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Nasce viziato da una logica neo-colonialista il Forum di dialogo per la pace in Libia

Ha preso il via oggi a Tunisi il Forum di dialogo per la pace in Libia. Il Forum è stato organizzato dalla Missione ONU in Libia (UNSMIL), guidata da Stefhanie Williams, l’ex incaricata d’affari degli Stati Uniti a Tripoli.

Al Forum prendono parte 75 personalità del paese nordafricano in rappresentanza di varie fazioni impegnate nel conflitto. La ripresa del processo negoziale e la decisione di dichiarare una tregua per i prossimi due mesi sembrerebbero un importante passo in avanti verso la pacificazione del paese e la sua riunificazione. Purtroppo appare alquanto improbabile che il Forum possa conseguire questi obiettivi: la regione sta nel metodo usato dall’UNSMIL e da Stephanie Williams per stabilire chi avrebbe preso parte al Forum, che di fatto ha esautorato i libici stessi da ogni decisione sul loro futuro.

Pesanti ingerenze americane

Sarà, infatti, proprio la Williams, e dunque gli Stati Uniti, a nominare personalmente chi occuperà le posizioni chiave della nuova leadership libica.

La Missione ONU, in qualità di organizzatore del Libyan Forum for Political Dialogue, ha stabilito quali saranno i requisiti in base ai quali saranno selezionati il nuovo premier libico, nonché il presidente del consiglio presidenziale e i suoi due vice.

Queste figure saranno decise dai 75 partecipanti al Forum. Ma come sono stati scelti costoro? Sono state individuati dall’UNSMIL. Dunque tutte le personalità sgradite a Stephanie Williams sono già state di fatto escluse dal processo di pace: un approccio poco inclusivo e rispettoso dell’autodeterminazione del popolo libico.

Non a caso la lista degli invitati ha già subito pesanti critiche da parte di numerose forze politiche del paese.

Queste hanno messo in discussione la loro legittimità. A farlo è stato innanzitutto il Consiglio degli sceicchi e dei notabili, espressione delle tribù, che hanno evidenziato come 45 dei 75 partecipanti al Forum risultino affiliati ai Fratelli Musulmani.

Ma c’è di più. Chiunque voglia essere candidato a una qualunque carica della nuova compagine governativa libica deve preventivamente ottenere il sostegno di almeno 10 delegati al Forum. Sebbene essi siano già stati preventivamente selezionati dalla stessa UNSMIL, questa dispone di un ulteriore strumento di controllo, in quanto solo la Missione ONU potrà stabilire se i candidati soddisfano pienamente i requisiti previsti per accedere alle cariche. I criteri previsti sono i più svariati, alcuni davvero vaghi e bizzarri: uno di essi, ad esempio, è “l’equilibrio psicologico”. In sostanza qualora un candidato venisse eletto dai partecipanti al Forum, ma non venisse ritenuto dotato del necessario “equilibrio psicologico” da parte dei funzionari UNSMIL verrebbe immediatamente dichiarato non eleggibile.

La discrezionalità della Missione ONU è dunque totale

Essa si è assunta, inoltre, il diritto di decidere in piena autonomia chi assumerà un certo incarico. Infatti, qualora nessun candidato ottenesse almeno il 75% dei voti dei partecipanti al Forum (dunque 57 su 75) l’esito dell’elezione sarà determinato dall’UNSMIL in base alle sue valutazioni.

Di fatto sarà l’UNSMIL (e dunque gli Stati Uniti che attraverso la Williams stanno gestendo l’intero processo) a stabilire come sarà composta la nuova leadership libica. Nessun candidato indipendente potrà avere chance di vittoria con un sistema così congegnato.

Non è soltanto l’assenza di democraticità di un simile metodo a destare profonde perplessità, ma anche la mortificazione della sovranità libica.

In questo modo gli USA tornano prepotentemente sulla scena nel paese nordafricano, estromettendo tutti gli altri attori esterni che finora avevano giocato un ruolo ed emarginando alcuni protagonisti del conflitto. Non soltanto Khalifa Haftar si vede escluso in questo momento dal processo di pace, ma anche soggetti come Turchia e Italia, che finora avevano sostenuto il Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’ONU.

Dopo aver lasciato spazio di manovra in Libia a Russia, Francia, Qatar, Emirati Arabi, Turchia e Italia, gli USA intendono dunque stabilire una pesante influenza in Libia tramite l’UNSMIL e Stephanie Williams.

L’approccio si rivela però brutale, con pesanti venature neo-colonialiste, se non razziste. Ricorda molto da vicino i mandati della Società delle Nazioni successivi alla Prima Guerra Mondiale, allorchè le “illuminate” nazioni europee si assumevano “l’onere” di governare “popolazioni ancora non sufficientemente civilizzate”. Un approccio oggettivamente umiliante per gli arabi del XXI secolo.

Tutto questo accade mentre Joe Biden e Khamala Harris si apprestano ad occupare la Casa Bianca e artefici dell’intervento statunitense in Libia nel 2011 come Susan Rice e Michèle Flournoy nutrono serie speranze di diventare rispettivamente Segretario di Stato e Segretario alla Difesa USA.

Pace o guerra?

Cosa ci possiamo attendere da un simile, brutale atteggiamento. L’estromissione di fatto dei libici da qualunque processo decisionale difficilmente potrà portare a compimento un concreto processo di pace. Gli americani sembrano non aver saputo fare tesoro dell’esperienza del 2015, allorchè fu stipulato l’accordo di Skhirat che portò alla formazione del Governo di Accordo Nazionale.

