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Nagorno-Karabakh: il legame con la guerra civile libica

C’è un filo rosso che collega il conflitto civile libico con la ripresa delle ostilità tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Negli ultimi giorni alcune testate, anche italiane come Il Manifesto e Analisi Difesa, avevano riferito di trasferimenti di mercenari islamisti veterani della guerra civile in Siria, favoriti dalla Turchia, in Azerbaijan a sostegno delle truppe di Baku. Ne parla anche un articolo L’Occidentale ripreso in queste pagine.

Uno schema già attuato questa estate in Libia, dove Ankara avrebbe rifornito con uomini e mezzi il Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da al-Sarraj e impegnato a rompere l’assedio imposto a Tripoli dal suo antagonista, il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA).

Ma ci sarebbe di più.

Nel corso della notte del 30 settembre il Boeing 737 (5ADMG), di proprietà della compagnia libica Burak Air, dopo essere partito dall’aeroporto di Mitiga, nei pressi di Tripoli, è atterrato a Baku all’1.17, ora locale.

La notizia del volo è stata lanciata dal sito internet Flightradar24 ed è particolarmente interessante in quanto, ad oggi, non esistono voli di linea tra Baku e Tripoli. Inoltre, nei mesi scorsi, i media libici avevano più volte accusato la Burak Air di trasportare combattenti siriani in Libia attraverso la Turchia per dar man forte al GNA, senza tralasciare il fatto che nell’aeroporto di Mitiga è collegata anche una prigione controllata dalla milizia salafita RADA.

E’ dunque probabile che alcuni miliziani siano stati trasferiti in Azerbaijan con un volo di emergenza: è ciò che aveva affermato in un’intervista ad Al-Arabiya Khaled Mahjoub, ufficiale dell’LNA, in cui aveva parlato del riposizionamento di mercenari filo-turchi dalla Libia all’Azerbaijan.

Un’altra ipotesi è che possa essersi trattato del trasferimento di alcune attrezzature militari dalla Libia alla zona di guerra situata nel Caucaso meridionale.

L’Azerbaijan e l’Armenia hanno ripreso i combattimenti per il controllo del Nagorno-Karabakh il 27 settembre.

La Turchia ha dichiarato ufficialmente che sosterrà gli azeri. Le autorità armene accusano Ankara di fornire armi e combattenti provenienti dalla Siria all’Azerbaijan. Sempre secondo il Ministero della Difesa armeno, l’aviazione militare turca avrebbe abbattuto un aereo armeno Su-25 nella zona di guerra il giorno prima: un’accusa respinta da turchi e azeri.

Come detto in precedenza, le notizie sull’invio di combattenti provenienti dalla Siria sono state diffuse in numero consistente negli ultimi giorni. Due islamisti siriani hanno confermato, in un’intervista alla Reuters, l’invio di miliziani in Azerbaijan.

I primi indizi circa la presenza di miliziani siriani in Azerbaijan sono apparsi già il 27 settembre, quando ha cominciato a circolare sui social network turchi e azeri un video in cui mercenari siriani a bordo di furgoncini pick-up giravano per le strade di Baku.

Secondo l’analista Mzahem Alsaloum, ex portavoce di Operation Inherent Resolve, la coalizione internazionale a guida statunitense anti-Isis, i primi mercenari siriani sarebbero sbarcati in Azerbaijan circa dieci giorni fa per prendere parte alle operazioni militari già pianificate.

Ieri, invece, l’attivista per i diritti umani Elizabeth Tsurkov, citando fonti dell’Esercito Nazionale Siriano, ha dato notizia della morte dei primi combattenti siriani in Nagorno-Kharabakh.

Anche il ricercatore siriano Hussein Akoush ha riferito che un suo conoscente, il militante islamico Muhammad Shaalan, è stato recentemente ucciso in Azerbaijan.

Il filo rosso che lega Turchia, Siria, Azerbaijan e, presumibilmente, anche Libia, spinge a ritenere che la ripresa delle ostilità in Nagorno-Kharabakh vada inserita nella più ampia strategia turca volta a ridefinire gli assetti geopolitici medio-orientali e mediterranei e a rilanciare Ankara nel suo antico ruolo di potenza imperiale.

