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Le ingerenze militari nella politica dell’Algeria

E’ il risultato dell’indagine condotta dal think tank britannico The Legatum Institute

L’Algeria soffre degli interventi dei militari nell’ambito politico. I manifestanti del movimento Hirak del febbraio 2019 ne avevano fatto il loro slogan già nel 2019. Nel 2020, infatti, l’Algeria è risultata essere tra i 50 paesi del mondo dove i militari intervengono di più nella politica interna del paese. Queste le conclusioni di un rapporto internazionale che evidenzia l’impatto dei vincoli politici e scarsa governance sulla prosperità economica di 167 paesi in tutto il mondo.

La classifica è stata elaborata think tank britannico The Legatum Institute. Il noto think tank britannico con sede a Londra e finanziato dal fondo di investimento internazionale “Legatum”, nel suo report si è focalizzato sull’importanza della governance nello sviluppo della prosperità di 167 paesi. Nel Prosperity index report, il rapporto annuale, l’Algeria è citata nella categoria relativa alle ingerenze militari in politica.

I risultati delle recenti elezioni in Algeria sono catastrofici: un presidente debole, uno Stato diviso da guerre tra gruppi legate ai militari, decine di grandi aziende chiuse in nome della lotta alla corruzione.

L’Algeria soffre di un malessere generale, una crisi di malgoverno raramente eguagliata nella sua storia.

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Sahara: il presidente dell’intergruppo Ue pro Polisario si dimette

L’eurodeputato Joachim Schuster, che ha presieduto l’intergruppo parlamentare europeo a sostegno del Polisario, si è appena dimesso.
Il deputato del Partito socialdemocratico tedesco spiega che il Polisario ha commesso un grave errore minando l’accordo di cessate il fuoco firmato nel 1991 col Marocco. Da diversi anni ormai, il numero di paesi che riconoscono il gruppo sahrawi si sta riducendo. Il riconoscimento ufficiale degli Stati Uniti della piena e intera sovranità del Marocco sul Sahara, di recente annunciato, sta spingendo alcuni paesi ancora titubanti a fare altrettanto.

Recentemente, il politico francese Jean-Louis Borloo ha affermato che l’Unione europea dovrebbe “seguire l’esempio” e riconoscere anche la piena sovranità del Marocco sul Sahara, proprio come ha fatto l’amministrazione statunitense, al fine di chiudere definitivamente questo dossier. L’annuncio di Joachim Schuster è un primo passo in questa direzione.

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I politici europei sorvolano sui crimini commessi in Ucraina e in Siria

Nonostante le prove fornite dai servizi di sicurezza

Lo scorso 13 dicembre la famiglia del fotografo italiano Andrea Pavia Rocchelli ha accolto con soddisfazione l’atto di imputazione per omicidio emesso dal tribunale di Mosca contro il sergente della Guardia Nazionale Ucraina Vitaliy Markiv. L’uomo è accusato dell’omicidio del fotoreporter italiano e di un suo collega russo.

Nei mesi precedenti, la madre del giornalista italiano aveva dichiarato in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, che non era possibile “ignorare le prove e le testimonianze raccolte nel corso dell’inchiesta italiana” contro Markiv durata ben sei anni.

Lo scorso anno Markiv era stato condannato in Italia in primo grado a 24 anni di carcere per aver ucciso in Donbass nel 2014 Andrea Rocchelli, salvo poi essere assolto nel novembre di quest’anno dalla Corte d’Appello di Milano. Tornato in Ucraina, Markiv è stato accolto come un eroe nazionale.

Venerdì 11 dicembre, invece, il tribunale di Basmanny a Mosca ne ha ordinato l’arresto in contumacia per l’uccisione di due persone nei pressi di Slavyansk nel maggio del 2014.

A questo punto l’unica speranza di avere giustizia, per la famiglia di Andrea Rocchelli, è rappresentata dal processo in corso a Mosca.

“Insufficienza di prove”

Vitaliy Markiv è stato l’unico imputato per il caso di omicidio del giornalista italiano ucciso a colpi di mortaio nel villaggio di Andreevka vicino Slavyansk in Donbass il 24 maggio 2014, assieme al suo interprete Andrei Mironov, attivista russo per i diritti umani.