Quell’accordo aveva basi assai più solide di quello che si va costruendo adesso, vi presero parte vari attori reali del conflitto inter-libico, eppure si è risolto in un fallimento completo, perché non si ritenne di coinvolgere le fazioni vicine al generale Haftar e all’Esercito Nazionale Libico. Tale circostanza ha portato ad esacerbare lo scontro tra Tripolitania e Cirenaica.

Il quadro tracciato dall’U(NSMIL appare ancora più fragile e in grado di far precipitare nuovamente la situazione. Il riaccendersi dello scontro sul campo potrebbe avere come effetto la giustificazione di un intervento militare diretto degli Stati Uniti, ma una simile circostanza genererebbe solo ulteriore caos nella regione.

E’ proprio ciò che prevede uno dei partecipanti al Libya Political Dialogue Forum, il parlamentare libico Misbah Douma Ouhida, che ha affermato:  “Questo forum produrrà un accordo che porterà la crisi libica la punto di partenza, aggravando le divisioni e generando ancora più confusione, la quale potrebbe protrarsi per diversi anni”.

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Nagorno-Karabakh: il legame con la guerra civile libica

C’è un filo rosso che collega il conflitto civile libico con la ripresa delle ostilità tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Negli ultimi giorni alcune testate, anche italiane come Il Manifesto e Analisi Difesa, avevano riferito di trasferimenti di mercenari islamisti veterani della guerra civile in Siria, favoriti dalla Turchia, in Azerbaijan a sostegno delle truppe di Baku. Ne parla anche un articolo L’Occidentale ripreso in queste pagine.

Uno schema già attuato questa estate in Libia, dove Ankara avrebbe rifornito con uomini e mezzi il Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da al-Sarraj e impegnato a rompere l’assedio imposto a Tripoli dal suo antagonista, il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito nazionale libico (LNA).

Ma ci sarebbe di più.

Nel corso della notte del 30 settembre il Boeing 737 (5ADMG), di proprietà della compagnia libica Burak Air, dopo essere partito dall’aeroporto di Mitiga, nei pressi di Tripoli, è atterrato a Baku all’1.17, ora locale.

La notizia del volo è stata lanciata dal sito internet Flightradar24 ed è particolarmente interessante in quanto, ad oggi, non esistono voli di linea tra Baku e Tripoli. Inoltre, nei mesi scorsi, i media libici avevano più volte accusato la Burak Air di trasportare combattenti siriani in Libia attraverso la Turchia per dar man forte al GNA, senza tralasciare il fatto che nell’aeroporto di Mitiga è collegata anche una prigione controllata dalla milizia salafita RADA.

E’ dunque probabile che alcuni miliziani siano stati trasferiti in Azerbaijan con un volo di emergenza: è ciò che aveva affermato in un’intervista ad Al-Arabiya Khaled Mahjoub, ufficiale dell’LNA, in cui aveva parlato del riposizionamento di mercenari filo-turchi dalla Libia all’Azerbaijan.

Un’altra ipotesi è che possa essersi trattato del trasferimento di alcune attrezzature militari dalla Libia alla zona di guerra situata nel Caucaso meridionale.

L’Azerbaijan e l’Armenia hanno ripreso i combattimenti per il controllo del Nagorno-Karabakh il 27 settembre.

La Turchia ha dichiarato ufficialmente che sosterrà gli azeri. Le autorità armene accusano Ankara di fornire armi e combattenti provenienti dalla Siria all’Azerbaijan. Sempre secondo il Ministero della Difesa armeno, l’aviazione militare turca avrebbe abbattuto un aereo armeno Su-25 nella zona di guerra il giorno prima: un’accusa respinta da turchi e azeri.

Come detto in precedenza, le notizie sull’invio di combattenti provenienti dalla Siria sono state diffuse in numero consistente negli ultimi giorni. Due islamisti siriani hanno confermato, in un’intervista alla Reuters, l’invio di miliziani in Azerbaijan.

I primi indizi circa la presenza di miliziani siriani in Azerbaijan sono apparsi già il 27 settembre, quando ha cominciato a circolare sui social network turchi e azeri un video in cui mercenari siriani a bordo di furgoncini pick-up giravano per le strade di Baku.

Secondo l’analista Mzahem Alsaloum, ex portavoce di Operation Inherent Resolve, la coalizione internazionale a guida statunitense anti-Isis, i primi mercenari siriani sarebbero sbarcati in Azerbaijan circa dieci giorni fa per prendere parte alle operazioni militari già pianificate.

Ieri, invece, l’attivista per i diritti umani Elizabeth Tsurkov, citando fonti dell’Esercito Nazionale Siriano, ha dato notizia della morte dei primi combattenti siriani in Nagorno-Kharabakh.

Anche il ricercatore siriano Hussein Akoush ha riferito che un suo conoscente, il militante islamico Muhammad Shaalan, è stato recentemente ucciso in Azerbaijan.

Il filo rosso che lega Turchia, Siria, Azerbaijan e, presumibilmente, anche Libia, spinge a ritenere che la ripresa delle ostilità in Nagorno-Kharabakh vada inserita nella più ampia strategia turca volta a ridefinire gli assetti geopolitici medio-orientali e mediterranei e a rilanciare Ankara nel suo antico ruolo di potenza imperiale.

