA ai lobbisti suoi consulenti.

Nell’amministrazione e in Campidoglio

Le informazioni disponibili ci consentono anche di ricostruire le interlocuzioni avviate dalle società di lobbying del GNA con l’amministrazione statunitense. Nei documenti depositati dalla Mercury Public Affairs è citata, ad esempio, la notizia dell’incontro tra una delegazione dell’esecutivo di Sarraj (presente Fathi Bashagha) e i funzionari della Casa Bianca. “Questo incontro, e la dichiarazione congiunta che ne è seguita, sono stati estremamente importanti”, ha affermato David Vitter nella sua corrispondenza pubblicata sul FARA.

Un incontro che, secondo Vitter, sanciva de facto il riconoscimento da parte degli USA della legittimità del GNA.

Ma anche dal punto di vista della produzione legislativa il lavoro dei lobbisti appare determinante.

L’esempio principale ci viene fornito dal “Libya Stabilization Act”, nella redazione del quale il ruolo decisivo della Mercury Public Affairs risulta evidente dai documenti FARA della stessa società.

Dal documento citato risulta che i membri della Commissione Affari Esteri del Senato Chris Coons, Lindsey Graham, Chris Murphy e Marco Rubio hanno presentato il disegno di legge denominato “Stabilization Act on Libya” allo scopo di chiarire e rafforzare la politica statunitense nel paese.

Come riportato in un altro documento, il 30 gennaio 2020 un dipendente della Mercury, Christopher Murphy, ringraziava i componenti dello staff dell’ufficio del deputato Vincent Gonzalez (democratico) per il supporto offerto all’introduzione dello stesso disegno di legge alla Camera dei Rappresentanti.

Inoltre, attraverso la corrispondenza di Murphy pubblicata dal sito del Dipartimento di Giustizia è possibile individuare quali sono le altre personalità del Congresso coinvolte nella promozione del disegno di legge, ad esempio il deputato Bill Keating, che, subito dopo essere stato compulsato, nel febbraio del 2020 decise di sostenerlo.

Per ora il Libya Stabilization Act non è ancora stato approvato, ma è sulla buona strada per esserlo, anche grazie al lavoro svolto dai lobbisti. Lo scorso luglio, il Libyan Observer ha annunciato che “la Commissione Affari Esteri del Congresso USA ha approvato gli emendamenti al Libya Stabilization Act”. Ciò significa che la legge sta lentamente ma inesorabilmente concludendo il suo iter verso l’approvazione.

Quando questa legge sarà approvata, gli Stati Uniti saranno obbligati ad intervenire direttamente per risolvere la crisi libica e il governo sarà costretto a mettere a disposizione le risorse necessarie ad “unificare le istituzioni finanziarie e governative libiche” e “a garantire elezioni democratiche e regolari in Libia”.

Qual è il ruolo dei Fratelli Musulmani?

E’ interessante notare come le società e i lobbisti impegnati a curare gli interessi del GNA, siano gli stessi che svolgono attività equivalenti per conto della Turchia e del Qatar.

Ad esempio, Steven Hilton è contemporaneamente consulente del GNA, del Business Council USA-Turchia e dell’Ambasciata turca a Washington. Un’altra dipendente della Mercury, la cittadina turca Seheyla Tayla, vanta esattamente gli stessi rapporti di consulenza di Hilton (GNA, Business Council USA-Turchia e Ambasciata turca), così come altri 5 impiegati di questa società.

Il più volte citato David Vitter, a sua volta, annovera nel suo portafoglio clienti tanto il GNA quanto il Business Council, mentre Katherine Lewis e Kaylee Otterbacher, sempre della Mercury, lavorano contemporaneamente per il GNA e per il Qatar. Sorge il dubbio che i membri della Fratellanza Musulmana di Ankara e Doha abbiano consigliato ai libici a chi rivolgersi…

Eppure, per ironia della sorte, il Libya Stabilization Act potrebbe ritorcersi contro gli stessi alleati del GNA, dato che “obbligherebbe la Casa Bianca ad imporre sanzioni tanto contro la Russia quanto contro la Turchia per aver alimentato l’escalation della guerra civile in Libia”.