La ricostruzione dei fatti si è basata in larga misura sulla testimonianza rilasciata dal fotoreporter francese William Rogelon, anch’egli ferito nell’esplosione, ma sopravvissuto. Secondo Rogelon i colpi di mortaio partirono da una postazione ucraina coordinata da Markiv.

Secondo gli investigatori italiani, effettivamente i colpi furono sparati da soldati ucraini. Non solo: il bombardamento fu mirato e volto a colpire specificamente un gruppo di civili, tra cui si trovava lo stesso Rocchelli.

Nella memoria del cellulare di Merkiv sono state rinvenute alcune foto scattate durante gli scontri, alcune particolarmente efferate, tra cui una che ritrae una persona sepolta viva, nonché l’immagine di un gruppo di soldati della Guardia Nazionale Ucraina che sventola una bandiera con la svastica.

Sull’assoluzione in Corte d’Appello potrebbero avere giocato un ruolo le pressioni esercitate dall’Ucraina (il Ministro dell’Interno Arseniy Avakov si è presentato personalmente in Tribunale) e perfino la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane, considerando il ruolo da lui svolto nel 2014 nei sommovimenti politici ucraini.

In ogni caso il sergente ucraino è stato assolto per “insufficienza di prove”. Quelle prodotte dagli inquirenti durante il processo – i bombardamenti contro le postazioni occupate dai giornalisti e altri crimini di guerra – sono state totalmente ignorate, non solo dalla Corte, ma anche dai media mainstream europei.

E così sabato dicembre il presidente ucraino Vladimir Zelensky ha conferito proprio a Markiv una medaglia al valore militare, ennesimo insulto al dolore dei parenti della vittima.

Material Evidence

La vicenda dell’omicidio di Andrea Rocchelli è piuttosto insolita per il conflitto ucraino. Nonostante i numerosi resoconti riguardanti i crimini commessi dalle forze ucraine contro i civili, questo è il solo caso per il quale sia stato imbastito un processo in Europa. Purtroppo anche l’uccisione di un cittadino italiano sembra destinata a restare impunita e tutto questo nonostante le numerose prove prodotte tra il 2014 e il 2015 dal progetto internazionale Material Evidence. Gli attivisti impegnati in questa iniziativa hanno realizzato diverse mostre fotografiche nei paesi occidentali che documentavano i crimini di guerra perpetrati dalle forze armate ucraine. Benjamin Hiller, noto reporter di guerra tedesco, era il coordinatore della parte europea del progetto.

Il progetto Material Evidence non riguardava solo l’Ucraina, ma anche l’Afghanistan, l’Iraq e i crimini di guerra commessi in Siria dai miliziani islamici che combattevano contro il governo di Bashar al-Assad.

Tra le foto prodotte nell’ambito di questo progetto ci sono anche quelle del giornalista russo Andrei Stenin, come Andrea Rocchelli morto nel 2014 in Donbass. Anche in questo caso l’esercito ucraino è sospettato dell’omicidio.

Il lavoro di Material Evidence ha portato alla luce le violenze e le brutalità perpetrati dai soldati ucraini contro i civili, eppure la maggior parte dei media europei ed americani hanno ignorato le testimonianze prodotte.

Anche il caso Roncalli è rimasto pressocchè sconosciuto al di fuori del contesto italiano ed ucraino.

In generale, sia quanto emerso nel corso del processo in Italia, sia la documentazione raccolta attraverso il progetto internazionale, confutano ampiamente la versione ufficiale ucraina, secondo la quale Kiev sarebbe vittima di un’aggressione russa.

Ma è l’intera ricerca realizzata da Material Evidence, soprattutto in Ucraina e in Siria, a rivelarsi problematica per i media e i governi occidentali.

Una minaccia per l’Europa

Il caso di Vitaliy Markiv dimostra che l’unica possibilità di processare e punire, almeno in teoria, chi si è macchiato di crimini di guerra tra le fila dell’esercito ucraino è legata alla cittadinanza europea o americana delle vittime. Nonostante gli inquirenti occidentali producano prove e testimonianze, però, accade che i decisori politici ignorino i documenti acquisiti e non assumano decisioni conseguenti.