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Libia: proseguono le consultazioni tra GNA e Tobruk per il petrolio

Sul tavolo il riparto dei ricavi provenienti dalla vendita del petrolio

Secondo quanto riportato questa mattina dalla testata panaraba Al-Araby Al-Jadeed, che cita fonti vicine all’Esercito nazionale libico (LNA), proseguono positivamente le consultazioni tra i rappresentanti del Governo di Accordo Nazionale (GNA) della Libia e quelli del Parlamento di Tobruk volte a definire un bilancio nazionale unico relativo alle risorse derivanti dalla vendita di petrolio.

Era dal 2015 che le parti in conflitto non avviavano trattative su questo tema. L’obiettivo è definire un’equa ripartizione dei fondi, dopo lo sblocco della produzione e della commercializzazione del greggio libico. Tutte le parti in causa stanno predisponendo un bilancio delle spese previste per l’anno venturo, in attesa di definire con precisione come saranno ripartite le entrate. In una dichiarazione rilasciata alla stessa testata, il direttore dell’Oia Center for Economic Studies, Ahmed Aboulsen, ha spiegato che, in base alle leggi libiche, il 60% delle entrate petrolifere va destinato allo sviluppo del paese nel suo complesso, mentre il resto va ripartito tra le tre regioni che lo compongono (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). I proventi derivati dalla vendita del petrolio rimarranno congelati fino a quando le parti non avranno raggiunto un accordo.

Gli osservatori economici ritengono che la ripresa della produzione petrolifera e gli sforzi volti ad unificare l’autorità monetaria e la spesa pubblica, rappresentino un passo nella giusta direzione, sia per rilanciare l’economia libica, sia per dare il via a un concreto processo di pacificazione nazionale. Il negoziato in corso è il frutto dell’intesa raggiunta dal vicepresidente del GNA Ahmed Maiteeq e il generale Khalifa Haftar che ha reso possibile il 18 settembre scorso la ripresa della produzione di petrolio dopo sette mesi di blocco.

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Accordo petrolifero: un’opportunità per la Libia e l’Europa

L’avvio di un dialogo

Il 18 settembre il vicepresidente del Consiglio presidenziale libico Ahmed Maiteeq ha rilasciato una dichiarazione in cui ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio nel Paese.

Quasi nello stesso momento il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar ha annunciato la ripresa della produzione di petrolio anche in Libia.

Secondo il comunicato dell’Esercito nazionale libico, l’LNA ha avviato un dialogo inter libico con la partecipazione di Ahmed Maiteeq ed è pronta ad aprire giacimenti petroliferi per tutta la durata dei negoziati.

Dall’inizio del 2020 alle tribù libiche è stata bloccata la produzione di petrolio e le esportazioni dal Paese.

La Libia è il paese più ricco di petrolio in Africa. Il petrolio è la principale ricchezza del paese, ma solo la National Oil Company (NOC) statale può venderla. I ricavi delle vendite di petrolio dovrebbero arrivare in diverse regioni della Libia.

I rappresentanti tribali hanno detto nel periodo gennaio-febbraio, tuttavia, che le entrate sono distribuite in modo non uniforme e che la maggior parte del denaro andava nelle mani di gruppi criminali e bande di islamisti che controllano la capitale – Tripoli. C’è anche la sede del NOC e la residenza della Banca Centrale della Libia, che sta distribuendo i soldi.

Le tribù che hanno seguito la strada del blocco del petrolio operavano nei territori controllati dall’esercito nazionale libico di Khalifa Haftar.

Contesto dei negoziati

La guerra civile in Libia è in corso dal 2011, quando l’invasione della NATO ha rovesciato e ucciso Muammar Gheddafi. La capitale Tripoli è residenza del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – un organismo creato a seguito di negoziati a Skhirat (Marocco) nel 2015. Il Consiglio presidenziale della Libia è un organo che svolge le funzioni di capo di stato della Libia e presiede il Governo di Accordo Nazionale.

Il GNA è considerato un riconosciuto dall’autorità delle Nazioni Unite, ma la sua legittimità ed è in discussione. Non è un governo eletto dal popolo, ma un organo temporaneo i cui poteri sono scaduti da tempo. Tuttavia, un certo numero di paesi, principalmente Turchia e Qatar, forniscono supporto forzato al GNA, come l’invio di armi e mercenari islamisti lì. Il GNA ha buoni rapporti con l’Italia.

In generale, il GNA è sostenuto da varie milizie islamiste e gruppi locali che beneficiano dell’effettiva frammentazione politica del Paese. Il GNA e il Consiglio presidenziale è guidato da Fayez al-Sarraj. I Fratelli Musulmani, un’organizzazione estremista, bandita in molti paesi, hanno una seria influenza sul GNA. La sua zona di controllo – l’ovest della Libia (Tripolitania).

L’altro lato del conflitto è il governo provvisorio di Tobruk e il suo esercito nazionale libico, che controlla l’est e il sud del paese (Cirenaica e Fezzan). La sua legittimità si basa sul sostegno del parlamento libico, della Camera dei rappresentanti (HoR) e del suo presidente eletto, Aguila Saleh. Il feldmaresciallo Haftar come leader militare e Saleh come leader politico godono del sostegno nei territori che controllano

L’LNA è sostenuta nel conflitto da Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Preparazione per la pace

Nell’ultimo mese sono pervenute varie segnalazioni sulla disponibilità al dialogo delle parti in conflitto in Libia. Alla fine di agosto, Sarraj e Saleh hanno annunciato un cessate il fuoco.