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Nagorno-Karabakh: il legame con la guerra civile libica

C’è un filo rosso che collega il conflitto civile libico con la ripresa delle ostilità tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Negli ultimi giorni alcune testate, anche italiane come Il Manifesto e Analisi Difesa, avevano riferito di trasferimenti di mercenari islamisti veterani della guerra civile in Siria, favoriti dalla Turchia, in Azerbaijan a sostegno delle truppe di Baku. Ne parla anche un articolo L’Occidentale ripreso in queste pagine.

Uno schema già attuato questa estate in Libia, dove Ankara avrebbe rifornito con uomini e mezzi il Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da al-Sarraj e impegnato a rompere l’assedio imposto a Tripoli dal suo antagonista, il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA).

Ma ci sarebbe di più.

Nel corso della notte del 30 settembre il Boeing 737 (5ADMG), di proprietà della compagnia libica Burak Air, dopo essere partito dall’aeroporto di Mitiga, nei pressi di Tripoli, è atterrato a Baku all’1.17, ora locale.

La notizia del volo è stata lanciata dal sito internet Flightradar24 ed è particolarmente interessante in quanto, ad oggi, non esistono voli di linea tra Baku e Tripoli. Inoltre, nei mesi scorsi, i media libici avevano più volte accusato la Burak Air di trasportare combattenti siriani in Libia attraverso la Turchia per dar man forte al GNA, senza tralasciare il fatto che nell’aeroporto di Mitiga è collegata anche una prigione controllata dalla milizia salafita RADA.

E’ dunque probabile che alcuni miliziani siano stati trasferiti in Azerbaijan con un volo di emergenza: è ciò che aveva affermato in un’intervista ad Al-Arabiya Khaled Mahjoub, ufficiale dell’LNA, in cui aveva parlato del riposizionamento di mercenari filo-turchi dalla Libia all’Azerbaijan.

Un’altra ipotesi è che possa essersi trattato del trasferimento di alcune attrezzature militari dalla Libia alla zona di guerra situata nel Caucaso meridionale.

L’Azerbaijan e l’Armenia hanno ripreso i combattimenti per il controllo del Nagorno-Karabakh il 27 settembre.

La Turchia ha dichiarato ufficialmente che sosterrà gli azeri. Le autorità armene accusano Ankara di fornire armi e combattenti provenienti dalla Siria all’Azerbaijan. Sempre secondo il Ministero della Difesa armeno, l’aviazione militare turca avrebbe abbattuto un aereo armeno Su-25 nella zona di guerra il giorno prima: un’accusa respinta da turchi e azeri.

Come detto in precedenza, le notizie sull’invio di combattenti provenienti dalla Siria sono state diffuse in numero consistente negli ultimi giorni. Due islamisti siriani hanno confermato, in un’intervista alla Reuters, l’invio di miliziani in Azerbaijan.

I primi indizi circa la presenza di miliziani siriani in Azerbaijan sono apparsi già il 27 settembre, quando ha cominciato a circolare sui social network turchi e azeri un video in cui mercenari siriani a bordo di furgoncini pick-up giravano per le strade di Baku.

Secondo l’analista Mzahem Alsaloum, ex portavoce di Operation Inherent Resolve, la coalizione internazionale a guida statunitense anti-Isis, i primi mercenari siriani sarebbero sbarcati in Azerbaijan circa dieci giorni fa per prendere parte alle operazioni militari già pianificate.

Ieri, invece, l’attivista per i diritti umani Elizabeth Tsurkov, citando fonti dell’Esercito Nazionale Siriano, ha dato notizia della morte dei primi combattenti siriani in Nagorno-Kharabakh.

Anche il ricercatore siriano Hussein Akoush ha riferito che un suo conoscente, il militante islamico Muhammad Shaalan, è stato recentemente ucciso in Azerbaijan.

Il filo rosso che lega Turchia, Siria, Azerbaijan e, presumibilmente, anche Libia, spinge a ritenere che la ripresa delle ostilità in Nagorno-Kharabakh vada inserita nella più ampia strategia turca volta a ridefinire gli assetti geopolitici medio-orientali e mediterranei e a rilanciare Ankara nel suo antico ruolo di potenza imperiale.

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Accordo petrolifero: un’opportunità per la Libia e l’Europa

L’avvio di un dialogo

Il 18 settembre il vicepresidente del Consiglio presidenziale libico Ahmed Maiteeq ha rilasciato una dichiarazione in cui ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio nel Paese.