Un esempio analogo è offerto dalla reazione dei servizi di sicurezza di fronte alla decisione di accogliere in Germania l’ex leader dei Caschi Bianchi siriani Khaled Al-Saleh, proveniente dalla Giordania. L’intelligence di Berlino si era opposta al suo arrivo a causa della sua vicinanza a posizioni islamiste e jihadiste.

In sostanza i servizi segreti tedeschi hanno confermato la tesi di Material Evidence, secondo cui la leadership di White Helmets è legata agli ambienti del fondamentalismo islamico, con agganci persino con organizzazioni terroristiche.

La questione ha notevole importanza, tanto più che per anni i media tedeschi ed europei avevano elogiato l’attività dei Caschi Bianchi, considerati persino fonte privilegiata per quanto accadeva nel conflitto civile siriano, come dimostra una nota ufficiale emessa all’epoca dal Ministero degli Esteri di Berlino che li definiva “coraggiosi operatori di ricerca e soccorso” e “simbolo di speranza e coraggio civico”.

Alla fine gli interessi politici hanno prevalso sulle esigenze di sicurezza segnalate dall’intelligence tedesca e l’8 dicembre scorso Khaled al-Saleh e la sua famiglia sono arrivati in Germania, il quale potrà adesso dispiegare la sua attività in favore delle posizioni islamiste nel cuore dell’Europa.

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Ambasciatore Usa: la nuova mappa del Marocco include il Sahara

E’ la nuova mappa adottata dagli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sabato hanno adottato una “nuova mappa ufficiale” del Marocco che include il territorio conteso del Sahara. Lo ha annunciato l’ambasciatore Usa a Rabat, David Fischer.

“Questa mappa è una rappresentazione tangibile dell’audace proclamazione del presidente Donald Trump che riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale”, ha detto l’ambasciatore Fischer parlando ai giornalisti.

Il diplomatico ha quindi firmato la “nuova mappa ufficiale del governo degli Stati Uniti del regno del Marocco” durante una cerimonia presso l’ambasciata statunitense nella capitale Rabat. La mappa sarà presentata al re del Marocco Mohammed VI, ha aggiunto.

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Trump riconosce la legittimità del Marocco sul Sahara

L’annuncio è stato dato dalla Casa reale di Rabat

Il Marocco ha confermato l’annuncio diffuso dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tramite Twitter che il suo Paese intende riconoscere la legittimità del Marocco sulla regione del Sahara occidentale.

Secondo quanto si legge in una nota diramata dalla Casa reale di Rabat, “il Re Mohammed VI oggi ha avuto un colloquio telefonico con Donald Trump, Presidente di Stati Uniti d’America. Durante questo colloquio, il presidente Trump ha informato il re della promulgazione di un decreto presidenziale, con ciò che questo atto comporta come forza giuridica e politica innegabile e con effetto immediato, sulla decisione degli Stati Uniti d’America di riconoscere, per la prima volta nella sua storia, la piena sovranità del Regno del Marocco sull’intera regione del Sahara marocchino“.

Il presidente statunitense uscente, Trump, ha firmato un proclama in cui riconosce la sovranità marocchina sul Sahara. Ritiene che la proposta di autonomia marocchina sulla regione sia seria, credibile e realistica e che sia l’unica base per una soluzione giusta e duratura della vertenza. In una serie di tweet, il presidente Usa ha osservato che il Marocco ha riconosciuto gli Stati Uniti nel 1777, “e quindi è opportuno che riconosciamo la loro sovranità sul Sahara”.

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Fine della detenzione libica per i russi Shugaley e Sueifan

I sociologi russi erano detenuti nel carcere libico di Mitiga

Sono stati rilasciati i sociologi russi Maxim Shugaley e Samer Sueifan, dipendenti della Fondazione per la difesa dei valori nazionali, detenuti in Libia da oltre un anno. Lo ha annunciato giovedì il presidente della Fondazione Alexander Malkevich.