La scorsa settimana Fayez al-Sarraj ha annunciato la sua intenzione di dimettersi, e in precedenza anche il capo del governo alternativo Abdullah al-Thani si era dimesso. I cambiamenti politici si stanno verificando sullo sfondo delle proteste nelle parti occidentali e orientali del paese.

Bloomberg stima in 9 miliardi di dollari il danno al bilancio libico derivante dal blocco. L’accordo tra Ahmed Maiteeq e Haftar offre un’opportunità per ridurre le tensioni sociali nel paese nel suo insieme.

Secondo l’accordo, i porti e i giacimenti petroliferi libici dovrebbero iniziare a funzionare immediatamente. Un comitato speciale supervisionerà la qualità del lavoro svolto e l’equa distribuzione dei profitti dalle risorse energetiche vendute. Verrà inoltre formato un bilancio comune, che soddisferà tutte le regioni del paese.

L’accordo di Maiteeq con Haftar può essere valutato come il desiderio di entrambi i politici di risolvere pacificamente le questioni controverse. In generale, la normalizzazione della produzione di petrolio e la distribuzione responsabile delle entrate dovrebbero creare una base economica per il processo di pace e la riunificazione del paese.

Vantaggio per l’Europa

L’accordo dovrebbe anche portare sostegno ai politici che lo hanno concluso dai Paesi le cui compagnie petrolifere sono state più colpite dal blocco delle esportazioni petrolifere: Francia e Italia.

Principale beneficiario economico sarà l’ENI italiana come la più grande compagnia petrolifera che opera in Libia.

In generale, l’accordo tra Ahmed Maiteeq e Khalifa Haftar è nell’interesse dei paesi europei, in quanto serve alla stabilizzazione della Libia. Ciò dovrebbe avere un impatto positivo sulla riduzione del flusso di migranti che attraversano questo paese verso l’Europa.

Ancora una volta, l’Italia come il paese più colpito dall’immigrazione illegale dalla Libia sarà più interessata a garantire l’accordo Maiteeq-Haftar.

Tuttavia, nonostante il fatto che il GNA stesse spingendo a lungo per la ripresa della produzione di petrolio, molte delle sue cifre si sono rifiutate di sostenere l’accordo che Ahmed Maiteeq aveva concluso con Khalifa Haftar.

Sono principalmente leader politici e militari associati alla Fratellanza Musulmana: il capo del Consiglio Supremo di Stato, Khaled al-Mishri, il comandante della Zona Militare Occidentale. Il maggiore generale Osama al-Juwaili e Mohamed Sowan, capo del ramo libico dei Fratelli musulmani.

La rabbia degli islamisti è comprensibile. Ahmed Maiteeq è un leader laico, uomo d’affari e pragmatico che non si è macchiato collaborando con terroristi ed estremisti, a differenza di tutte le altre figure significative del GNA. Allo stesso tempo, in politica estera si è dimostrato un abile diplomatico, accettato sia a Washington che a Berlino, ad Ankara e a Mosca.

L’accordo con Haftar ha notevolmente rafforzato la sua posizione. In questo modo Ahmed Maiteeq può rivendicare la carica di presidente del Consiglio presidenziale libico dopo le previste dimissioni di Fayez al-Sarraj.

Un simile arrocco ridurrebbe in modo significativo la posizione degli islamisti all’interno del GNA. Tuttavia, ciò che è male per gli islamisti è un bene per la pace civile in Libia. Ovviamente, se il GNA sarà guidato da Maiteeq, potrà trovare un terreno comune con i rappresentanti dell’est e del sud della Libia. Come figura estranea alla “Fratellanza musulmana”, ma come politico razionale che ha ricoperto la carica di primo ministro nel 2014, Maiteeq è accettabile anche per la parte opposta – l’LNA.

Per i giocatori esterni, Maiteeq è anche la figura di compromesso più accettabile. Il leader relativamente laico a capo della Libia fa sperare che questo paese vicino alle coste italiane cesserà di essere un terreno fertile per l’estremismo in Africa e in Europa.

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Cinema: a settembre il seguito di Shugaley

Mentre l’Europa e gran parte del mondo erano alle prese con il lockdown, i processi geopolitici già in atto hanno continuato a dispiegarsi senza rallentamenti, così come i tentativi di analizzarli e studiarli, anche attraverso documentari e persino prodotti cinematografici.

Ciò è particolarmente vero per quanto concerne la situazione della Libia, dei paesi vicini e del Mediterraneo in generale, dove gli eventi si sono susseguiti ad un ritmo sempre più intenso.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha più volte confermato il massiccio afflusso di ex combattenti jihadisti veterani del conflitto siriano in Libia: sarebbero circa 16.500, trasferiti dalla Turchia nel paese nordafricano per sostenere le truppe del Governo di Accordo Nazionale (GNA).

Contestualmente l’AFRICOM, il Comando militare statunitense in Africa, ha annunciato che le sue Security Force Assistance Brigades, specializzate nell’addestramento e nell’assistenza delle forze militari straniere alleate, sono pronte a sostenere la Tunisia al fine di garantirne la sicurezza, “alla luce delle attivitàrusse in Libia”. Tutto questo mentre prosegue l’offensiva del GNA, che dopo aver liberato Tripoli dall’assedio a cui l’avevano sottoposta le truppe del generale KhalifaHaftar ha proseguito la sua avanzata fino alle città di Sirte e al-Jufra.