Quasi nello stesso momento il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio anche in Libia.

Secondo il comunicato dell’Esercito nazionale libico, l’LNA ha avviato un dialogo inter libico con la partecipazione di Ahmed Maiteeq ed è pronta ad aprire giacimenti petroliferi per tutta la durata dei negoziati.

Dall’inizio del 2020 alle tribù libiche è stata bloccata la produzione di petrolio e le esportazioni dal Paese.

La Libia è il paese più ricco di petrolio in Africa. Il petrolio è la principale ricchezza del paese, ma solo la National Oil Company (NOC) statale può venderla. I ricavi delle vendite di petrolio dovrebbero arrivare in diverse regioni della Libia.

I rappresentanti tribali hanno detto nel periodo gennaio-febbraio, tuttavia, che le entrate sono distribuite in modo non uniforme e che la maggior parte del denaro andava nelle mani di gruppi criminali e bande di islamisti che controllano la capitale – Tripoli. C’è anche la sede del NOC e la residenza della Banca Centrale della Libia, che sta distribuendo i soldi.

Le tribù che hanno seguito la strada del blocco del petrolio operavano nei territori controllati dall’esercito nazionale libico di Khalifa Haftar.

Contesto dei negoziati

La guerra civile in Libia è in corso dal 2011, quando l’invasione della NATO ha rovesciato e ucciso Muammar Gheddafi. La capitale Tripoli è residenza del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – un organismo creato a seguito di negoziati a Skhirat (Marocco) nel 2015. Il Consiglio presidenziale della Libia è un organo che svolge le funzioni di capo di stato della Libia e presiede il Governo di Accordo Nazionale.

Il GNA è considerato un riconosciuto dall’autorità delle Nazioni Unite, ma la sua legittimità ed è in discussione. Non è un governo eletto dal popolo, ma un organo temporaneo i cui poteri sono scaduti da tempo. Tuttavia, un certo numero di paesi, principalmente Turchia e Qatar, forniscono supporto forzato al GNA, come l’invio di armi e mercenari islamisti lì. Il GNA ha buoni rapporti con l’Italia.

In generale, il GNA è sostenuto da varie milizie islamiste e gruppi locali che beneficiano dell’effettiva frammentazione politica del Paese. Il GNA e il Consiglio presidenziale è guidato da Fayez al-Sarraj. I Fratelli Musulmani, un’organizzazione estremista, bandita in molti paesi, hanno una seria influenza sul GNA. La sua zona di controllo – l’ovest della Libia (Tripolitania).

L’altro lato del conflitto è il governo provvisorio di Tobruk e il suo esercito nazionale libico, che controlla l’est e il sud del paese (Cirenaica e Fezzan). La sua legittimità si basa sul sostegno del parlamento libico, della Camera dei rappresentanti (HoR) e del suo presidente eletto, Aguila Saleh. Il feldmaresciallo Haftar come leader militare e Saleh come leader politico godono del sostegno nei territori che controllano

L’LNA è sostenuta nel conflitto da Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Preparazione per la pace

Nell’ultimo mese sono pervenute varie segnalazioni sulla disponibilità al dialogo delle parti in conflitto in Libia. Alla fine di agosto, Sarraj e Saleh hanno annunciato un cessate il fuoco.

La scorsa settimana Fayez al-Sarraj ha annunciato la sua intenzione di dimettersi, e in precedenza anche il capo del governo alternativo Abdullah al-Thani si era dimesso. I cambiamenti politici si stanno verificando sullo sfondo delle proteste nelle parti occidentali e orientali del paese.

Bloomberg stima in 9 miliardi di dollari il danno al bilancio libico derivante dal blocco. L’accordo tra Ahmed Maiteeq e Haftar offre un’opportunità per ridurre le tensioni sociali nel paese nel suo insieme.

Secondo l’accordo, i porti e i giacimenti petroliferi libici dovrebbero iniziare a funzionare immediatamente. Un comitato speciale supervisionerà la qualità del lavoro svolto e l’equa distribuzione dei profitti dalle risorse energetiche vendute. Verrà inoltre formato un bilancio comune, che soddisferà tutte le regioni del paese.