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Accordo petrolifero: un’opportunità per la Libia e l’Europa

L’avvio di un dialogo

Il 18 settembre il vicepresidente del Consiglio presidenziale libico Ahmed Maiteeq ha rilasciato una dichiarazione in cui ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio nel Paese.

Quasi nello stesso momento il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio anche in Libia.

Secondo il comunicato dell’Esercito nazionale libico, l’LNA ha avviato un dialogo inter libico con la partecipazione di Ahmed Maiteeq ed è pronta ad aprire giacimenti petroliferi per tutta la durata dei negoziati.

Dall’inizio del 2020 alle tribù libiche è stata bloccata la produzione di petrolio e le esportazioni dal Paese.

La Libia è il paese più ricco di petrolio in Africa. Il petrolio è la principale ricchezza del paese, ma solo la National Oil Company (NOC) statale può venderla. I ricavi delle vendite di petrolio dovrebbero arrivare in diverse regioni della Libia.

I rappresentanti tribali hanno detto nel periodo gennaio-febbraio, tuttavia, che le entrate sono distribuite in modo non uniforme e che la maggior parte del denaro andava nelle mani di gruppi criminali e bande di islamisti che controllano la capitale – Tripoli. C’è anche la sede del NOC e la residenza della Banca Centrale della Libia, che sta distribuendo i soldi.

Le tribù che hanno seguito la strada del blocco del petrolio operavano nei territori controllati dall’esercito nazionale libico di Khalifa Haftar.

Contesto dei negoziati

La guerra civile in Libia è in corso dal 2011, quando l’invasione della NATO ha rovesciato e ucciso Muammar Gheddafi. La capitale Tripoli è residenza del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – un organismo creato a seguito di negoziati a Skhirat (Marocco) nel 2015. Il Consiglio presidenziale della Libia è un organo che svolge le funzioni di capo di stato della Libia e presiede il Governo di Accordo Nazionale.

Il GNA è considerato un riconosciuto dall’autorità delle Nazioni Unite, ma la sua legittimità ed è in discussione. Non è un governo eletto dal popolo, ma un organo temporaneo i cui poteri sono scaduti da tempo. Tuttavia, un certo numero di paesi, principalmente Turchia e Qatar, forniscono supporto forzato al GNA, come l’invio di armi e mercenari islamisti lì. Il GNA ha buoni rapporti con l’Italia.

In generale, il GNA è sostenuto da varie milizie islamiste e gruppi locali che beneficiano dell’effettiva frammentazione politica del Paese. Il GNA e il Consiglio presidenziale è guidato da Fayez al-Sarraj. I Fratelli Musulmani, un’organizzazione estremista, bandita in molti paesi, hanno una seria influenza sul GNA. La sua zona di controllo – l’ovest della Libia (Tripolitania).

L’altro lato del conflitto è il governo provvisorio di Tobruk e il suo esercito nazionale libico, che controlla l’est e il sud del paese (Cirenaica e Fezzan). La sua legittimità si basa sul sostegno del parlamento libico, della Camera dei rappresentanti (HoR) e del suo presidente eletto, Aguila Saleh. Il feldmaresciallo Haftar come leader militare e Saleh come leader politico godono del sostegno nei territori che controllano

L’LNA è sostenuta nel conflitto da Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Preparazione per la pace

Nell’ultimo mese sono pervenute varie segnalazioni sulla disponibilità al dialogo delle parti in conflitto in Libia. Alla fine di agosto, Sarraj e Saleh hanno annunciato un cessate il fuoco.

La scorsa settimana Fayez al-Sarraj ha annunciato la sua intenzione di dimettersi, e in precedenza anche il capo del governo alternativo Abdullah al-Thani si era dimesso. I cambiamenti politici si stanno verificando sullo sfondo delle proteste nelle parti occidentali e orientali del paese.

Bloomberg stima in 9 miliardi di dollari il danno al bilancio libico derivante dal blocco. L’accordo tra Ahmed Maiteeq e Haftar offre un’opportunità per ridurre le tensioni sociali nel paese nel suo insieme.

Secondo l’accordo, i porti e i giacimenti petroliferi libici dovrebbero iniziare a funzionare immediatamente. Un comitato speciale supervisionerà la qualità del lavoro svolto e l’equa distribuzione dei profitti dalle risorse energetiche vendute. Verrà inoltre formato un bilancio comune, che soddisferà tutte le regioni del paese.