Proprio al centro di questa esplosiva miscela di avvenimenti, si trovano attualmente due sociologi russi, illegalmente detenuti dal GNA. Lo scorso maggio la televisione russa ha mandato in onda “Shugaley”, un film dedicato a questa vicenda. La stessa Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, in quei giorni sottolineò l’importanza di questo caso e l’attivo impegno del governo nel cercare di risolverlo. Cosa che fino ad ora non è avvenuta.

L’11 agosto sono così apparse su internet il trailer e le locandine del film “Shugaley 2”, il seguito del lungometraggio che ha raccontato la terribile situazione di Maxim Shugaley e del suo traduttore dall’arabo Samer Sueifan.

Nel primo film, diretto da Denis Neimand, la trama ripercorreva le vicende dei due sociologi, giunti a Tripoli per condurre un’indagine demoscopica, con l’assenso delle autorità locali, sequestrati, poco tempo dopo, dai miliziani di un gruppo salafita e tradotti nella famigerata prigione di Mitiga.

Il sequel è invece diretto da Maxim Brius e la “prima” è prevista per settembre.

Il trailer del film

La sceneggiatura racconta come i due scienziati stiano cercando di sopravvivere nelle disumane condizioni in cui sono tenuti prigionieri e l’intenso lavorio diplomatico che si sta sviluppando per farli tornare a casa.

E’ noto che i detenuti della prigione non ufficiale di Mitiga vengono regolarmente sottoposti a tortura e ad abusi psicologici. I due cittadini russi vi sono detenuti illegalmente e contro di loro non è ancora stata presentata alcuna accusa ufficiale: la loro detenzione viola il diritto internazionale.

Gli autori dei film hanno dichiarato in modo esplicito che le due opere sono state realizzate per denunciare le condizioni in cui versa la Libia e il diffondersi di pratiche brutali e illegali con l’avallo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale.

Le ultime notizie provenienti dal paese confermano la grave instabilità in cui esso versa e le tensioni crescenti, che rappresentano una grave minaccia anche per i paesi europei. Oramai il conflitto tra l’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato da Haftar e il GNA presieduto da Fayez al Sarraj è tracimato, coinvolgendo attivamente vari Stati stranieri, a cominciare da Turchia ed Egitto.

Ankara è ormai apertamente coinvolta nel conflitto in Libia, dove ha inviato circa 25.000 mercenari provenienti da Siria, Tunisia e altri paesi, molti dei quali islamisti radicali ed ex combattenti dell’ISIS.

Il Cairo, da parte sua, sostiene l’LNA e recentemente ha annunciato un possibile dispiegamento delle proprie forze armate: il parlamento egiziano lo ha infatti autorizzato nel caso in cui il Governo di Accordo Nazionale, con l’aiuto della Turchia, dovesse provare aconquistare la base aerea di al-Jufra e la città di Sirte.

D’altronde il governo turco ha più volte dichiarato di essere pronto a condurre direttamente un’operazione militare su queste due località, se non passeranno sotto il controllo di Tripoli. Un’ipotesi inaccettabile per l’Egitto. 

In sostanza, due tra le maggiori potenze militari del Mediterraneo potrebbero affrontarsi in una guerra a pochi chilometri dalle coste italiane. In un simile scenario sarebbe impossibile per Roma e per l’intera Unione Europea ignorare le conseguenze di un similescontro.

Ma un’altra minaccia evidente per l’Europa è rappresentata, in questo momento, dalla probabile esplosione di una nuova crisi migratoria. L’evolversi dello scontro militare potrebbe determinare una nuova ondata di profughi che le autorità del GNA non saranno né in grado di contenere, né disponibili a farlo. Un nuovo flusso incontrollato di migranti avrebbe effetti gravissimi sia dal punto di vista della gestione del contagio pandemico, sia per l’inevitabile arrivo di molti estremisti islamici in Europa. A tal proposito, occorre ricordare che Recep Tayyip Erdogan ha ribadito il suo sostegno ai Fratelli Musulmani, un’organizzazione classificata come estremista e terroristica in molti paesi arabi, ma che il leader turco considera funzionale alla sua strategia di espansione geopolitica in chiave neo-ottomana.

Per ulteriori dettagli, visitare il sito ufficiale di Shugaley2

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Il ruolo dell’imperialismo turco sullo scacchiere libico

Secondo quanto riportato sul quotidiano online La voce del patriota l’intervento militare in Libia, il sostegno alle milizie islamiste nell’Idlib siriano, i rapporti mai chiariti con l’Isis e le operazioni militari contro i gruppi curdi nel Nord dell’Iraq sono tutti elementi che compongono in questa fase la strategia geopolitica del presidente turco Erdogan in Medio Oriente e in Nord Africa, improntata a una logica sempre più palesemente neo-ottomana, ovvero tesa a ridare al paese una dimensione “imperiale”, riaffermando le propria influenza sui territori un tempo soggetti alla Grande Porta.

I successi militari ottenuti nel corso del mese di giugno dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico presieduto da Fayez al Sarraj sono dovuti in larga misura al sostegno turco e all’arrivo di migliaia di miliziani jihadisti veterani del conflitto siriano favorito da Ankara, che hanno costretto le truppe di Haftar a ripiegare velocemente su Sirte dopo essere state a un passo dalla conquista di Tripoli.