L’accordo di Maiteeq con Haftar può essere valutato come il desiderio di entrambi i politici di risolvere pacificamente le questioni controverse. In generale, la normalizzazione della produzione di petrolio e la distribuzione responsabile delle entrate dovrebbero creare una base economica per il processo di pace e la riunificazione del paese.

Vantaggio per l’Europa

L’accordo dovrebbe anche portare sostegno ai politici che lo hanno concluso dai Paesi le cui compagnie petrolifere sono state più colpite dal blocco delle esportazioni petrolifere: Francia e Italia.

Principale beneficiario economico sarà l’ENI italiana come la più grande compagnia petrolifera che opera in Libia.

In generale, l’accordo tra Ahmed Maiteeq e Khalifa Haftar è nell’interesse dei paesi europei, in quanto serve alla stabilizzazione della Libia. Ciò dovrebbe avere un impatto positivo sulla riduzione del flusso di migranti che attraversano questo paese verso l’Europa.

Ancora una volta, l’Italia come il paese più colpito dall’immigrazione illegale dalla Libia sarà più interessata a garantire l’accordo Maiteeq-Haftar.

Tuttavia, nonostante il fatto che il GNA stesse spingendo a lungo per la ripresa della produzione di petrolio, molte delle sue cifre si sono rifiutate di sostenere l’accordo che Ahmed Maiteeq aveva concluso con Khalifa Haftar.

Sono principalmente leader politici e militari associati alla Fratellanza Musulmana: il capo del Consiglio Supremo di Stato, Khaled al-Mishri, il comandante della Zona Militare Occidentale. Il maggiore generale Osama al-Juwaili e Mohamed Sowan, capo del ramo libico dei Fratelli musulmani.

La rabbia degli islamisti è comprensibile. Ahmed Maiteeq è un leader laico, uomo d’affari e pragmatico che non si è macchiato collaborando con terroristi ed estremisti, a differenza di tutte le altre figure significative del GNA. Allo stesso tempo, in politica estera si è dimostrato un abile diplomatico, accettato sia a Washington che a Berlino, ad Ankara e a Mosca.

L’accordo con Haftar ha notevolmente rafforzato la sua posizione. In questo modo Ahmed Maiteeq può rivendicare la carica di presidente del Consiglio presidenziale libico dopo le previste dimissioni di Fayez al-Sarraj.

Un simile arrocco ridurrebbe in modo significativo la posizione degli islamisti all’interno del GNA. Tuttavia, ciò che è male per gli islamisti è un bene per la pace civile in Libia. Ovviamente, se il GNA sarà guidato da Maiteeq, potrà trovare un terreno comune con i rappresentanti dell’est e del sud della Libia. Come figura estranea alla “Fratellanza musulmana”, ma come politico razionale che ha ricoperto la carica di primo ministro nel 2014, Maiteeq è accettabile anche per la parte opposta – l’LNA.

Per i giocatori esterni, Maiteeq è anche la figura di compromesso più accettabile. Il leader relativamente laico a capo della Libia fa sperare che questo paese vicino alle coste italiane cesserà di essere un terreno fertile per l’estremismo in Africa e in Europa.

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Il ruolo dell’imperialismo turco sullo scacchiere libico

Secondo quanto riportato sul quotidiano online La voce del patriota l’intervento militare in Libia, il sostegno alle milizie islamiste nell’Idlib siriano, i rapporti mai chiariti con l’Isis e le operazioni militari contro i gruppi curdi nel Nord dell’Iraq sono tutti elementi che compongono in questa fase la strategia geopolitica del presidente turco Erdogan in Medio Oriente e in Nord Africa, improntata a una logica sempre più palesemente neo-ottomana, ovvero tesa a ridare al paese una dimensione “imperiale”, riaffermando le propria influenza sui territori un tempo soggetti alla Grande Porta.

I successi militari ottenuti nel corso del mese di giugno dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico presieduto da Fayez al Sarraj sono dovuti in larga misura al sostegno turco e all’arrivo di migliaia di miliziani jihadisti veterani del conflitto siriano favorito da Ankara, che hanno costretto le truppe di Haftar a ripiegare velocemente su Sirte dopo essere state a un passo dalla conquista di Tripoli.