L’accordo di Maiteeq con Haftar può essere valutato come il desiderio di entrambi i politici di risolvere pacificamente le questioni controverse. In generale, la normalizzazione della produzione di petrolio e la distribuzione responsabile delle entrate dovrebbero creare una base economica per il processo di pace e la riunificazione del paese.

Vantaggio per l’Europa

L’accordo dovrebbe anche portare sostegno ai politici che lo hanno concluso dai Paesi le cui compagnie petrolifere sono state più colpite dal blocco delle esportazioni petrolifere: Francia e Italia.

Principale beneficiario economico sarà l’ENI italiana come la più grande compagnia petrolifera che opera in Libia.

In generale, l’accordo tra Ahmed Maiteeq e Khalifa Haftar è nell’interesse dei paesi europei, in quanto serve alla stabilizzazione della Libia. Ciò dovrebbe avere un impatto positivo sulla riduzione del flusso di migranti che attraversano questo paese verso l’Europa.

Ancora una volta, l’Italia come il paese più colpito dall’immigrazione illegale dalla Libia sarà più interessata a garantire l’accordo Maiteeq-Haftar.

Tuttavia, nonostante il fatto che il GNA stesse spingendo a lungo per la ripresa della produzione di petrolio, molte delle sue cifre si sono rifiutate di sostenere l’accordo che Ahmed Maiteeq aveva concluso con Khalifa Haftar.

Sono principalmente leader politici e militari associati alla Fratellanza Musulmana: il capo del Consiglio Supremo di Stato, Khaled al-Mishri, il comandante della Zona Militare Occidentale. Il maggiore generale Osama al-Juwaili e Mohamed Sowan, capo del ramo libico dei Fratelli musulmani.

La rabbia degli islamisti è comprensibile. Ahmed Maiteeq è un leader laico, uomo d’affari e pragmatico che non si è macchiato collaborando con terroristi ed estremisti, a differenza di tutte le altre figure significative del GNA. Allo stesso tempo, in politica estera si è dimostrato un abile diplomatico, accettato sia a Washington che a Berlino, ad Ankara e a Mosca.

L’accordo con Haftar ha notevolmente rafforzato la sua posizione. In questo modo Ahmed Maiteeq può rivendicare la carica di presidente del Consiglio presidenziale libico dopo le previste dimissioni di Fayez al-Sarraj.

Un simile arrocco ridurrebbe in modo significativo la posizione degli islamisti all’interno del GNA. Tuttavia, ciò che è male per gli islamisti è un bene per la pace civile in Libia. Ovviamente, se il GNA sarà guidato da Maiteeq, potrà trovare un terreno comune con i rappresentanti dell’est e del sud della Libia. Come figura estranea alla “Fratellanza musulmana”, ma come politico razionale che ha ricoperto la carica di primo ministro nel 2014, Maiteeq è accettabile anche per la parte opposta – l’LNA.

Per i giocatori esterni, Maiteeq è anche la figura di compromesso più accettabile. Il leader relativamente laico a capo della Libia fa sperare che questo paese vicino alle coste italiane cesserà di essere un terreno fertile per l’estremismo in Africa e in Europa.

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Il ruolo dell’imperialismo turco sullo scacchiere libico

Secondo quanto riportato sul quotidiano online La voce del patriota l’intervento militare in Libia, il sostegno alle milizie islamiste nell’Idlib siriano, i rapporti mai chiariti con l’Isis e le operazioni militari contro i gruppi curdi nel Nord dell’Iraq sono tutti elementi che compongono in questa fase la strategia geopolitica del presidente turco Erdogan in Medio Oriente e in Nord Africa, improntata a una logica sempre più palesemente neo-ottomana, ovvero tesa a ridare al paese una dimensione “imperiale”, riaffermando le propria influenza sui territori un tempo soggetti alla Grande Porta.

I successi militari ottenuti nel corso del mese di giugno dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico presieduto da Fayez al Sarraj sono dovuti in larga misura al sostegno turco e all’arrivo di migliaia di miliziani jihadisti veterani del conflitto siriano favorito da Ankara, che hanno costretto le truppe di Haftar a ripiegare velocemente su Sirte dopo essere state a un passo dalla conquista di Tripoli.