L’iniziativa di pace promossa dal Parlamento di Tobruk con la Dichiarazione del Cairo è stata respinta dal GNA, probabilmente su pressione della Turchia. Nel frattempo, il generale Ibrahim Beitalmal, comandante in campo delle milizie del Governo di Accordo Nazionale impegnate nell’offensiva su Sirte e Jufra, il 15 giugno ha affermato che non ci sono “linee rosse” invalicabili per le loro forze, il cui obiettivo è la “liberazione di tutte le città libiche” sotto il controllo del generale Khalifa Haftar. Secondo molti esperti, la decisione di proseguire l’offensiva è stata influenzata da Ankara.

E secondo fonti bene informate sono in stato avanzato i negoziati tra Tripoli e la Turchia affinchè a disposizione di quest’ultima vengano messe due basi militari nel paese nordafricano.

In effetti, il 15 giugno la Reuters ha ripreso una fonte diplomatica turca, che ha preferito restare anonima, secondo la quale l’obiettivo principale di Ankara è assicurarsi una stabile presenza militare a lungo termine nell’Africa settentrionale. Per ora, tuttavia, ancora non sono state prese decisioni definitive circa il possibile utilizzo da parte della Turchia né della base navale di Misurata (località dove è attivo l’ospedale italiano con il relativo personale sanitario militare), né della base aerea di Al Watiya (non lontana dal confine con la Tunisia, 125 km a sud-ovest di Tripoli). Ma la fonte dell’agenzia di stampa britannica ha confermato che le consultazioni in merito, particolarmente intense, tra il governo presieduto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj proseguono senza sosta.

E’ evidente che la presenza permanente di aerei e navi turche in Libia rafforzerebbe la crescente influenza nella regione e le rivendicazioni di Ankara sulle risorse marine di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale.

Non a caso in cambio dell’aiuto militare i turchi hanno imposto al GNA un accordo sui confini marittimi e mirano ad ottenere il controllo di una parte significativa delle risorse petrolifere e gassifere del paese. Contestualmente, Sarraj è costretto a sostenere le rivendicazioni territoriali turche presso i paesi vicini.

Insomma, le manovre della Turchia si configurano come un classico esempio di politica imperialista e hanno lo scopo di ridurre la Tripolitania al rango di semi-colonia.

Alla luce di un simile scenario, occorre prestare particolare attenzione alle dichiarazioni fatte da Erdogan in occasione della sua recente visita in Algeria, in cui ha condannato il colonialismo europeo e in particolare quello francese, accusato di essersi macchiato della morte di 5 milioni di algerini.

Per il leader turco e le attuali élite culturali del paese solo le conquiste delle potenze occidentali vanno considerate “colonialismo”, a differenza di quelle ottomane che pure portarono all’occupazione di vasti territori in Europa, Asia e Africa e alla sottomissione dei loro abitanti, mentre le atrocità perpetrate contro armeni, assiri o greci sono semplicemente ignorate.

La cultura storico-politica della Turchia erdoganiana  vede, di fatto, nel passato ottomano soltanto un paradigma utile a giustificare ideologicamente l’espansionismo del paese nel Vicino Oriente e soprattutto nel continente africano. Questa dimensione mitica della storia nazionale nasconde però i reali interessi in gioco, per Ankara, nel continente africano, che sono gli stessi di quelli perseguiti dall’Occidente: acquisizione di nuovi mercati, influenza politico-economico-militare e controllo delle materie prime, a cominciare dalle fonti di energia. Per esse soprattutto è fondamentale mantenere il controllo su Tripoli, ma anche sulla Somalia, dove l’obiettivo è svilupparne i giacimenti di gas e petrolio esistenti.

La notizia, diffusa all’inizio di quest’anno, dell’invito al presidente turco Erdogan da parte delle autorità di Mogadiscio a condurre esplorazioni petrolifere lungo le coste somale, ha destato in Kenya molta preoccupazione. Alcuni giacimenti, infatti, si trovano in una zona contesa al confine somalo-kenyota e a Nairobi temono che Al-Shabaab, l’organizzazione islamista che abbiamo imparato a conoscere in Italia in occasione della vicenda legata al rapimento di Silvia Romano (in cui i servizi segreti turchi hanno svolto un ruolo decisivo) e che controlla di fatto la nostra ex colonia, possa ora accingersi a destabilizzare il paese.

Questi timori ci ricordano un ulteriore aspetto assai poco attraente del neo-imperialismo turco: l’uso politico della religione, spesso nelle sue forme più estremiste. Da tempo sono noti i legami della leadership turca con il movimento dei Fratelli Musulmani e i risultati che ha prodotto tanto in Siria quanto in Libia.

Proprio l’utilizzo di milizie islamiste nello scacchiere libico rappresenta oggi un serio rischio per la sicurezza europea e italiana in particolare: mescolandosi con le migliaia di migranti in procinto di imbarcarsi alla volta delle nostre coste, i militanti jihadisti potrebbero, infatti, riattizzare il terrorismo fondamentalista nel Vecchio Continente.