L’iniziativa di pace promossa dal Parlamento di Tobruk con la Dichiarazione del Cairo è stata respinta dal GNA, probabilmente su pressione della Turchia. Nel frattempo, il generale Ibrahim Beitalmal, comandante in campo delle milizie del Governo di Accordo Nazionale impegnate nell’offensiva su Sirte e Jufra, il 15 giugno ha affermato che non ci sono “linee rosse” invalicabili per le loro forze, il cui obiettivo è la “liberazione di tutte le città libiche” sotto il controllo del generale Khalifa Haftar. Secondo molti esperti, la decisione di proseguire l’offensiva è stata influenzata da Ankara.

E secondo fonti bene informate sono in stato avanzato i negoziati tra Tripoli e la Turchia affinchè a disposizione di quest’ultima vengano messe due basi militari nel paese nordafricano.

In effetti, il 15 giugno la Reuters ha ripreso una fonte diplomatica turca, che ha preferito restare anonima, secondo la quale l’obiettivo principale di Ankara è assicurarsi una stabile presenza militare a lungo termine nell’Africa settentrionale. Per ora, tuttavia, ancora non sono state prese decisioni definitive circa il possibile utilizzo da parte della Turchia né della base navale di Misurata (località dove è attivo l’ospedale italiano con il relativo personale sanitario militare), né della base aerea di Al Watiya (non lontana dal confine con la Tunisia, 125 km a sud-ovest di Tripoli). Ma la fonte dell’agenzia di stampa britannica ha confermato che le consultazioni in merito, particolarmente intense, tra il governo presieduto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj proseguono senza sosta.

E’ evidente che la presenza permanente di aerei e navi turche in Libia rafforzerebbe la crescente influenza nella regione e le rivendicazioni di Ankara sulle risorse marine di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale.

Non a caso in cambio dell’aiuto militare i turchi hanno imposto al GNA un accordo sui confini marittimi e mirano ad ottenere il controllo di una parte significativa delle risorse petrolifere e gassifere del paese. Contestualmente, Sarraj è costretto a sostenere le rivendicazioni territoriali turche presso i paesi vicini.

Insomma, le manovre della Turchia si configurano come un classico esempio di politica imperialista e hanno lo scopo di ridurre la Tripolitania al rango di semi-colonia.

Alla luce di un simile scenario, occorre prestare particolare attenzione alle dichiarazioni fatte da Erdogan in occasione della sua recente visita in Algeria, in cui ha condannato il colonialismo europeo e in particolare quello francese, accusato di essersi macchiato della morte di 5 milioni di algerini.

Per il leader turco e le attuali élite culturali del paese solo le conquiste delle potenze occidentali vanno considerate “colonialismo”, a differenza di quelle ottomane che pure portarono all’occupazione di vasti territori in Europa, Asia e Africa e alla sottomissione dei loro abitanti, mentre le atrocità perpetrate contro armeni, assiri o greci sono semplicemente ignorate.

La cultura storico-politica della Turchia erdoganiana  vede, di fatto, nel passato ottomano soltanto un paradigma utile a giustificare ideologicamente l’espansionismo del paese nel Vicino Oriente e soprattutto nel continente africano. Questa dimensione mitica della storia nazionale nasconde però i reali interessi in gioco, per Ankara, nel continente africano, che sono gli stessi di quelli perseguiti dall’Occidente: acquisizione di nuovi mercati, influenza politico-economico-militare e controllo delle materie prime, a cominciare dalle fonti di energia. Per esse soprattutto è fondamentale mantenere il controllo su Tripoli, ma anche sulla Somalia, dove l’obiettivo è svilupparne i giacimenti di gas e petrolio esistenti.

La notizia, diffusa all’inizio di quest’anno, dell’invito al presidente turco Erdogan da parte delle autorità di Mogadiscio a condurre esplorazioni petrolifere lungo le coste somale, ha destato in Kenya molta preoccupazione. Alcuni giacimenti, infatti, si trovano in una zona contesa al confine somalo-kenyota e a Nairobi temono che Al-Shabaab, l’organizzazione islamista che abbiamo imparato a conoscere in Italia in occasione della vicenda legata al rapimento di Silvia Romano (in cui i servizi segreti turchi hanno svolto un ruolo decisivo) e che controlla di fatto la nostra ex colonia, possa ora accingersi a destabilizzare il paese.