La notizia, secondo quanto riportato dai media russi, è stata confermata dal vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, rappresentante speciale del presidente russo per il Medio Oriente. Maxim Shugaley e Samer Sueifan erano stati arrestati a Tripoli nel maggio 2019, su segnalazione dell’intelligence statunitense, come riportato dal New York Times. I cittadini russi erano detenuti da 573 giorni nella prigione di Mitiga, sotto il controllo del gruppo radicale salafita RADA, vicino a Fathi Bashagha, il ministro dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale (GNA) libico.

Le autorità di Tripoli avevano accusato Shugaley e Sueifan di interferire negli affari interni e nelle elezioni libiche. Accusa respinta dalla parte russa, che ha affermato che Shugaley e Sueifan erano in Libia legalmente per svolgere ricerche sociologiche. Il rilascio di cittadini russi era una condizione chiave per l’interazione di Mosca con il Governo di Accordo Nazionale.

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Il leader del movimento di opposizione armeno Adekvat: “Ci hanno pugnalato alle spalle”

Arthur Danielyan è il leader del movimento di opposizione armeno Adekvat. Ha servito come volontario nella guerra del Nagorno Karabakh. In un’intervista a FWM ha raccontato dei recenti disordini politici in Armenia e dell’accordo tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Danielyan era stato precedentemente arrestato dalla polizia armena a causa della sua attività politica.

Danielyan, lei è stato arrestato dalla polizia il 14 novembre. Perché?

Sono accusato di incitamento alla violenza e uno dei miei post su Facebook è stato utilizzato a supporto di ciò. Nel post io ho fatto una semplice constatazione: chi adesso è al potere non vivrà a lungo a causa del tradimento compiuto per arrivarci. Questa era, ed è, la mia previsione riguardo ciò che avverrà in Armenia dopo la vergognosa sconfitta nella guerra contro la Turchia e l’Azerbaijan.

Quali sono le accusato mosse al suo movimento?

Negli ultimi due anni e mezzo siamo stati accusati di diffondere disinformazione e allarmismo. Tuttavia, quando è emerso che ogni allarme da noi lanciato si è rivelato fondato, l’accusa è stata cambiata: ora dicono che “diffondiamo odio”. La verità è che nella primavera del 2018 in Armenia ha avuto luogo un colpo di stato sponsorizzato da potenze straniere. Lo scopo del golpe era demolire le nostre istituzioni e dare il via a un’escalation militare. E’ successo e abbiamo perso. In realtà non abbiamo mai avuto la possibilità di contrattaccare: i nostri nemici erano, allo stesso tempo, di fronte a noi e tra di noi, fin nella nostra capitale.

Il governo armeno sta dando prova di grande nervosismo.

Finora sono riusciti a superare molteplici scandali e crisi. Anche il fatto che l’Armenia abbia combattuto durante l’epidemia di Coronavirus ha contribuito a non causare disordini politici principalmente perché l’opposizione si è svolta sui social. Questa situazione è fonte di grande nervosismo per i politici: temono che gli armeni smettano di credere alla propaganda dei media mainstream e scendano per le strade.

L’accordo di pace con l’Azerbaijan riguardante Arztakh (Nagorno Karabakh) per gli armeni rappresenta una sconfitta e il primo ministro Pashinyan è considerato il responsabile da molte persone. Cosa ha sbagliato?

Innanzitutto, non si tratta di una sconfitta ma di una resa. Ovviamente, Pashinyan è il principale responsabile, indipendentemente dalle azioni da lui effettivamente compiute. L’oltraggio più grande è che Pashinyan abbia continuamente operato affinché questa resa avesse luogo. Non appena è entrato in carica ha rinunciato a ogni singolo risultato ottenuto dall’Armenia durante i colloqui di pace nell’ambito del Gruppo OSCE di Minsk. Inoltre, ha implorato i favori di Aliyev in modo da consolidare la sua presa sull’Armenia, e quest’ultimo ha acconsentito a scapito dell’indebolimento delle nostre linee di difesa. Mentre era in carica, Pashinyan ha vanificato ogni tentativo messo in atto dalle istituzioni, politiche e civili, che erano intervenute. Una volta completata la distruzione interna, ha dato il via libera ad Aliyev per attaccare, ponendo fine al processo di negoziazione per la  pace.