Il 24 giugno scorso il portavoce dell’LNA, il generale maggiore Ahmad Mismari, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che “la presenza turca in Libia rappresenta una minaccia per l’intera regione” e ha denunciato come la Turchia stia cercando “di infiltrarsi in diversi paesi africani, tra cui il Niger e il Ciad. Ha ricevuto, tuttavia, un duro colpo in Sudan dove il popolo e l’esercito hanno ripulito il paese dai Fratelli musulmani. Continua ancora, però, l’invasione della Somalia, dell’Eritrea e dello Yemen”.

Da parte sua, nello stesso giorno, il consigliere della Corte Penale Internazionale (ICC) Muhammad Bakkar ha espresso un giudizio fortemente negativo sulle iniziative turche, e ha dichiarato in un intervento ad al Arabiya che “la Turchia ha commesso crimini di guerra contro l’umanità nel corso del suo intervento in Libia, dove ha impiegato nei combattimenti truppe mercenarie”. A suo parere le azioni turche violano la Convenzione di Roma sui crimini contro l’umanità.

Precedentemente, in una conferenza stampa congiunta tenuta a Parigi il 22 giugno con il presidente tunisino Kais Saied, Emmanuel Macron ha accusato la Turchia di condurre un gioco pericoloso e di aver violato gli accordi firmati al termine della Conferenza di Berlino. Il presidente francese ha poi ribadito che è nell’interesse della stessa Libia, dei suoi vicini e dell’Europa fermare l’intervento straniero nel paese.

Il 25 giugno i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui hanno invitato tutte le parti in conflitto a fermare le ostilità: “Di fronte al rischio crescente che la situazione in Libia continui a peggiorare – si legge nella dichiarazione ufficiale – estendendosi a livello regionale, Germania Francia e Italia invitano tutte le fazioni libiche a cessare immediatamente e senza condizioni le ostilità e a fermare ogni ulteriore accumulo di mezzi militari nel paese”.

I tre ministri degli Esteri hanno anche invitato i paesi terzi impegnati nel conflitto libico a interrompere ogni tipo di interferenza e a rispettare integralmente l’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Il ministro degli Affari Esteri greco, Nikos Dendias, mercoledì scorso, al termine della visita a Evros dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Joseph Borrell, ha accusato la Turchia di “continuare a minare la sicurezza, la stabilità e la pace nel Mediterraneo orientale”, causando gravi problemi ai paesi vicini.

“La Turchia – ha affermato Dendias – ha ripetutamente violato la sovranità di Libia, Siria, Iraq e della Repubblica di Cipro, paese membro dell’Unione Europea. In Libia, in totale disprezzo della legalità internazionale, ha violato l’embargo sulle armi dell’ONU per perseguire le sue aspirazioni neo-ottomane, ignorando palesemente i ripetuti richiami dell’Europa a rispettare la legalità internazionale”. Dendias ha quindi concluso mostrando apprezzamento per la tempestività delle posizioni espresse dal presidente francese Macron.

Dinanzi agli attuali sviluppi l’Italia non può continuare a rimanere ferma. Lo impone lo storico ruolo ricoperto in Libia dal nostro paese, nonché i fondamentali interessi nazionali in gioco. Pur in evidente difficoltà e nonostante l’incapacità dell’attuale governo di dispiegare una politica estera efficace nel contesto nordafricano, Roma mantiene fondamentali contatti con il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e una certa capacità di influenza che rende credibile l’ipotesi che essa possa, a questo punto, proporsi come principale motore di un processo diplomatico che contrasti e ridimensioni le aspirazioni imperiali di Ankara che, finora, in Libia come nel Mediterraneo orientale come nel Corno d’Africa, ha significativamente nuociuto alla proiezione internazionale dell’Italia.

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Libia: sanzioni USA contro il gruppo Wagner

Secondo quanto riportato dal giornale online La voce del patriota i recenti sviluppi della situazione in Libia, che – dopo la controffensiva delle milizie del Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez al Sarraj ai danni dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar – hanno visto ricostituirsi un equilibrio sul campo tra i due contendenti, oltre a sancire una sostanziale estromissione dell’Italia da un paese sul quale da decenni esercitava la sua sfera di influenza, certificherebbero anche un progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalle vicende Nordafricane, parallelo a quello già verificatosi nelle ultime fasi del conflitto siriano.

In realtà, ad uno sguardo più attento, l’impressione è che Washington in questa fase preferisca gestire il caos generatosi dopo i rivolgimenti determinati dalle Primavere Arabe e dai successivi conflitti – e che hanno portato allo smantellamento delle vecchie impalcature statuali – scaricando su altre potenze (Russia, Turchia e altri) l’impegno diretto sul terreno, riservandosi invece un ruolo di arbitro, secondo la logica del “divide et impera”.

Confermano questo approccio il sostegno alle opposizioni anti-governative in Siria, contestuale alla politica speciale nei confronti dei Curdi e l’avvallo al loro progetto di creazione di un Kurdistan indipendente nel cuore del Grande Medio Oriente (Greater Middle East), in una logica di alleanza solo apparentemente contraddittoria dal punto di vista americano.

E anche in Nord Africa continua a dispiegarsi questo interventismo soft di matrice “imperiale” targato USA, disponibile a favorire, di volta in volta, l’uno o l’altro dei contendenti. Recentemente, ad esempio, il comandante dell’AFRICOM Thomas D. Waldhauser, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono nel Continente, in una telefonata al ministro della Difesa tunisino, Imed Hazgui, ha manifestato la sua disponibilità a dispiegare le proprie unità militari in Tunisia, collegandola alla preoccupazione per le attività russe in Libia.