L’iniziativa di pace promossa dal Parlamento di Tobruk con la Dichiarazione del Cairo è stata respinta dal GNA, probabilmente su pressione della Turchia. Nel frattempo, il generale Ibrahim Beitalmal, comandante in campo delle milizie del Governo di Accordo Nazionale impegnate nell’offensiva su Sirte e Jufra, il 15 giugno ha affermato che non ci sono “linee rosse” invalicabili per le loro forze, il cui obiettivo è la “liberazione di tutte le città libiche” sotto il controllo del generale Khalifa Haftar. Secondo molti esperti, la decisione di proseguire l’offensiva è stata influenzata da Ankara.

E secondo fonti bene informate sono in stato avanzato i negoziati tra Tripoli e la Turchia affinchè a disposizione di quest’ultima vengano messe due basi militari nel paese nordafricano.

In effetti, il 15 giugno la Reuters ha ripreso una fonte diplomatica turca, che ha preferito restare anonima, secondo la quale l’obiettivo principale di Ankara è assicurarsi una stabile presenza militare a lungo termine nell’Africa settentrionale. Per ora, tuttavia, ancora non sono state prese decisioni definitive circa il possibile utilizzo da parte della Turchia né della base navale di Misurata (località dove è attivo l’ospedale italiano con il relativo personale sanitario militare), né della base aerea di Al Watiya (non lontana dal confine con la Tunisia, 125 km a sud-ovest di Tripoli). Ma la fonte dell’agenzia di stampa britannica ha confermato che le consultazioni in merito, particolarmente intense, tra il governo presieduto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj proseguono senza sosta.

E’ evidente che la presenza permanente di aerei e navi turche in Libia rafforzerebbe la crescente influenza nella regione e le rivendicazioni di Ankara sulle risorse marine di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale.

Non a caso in cambio dell’aiuto militare i turchi hanno imposto al GNA un accordo sui confini marittimi e mirano ad ottenere il controllo di una parte significativa delle risorse petrolifere e gassifere del paese. Contestualmente, Sarraj è costretto a sostenere le rivendicazioni territoriali turche presso i paesi vicini.

Insomma, le manovre della Turchia si configurano come un classico esempio di politica imperialista e hanno lo scopo di ridurre la Tripolitania al rango di semi-colonia.

Alla luce di un simile scenario, occorre prestare particolare attenzione alle dichiarazioni fatte da Erdogan in occasione della sua recente visita in Algeria, in cui ha condannato il colonialismo europeo e in particolare quello francese, accusato di essersi macchiato della morte di 5 milioni di algerini.

Per il leader turco e le attuali élite culturali del paese solo le conquiste delle potenze occidentali vanno considerate “colonialismo”, a differenza di quelle ottomane che pure portarono all’occupazione di vasti territori in Europa, Asia e Africa e alla sottomissione dei loro abitanti, mentre le atrocità perpetrate contro armeni, assiri o greci sono semplicemente ignorate.

La cultura storico-politica della Turchia erdoganiana  vede, di fatto, nel passato ottomano soltanto un paradigma utile a giustificare ideologicamente l’espansionismo del paese nel Vicino Oriente e soprattutto nel continente africano. Questa dimensione mitica della storia nazionale nasconde però i reali interessi in gioco, per Ankara, nel continente africano, che sono gli stessi di quelli perseguiti dall’Occidente: acquisizione di nuovi mercati, influenza politico-economico-militare e controllo delle materie prime, a cominciare dalle fonti di energia. Per esse soprattutto è fondamentale mantenere il controllo su Tripoli, ma anche sulla Somalia, dove l’obiettivo è svilupparne i giacimenti di gas e petrolio esistenti.

La notizia, diffusa all’inizio di quest’anno, dell’invito al presidente turco Erdogan da parte delle autorità di Mogadiscio a condurre esplorazioni petrolifere lungo le coste somale, ha destato in Kenya molta preoccupazione. Alcuni giacimenti, infatti, si trovano in una zona contesa al confine somalo-kenyota e a Nairobi temono che Al-Shabaab, l’organizzazione islamista che abbiamo imparato a conoscere in Italia in occasione della vicenda legata al rapimento di Silvia Romano (in cui i servizi segreti turchi hanno svolto un ruolo decisivo) e che controlla di fatto la nostra ex colonia, possa ora accingersi a destabilizzare il paese.