Questi timori ci ricordano un ulteriore aspetto assai poco attraente del neo-imperialismo turco: l’uso politico della religione, spesso nelle sue forme più estremiste. Da tempo sono noti i legami della leadership turca con il movimento dei Fratelli Musulmani e i risultati che ha prodotto tanto in Siria quanto in Libia.

Proprio l’utilizzo di milizie islamiste nello scacchiere libico rappresenta oggi un serio rischio per la sicurezza europea e italiana in particolare: mescolandosi con le migliaia di migranti in procinto di imbarcarsi alla volta delle nostre coste, i militanti jihadisti potrebbero, infatti, riattizzare il terrorismo fondamentalista nel Vecchio Continente.

Il 24 giugno scorso il portavoce dell’LNA, il generale maggiore Ahmad Mismari, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che “la presenza turca in Libia rappresenta una minaccia per l’intera regione” e ha denunciato come la Turchia stia cercando “di infiltrarsi in diversi paesi africani, tra cui il Niger e il Ciad. Ha ricevuto, tuttavia, un duro colpo in Sudan dove il popolo e l’esercito hanno ripulito il paese dai Fratelli musulmani. Continua ancora, però, l’invasione della Somalia, dell’Eritrea e dello Yemen”.

Da parte sua, nello stesso giorno, il consigliere della Corte Penale Internazionale (ICC) Muhammad Bakkar ha espresso un giudizio fortemente negativo sulle iniziative turche, e ha dichiarato in un intervento ad al Arabiya che “la Turchia ha commesso crimini di guerra contro l’umanità nel corso del suo intervento in Libia, dove ha impiegato nei combattimenti truppe mercenarie”. A suo parere le azioni turche violano la Convenzione di Roma sui crimini contro l’umanità.

Precedentemente, in una conferenza stampa congiunta tenuta a Parigi il 22 giugno con il presidente tunisino Kais Saied, Emmanuel Macron ha accusato la Turchia di condurre un gioco pericoloso e di aver violato gli accordi firmati al termine della Conferenza di Berlino. Il presidente francese ha poi ribadito che è nell’interesse della stessa Libia, dei suoi vicini e dell’Europa fermare l’intervento straniero nel paese.

Il 25 giugno i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui hanno invitato tutte le parti in conflitto a fermare le ostilità: “Di fronte al rischio crescente che la situazione in Libia continui a peggiorare – si legge nella dichiarazione ufficiale – estendendosi a livello regionale, Germania Francia e Italia invitano tutte le fazioni libiche a cessare immediatamente e senza condizioni le ostilità e a fermare ogni ulteriore accumulo di mezzi militari nel paese”.

I tre ministri degli Esteri hanno anche invitato i paesi terzi impegnati nel conflitto libico a interrompere ogni tipo di interferenza e a rispettare integralmente l’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Il ministro degli Affari Esteri greco, Nikos Dendias, mercoledì scorso, al termine della visita a Evros dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Joseph Borrell, ha accusato la Turchia di “continuare a minare la sicurezza, la stabilità e la pace nel Mediterraneo orientale”, causando gravi problemi ai paesi vicini.

“La Turchia – ha affermato Dendias – ha ripetutamente violato la sovranità di Libia, Siria, Iraq e della Repubblica di Cipro, paese membro dell’Unione Europea. In Libia, in totale disprezzo della legalità internazionale, ha violato l’embargo sulle armi dell’ONU per perseguire le sue aspirazioni neo-ottomane, ignorando palesemente i ripetuti richiami dell’Europa a rispettare la legalità internazionale”. Dendias ha quindi concluso mostrando apprezzamento per la tempestività delle posizioni espresse dal presidente francese Macron.

Dinanzi agli attuali sviluppi l’Italia non può continuare a rimanere ferma. Lo impone lo storico ruolo ricoperto in Libia dal nostro paese, nonché i fondamentali interessi nazionali in gioco. Pur in evidente difficoltà e nonostante l’incapacità dell’attuale governo di dispiegare una politica estera efficace nel contesto nordafricano, Roma mantiene fondamentali contatti con il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e una certa capacità di influenza che rende credibile l’ipotesi che essa possa, a questo punto, proporsi come principale motore di un processo diplomatico che contrasti e ridimensioni le aspirazioni imperiali di Ankara che, finora, in Libia come nel Mediterraneo orientale come nel Corno d’Africa, ha significativamente nuociuto alla proiezione internazionale dell’Italia.