La decisione di rafforzare la presenza di AFRICOM nella regione è stata preceduta da una prolungata campagna mediatica contro l’influenza di Mosca nello scenario libico, laddove non hanno suscitato altrettanto allarme i trasferimenti di uomini e materiali da parte della Turchia a favore del GNA e, in particolare, di migliaia di jihadisti veterani del conflitto siriano in Tripolitania, sempre sotto l’egida di Ankara.

Eppure il rischio è che una parte di questi miliziani islamisti possano sbarcare prossimamente in Italia, confondendosi tra le migliaia di migranti pronti a salpare verso la Penisola. Secondo fonti citate dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani lo scorso marzo, “circa 40 ex combattenti affiliati ad al-Hamzat e ad altre milizie sono approdati in Italia, portando a 200 il numero di miliziani provenienti dalla Siria giunti in Italia provenienti dalla Libia” (link). Si noti che notizie di questo tenore appaiono ormai quotidianamente, rendendo sempre più concreto il pericolo di un riesplodere nel Vecchio Continente del terrorismo di matrice fondamentalista.

Va aggiunto che ormai la Guardia Costiera del GNA non sembra più essere in grado di gestire il flusso di migranti, che gli alleati turchi consigliano di utilizzare come strumento di pressione nei confronti dell’UE sulla falsa riga del metodo già adottato da Erdogan sulla rotta balcanica.

Pur mantenendo i tradizionali contatti con il generale Haftar – che, va ricordato, negli anni in cui fu costretto da Gheddafi all’esilio, risiedeva in Virginia – gli Stati Uniti sembrano in questa fase interessati soprattutto a ridimensionare il peso della Russia nel contesto libico. La conferma viene da una risoluzione del 16 giugno scorso del Congresso americano che valuta “il presunto finanziere russo del Gruppo Wagner Evgeny Prigozhin” come un soggetto “che rappresenta una minaccia per gli interessi nazionali e la sicurezza degli Stati Uniti d’America” (link), sottoponendolo a sanzioni. Il Gruppo Wagner è la società che avrebbe fornito assistenza militare e contractors all’LNA del generale Haftar.

Le principali accuse rivolte a Prigozhin fanno riferimento al sostegno militare che il suo gruppo avrebbe fornito ad Assad dal 2015 in poi e all’esercito di Haftar che sarebbe stato assistito con “mercenari, mezzi d’artiglieria, carri armati, droni e munizioni”, nonchè a varie altre operazioni condotte in almeno 20 paesi tra i quali figurano Repubblica Centrafricana, Madagascar, Mozambico e Sudan.

Dalla lettura della risoluzione risulta evidente, però, che il problema principale per la sicurezza USA è rappresentato dalla presenza di Wagner in Cirenaica al fianco di Haftar.

La risposta di Prigozhin non si è fatta attendere. In una “lettera aperta” rivolta al Congresso, egli ha affermato che “oggi l’interesse nazionale degli Stati Uniti è quello di punire tutti i dissidenti e di diffondere la loro influenza in tutto il mondo”. Oltre ad imputare agli USA di aver scatenato negli ultimi anni ben 41 conflitti, Prigozhin li ha accusati di non essere disposti a tollerare che gli altri paesi del mondo difendano i propri interessi “senza il permesso di Washington”.

Complessivamente le posizioni espresse da Prigozhin ricalcano la dottrina geopolitica putiniana improntata al realismo e alla difesa del diritto di tutti gli Stati di far valere i propri interessi, sottraendoli alle prevaricazioni della potenza unipolare egemone.

Di fronte a questo scenario che lascia presagire ulteriori sviluppi e un ritorno nella partita da parte statunitense – che difficilmente potrebbe tollerare, senza dire la sua, la presenza di truppe e velivoli militari russi (storico nemico) e turchi (alleato inaffidabile) a poche miglia marine dalle proprie basi siciliane – risulta ancora più evidente e preoccupante l’assenza di una strategia europea ed italiana dinanzi alle evoluzioni del caotico contesto libico.

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Libia: ex prigioniero di Mitiga denuncia torture

Un ex detenuto della prigione libica di Mitiga, nei pressi di Tripoli, ha denunciato, tramite un video-appello rivolto alla Corte Africana dei diritti umani e dei popoli, di essere stato sottoposto a torture e sistematici abusi. E’ quanto si apprende dall’account twitter ufficiale del LNA, l’Esercito di Liberazione Nazionale guidato dal generale Haftar, che ha rilanciato il video. Rajab Rahil Abdul-Fadhil Al-Megrahi, questo il nome dell’uomo, ha spiegato nel video di essere stato tenuto prigioniero nell’estate del 2019 a Mitiga, un centro di detenzione sotto il controllo della milizia Rada, un gruppo armato alleato con il Governo di Accordo Nazionale e vicina al ministro degli Interni Fathi Bashagha. Oltre a ricordare le ripetute violenze subite, l’uomo ha affermato di essere stato torturato personalmente dal ministro Fathi Bashagha nel corso di una visita da questi effettuata nella prigione di Mitiga e di aver subito dal lui l’amputazione dell’occhio sinistro. Nella denuncia presentata lo scorso 31 maggio, Al-Megrahi ha chiesto alla Corte di aprire un’indagine per appurare le responsabilità e punire gli autori dei crimini.