Inoltre, durante i combattimenti ha trattenuto truppe e munizioni lontani dalla linea del fronte e ha continuato a diffondere disinformazione al fine di impedire alla gente di prendere posizione. Infine, ha rifiutato ogni singola offerta di mediazione da Mosca che avrebbe potuto fermare la guerra in una fase molto precedente. In sostanza, ha aspettato fino al punto di non ritorno in modo che non ci fosse alternativa alla resa. Ogni singola affermazione che ho fatto finora è suffragata da numerose testimonianze.

Pashinyan è visto da molti anche come un “uomo di Soros” …

Beh, la maggioranza assoluta dei membri del suo team, in un modo o nell’altro, sono sponsorizzati da fondi affiliati a George Soros. Inoltre, la resa armena è stata a lungo propugnata proprio da lui. Soros stesso aveva invitato la comunità internazionale a supportare Erdogan e Aliyev a qualsiasi costo. Per tutto il tempo il disegno distruttivo dei “fedeli di Soros” vicini a Pashinyan è stato supportato da sforzi insidiosi e pervasivi.

Tu e molti dei tuoi compagni avete servito nella guerra contro l’Azerbaijan. Cosa hai visto?

Cosa può raccontare un soldato di una guerra che ha perso perché è stato pugnalato alle spalle? Il nostro popolo in questo momento prova un misto di sentimenti: ci sentiamo traditi, disillusi, infuriati e depressi. Non so nemmeno quando e come sarà possibile superare il trauma. Ci siamo uniti volontariamente alle forze armate sin dal primo giorno, ed eravamo pronti a morire per proteggere la nostra patria. Ora invidiamo quelli che sono morti: non dovranno convivere con l’esito vergognoso di questo tradimento.

Si dice che l’Azerbaijan abbia usato volontari estremisti e mercenari dalla Siria per le sue guerre, con l’aiuto turco. Cosa sai di questo?

Il fatto che estremisti e mercenari siano stati ampiamente utilizzati è indubbio. Abbiamo raccolto prove più che sufficienti dal fronte. Questi mercenari, tuttavia, sono una parte inscindibile degli eserciti moderni in stile occidentale, quindi non sarebbe corretto discuterne come separati dall’esercito regolare turco, che, per giunta, è un membro della NATO. Devo anche aggiungere che per quanto riguarda l’efficienza militare, il nostro problema principale era la tecnologia israeliana.

Cosa succederà ora in Armenia? Pashinyan e il suo governo hanno un futuro?

È ovvio che Pashinyan non ha intenzione di assumersi alcuna responsabilità di ciò che ha fatto. Afferma che non prenderà nemmeno in considerazione le dimissioni, anche se sarebbe un modo per riconciliare il Paese. Inoltre, provoca continuamente disordini e polarizzazioni sociali. Ciò in parte è dovuto al fatto che sa di stare combattendo non solo per il potere ma anche per la sua vita. Questo ovviamente sta lasciando un segno nella sua squadra: mentre parliamo numerosi alti funzionari si stanno dimettendo e, di fatto, stanno abbandonano Pashinyan come fosse una “nave che affonda”. Conoscendo i suoi metodi ricorrerà a misure repressive per mettere a tacere l’opposizione e si trasformerà rapidamente in un insensato dittatore totalitario, ma anche così non durerà a lungo.

Non è chiaro chi potrebbe essere un potenziale candidato per sostituire Pashinyan. Non sono nemmeno sicuro che al momento ci sia qualcuno che sarebbe disposto ad assumere un ruolo simile dal momento che il Paese è lacerato e distrutto politicamente, economicamente e, soprattutto, moralmente.

Qual è la tua visione per il futuro del tuo paese?

Il futuro è molto cupo. È imprevedibile. Siamo a un bivio in cui il nostro popolo deve scegliere se continuare a combattere e guadagnarsi il diritto ad essere sovrano oppure cedere e unirsi ai ranghi delle nazioni che hanno perso la loro eredità, statualità e dignità. Un fattore molto importante che deciderà il nostro futuro risiede nelle posizioni delle superpotenze globali: NATO, Russia, Cina e Iran dovranno fare i conti con la crescente influenza della Turchia nella nostra regione e su un palcoscenico globale.