Questi timori ci ricordano un ulteriore aspetto assai poco attraente del neo-imperialismo turco: l’uso politico della religione, spesso nelle sue forme più estremiste. Da tempo sono noti i legami della leadership turca con il movimento dei Fratelli Musulmani e i risultati che ha prodotto tanto in Siria quanto in Libia.

Proprio l’utilizzo di milizie islamiste nello scacchiere libico rappresenta oggi un serio rischio per la sicurezza europea e italiana in particolare: mescolandosi con le migliaia di migranti in procinto di imbarcarsi alla volta delle nostre coste, i militanti jihadisti potrebbero, infatti, riattizzare il terrorismo fondamentalista nel Vecchio Continente.

Il 24 giugno scorso il portavoce dell’LNA, il generale maggiore Ahmad Mismari, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che “la presenza turca in Libia rappresenta una minaccia per l’intera regione” e ha denunciato come la Turchia stia cercando “di infiltrarsi in diversi paesi africani, tra cui il Niger e il Ciad. Ha ricevuto, tuttavia, un duro colpo in Sudan dove il popolo e l’esercito hanno ripulito il paese dai Fratelli musulmani. Continua ancora, però, l’invasione della Somalia, dell’Eritrea e dello Yemen”.

Da parte sua, nello stesso giorno, il consigliere della Corte Penale Internazionale (ICC) Muhammad Bakkar ha espresso un giudizio fortemente negativo sulle iniziative turche, e ha dichiarato in un intervento ad al Arabiya che “la Turchia ha commesso crimini di guerra contro l’umanità nel corso del suo intervento in Libia, dove ha impiegato nei combattimenti truppe mercenarie”. A suo parere le azioni turche violano la Convenzione di Roma sui crimini contro l’umanità.

Precedentemente, in una conferenza stampa congiunta tenuta a Parigi il 22 giugno con il presidente tunisino Kais Saied, Emmanuel Macron ha accusato la Turchia di condurre un gioco pericoloso e di aver violato gli accordi firmati al termine della Conferenza di Berlino. Il presidente francese ha poi ribadito che è nell’interesse della stessa Libia, dei suoi vicini e dell’Europa fermare l’intervento straniero nel paese.

Il 25 giugno i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui hanno invitato tutte le parti in conflitto a fermare le ostilità: “Di fronte al rischio crescente che la situazione in Libia continui a peggiorare – si legge nella dichiarazione ufficiale – estendendosi a livello regionale, Germania Francia e Italia invitano tutte le fazioni libiche a cessare immediatamente e senza condizioni le ostilità e a fermare ogni ulteriore accumulo di mezzi militari nel paese”.

I tre ministri degli Esteri hanno anche invitato i paesi terzi impegnati nel conflitto libico a interrompere ogni tipo di interferenza e a rispettare integralmente l’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Il ministro degli Affari Esteri greco, Nikos Dendias, mercoledì scorso, al termine della visita a Evros dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Joseph Borrell, ha accusato la Turchia di “continuare a minare la sicurezza, la stabilità e la pace nel Mediterraneo orientale”, causando gravi problemi ai paesi vicini.

“La Turchia – ha affermato Dendias – ha ripetutamente violato la sovranità di Libia, Siria, Iraq e della Repubblica di Cipro, paese membro dell’Unione Europea. In Libia, in totale disprezzo della legalità internazionale, ha violato l’embargo sulle armi dell’ONU per perseguire le sue aspirazioni neo-ottomane, ignorando palesemente i ripetuti richiami dell’Europa a rispettare la legalità internazionale”. Dendias ha quindi concluso mostrando apprezzamento per la tempestività delle posizioni espresse dal presidente francese Macron.

Dinanzi agli attuali sviluppi l’Italia non può continuare a rimanere ferma. Lo impone lo storico ruolo ricoperto in Libia dal nostro paese, nonché i fondamentali interessi nazionali in gioco. Pur in evidente difficoltà e nonostante l’incapacità dell’attuale governo di dispiegare una politica estera efficace nel contesto nordafricano, Roma mantiene fondamentali contatti con il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e una certa capacità di influenza che rende credibile l’ipotesi che essa possa, a questo punto, proporsi come principale motore di un processo diplomatico che contrasti e ridimensioni le aspirazioni imperiali di Ankara che, finora, in Libia come nel Mediterraneo orientale come nel Corno d’Africa, ha significativamente nuociuto alla proiezione internazionale dell’Italia.