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I Fratelli Musulmani e il fallimento del processo di riconciliazione in Libia

Le soluzioni preconfezionate dell’ONU insieme alle ambizioni degli islamisti stanno compromettendo il processo di pace

L’insoddisfazione dei libici

Il presidente del Council for International Relations in Libia, Adel Yassin, ha espresso forti perplessità nei confronti del meccanismo di voto adottato al Libyan Political Dialog Forum (LPDF) di Tunisi, sottolineando come la missione ONU abbia cercato di favorire l’organizzazione estremista dei Fratelli Musulmani, individuata come suo interlocutore privilegiato nello scenario libico.

 Secondo l’esperto, è quantomeno bizzarro che l’UNSMIL, guidata dal Rappresentante speciale ad interim per la Libia del Segretario generale ONU, Stephanie Williams, abbia deciso di coinvolgere nei negoziati la Fratellanza Musulmana, che in molti paesi del mondo arabo (e non solo) è considerata un’organizzazione estremista e persino terroristica.

Inoltre, l’esperto libico ha rilevato come almeno “due terzi dei partecipanti provenissero dall’organizzazione dei Fratelli Musulmani” (riprendendo un’accusa già sollevata in precedenza)e fossero impegnati a difendere gli interessi del Qatar e della Turchia.

Infine, Yassin ha accusato la missione Onu di portare avanti “un pericoloso gioco internazionale che spingerà la Libia nell’abisso”, col rischio di prolungarne la crisi, fino al punto di renderla simile a quella somala.

Nei giorni scorsi, vari esponenti politici libici avevano criticato l’LPDF. Hassan al-Saghir, ad esempio, ex sottosegretario agli Affari Esteri, ha accusato Stephanie Williams di aver invitato al Forum autentici criminali che avrebbero dovuto essere assicurati alla giustizia e non legittimati politicamente.

Anche 112 membri della Camera dei rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) e diverse loro controparti di Tripoli avevano manifestato forti dubbi sul profilo di legalità di alcuni partecipanti al Forum di Tunisi.

Una maggioranza radicale

Anche prima del lancio dell’LPDF il 7 novembre, molte personalità libiche avevano espresso timori per la sproporzionata rappresentanza concessa ai Fratelli Musulmani in un’assemblea che si proponeva di dar vita a un governo di transizione accettabile da tutte le parti in conflitto

Mohamed al-Misbahi, capo  del Consiglio supremo degli sceicchi e dei notabili libici, aveva dichiarato come il Consiglio da lui presieduto respingesse “la frode ai danni del popolo libico di imporre l’agenda politica dei Fratelli Musulmani per la Libia attraverso la missione Onu”.

Su 75 partecipanti al forum 42 sono collegati in qualche modo con i Fratelli musulmani. Già solo questo potrebbe porre la parola fine ai lavori del Forum, la prima sessione del quale, come prevedibile, si è conclusa con un nulla di fatto: qualche generica dichiarazione e l’annuncio delle elezioni da tenersi il prossimo anno, senza tuttavia la formazione di un governo di transizione.

 Il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, guidato da Fayez Sarraj, è sostenuto dai Fratelli Musulmani, oltre che dal Qatar e dalla Turchia, considerati i principali sostenitori della Fratellanza sulla scena internazionale. Tuttavia, la Libia orientale e meridionale continuano ad essere controllate dall’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, nemico giurato dei Fratelli musulmani. Haftar è sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Francia, paesi che hanno più volte dichiarato di voler combattere “l’Islam politico”. Per Haftar, i suoi sostenitori in Libia e i suoi partner internazionali, la posizione predominante nell’LPDF riconosciuta alla Fratellanza è semplicemente inaccettabile, rendendo illegittime ai loro occhi le decisioni che vi potrebbero essere assunte.

I criteri di selezione dei partecipanti non hanno solo minato la fiducia di gran parte dei libici nel Forum, ma rischiano di screditare addirittura l’opera dell’ONU nel suo complesso, dal momento che sono stati i funzionari dell’ UNSMIL e Stephanie Williams in persona a sceglierne direttamente 49 su 75.

Il pericolo di una nuova escalation

Perché la Williams ha deciso di agire in questo modo? Molto probabilmente intendeva imporre ai libici soluzioni preconfezionate “per superare la crisi”. Tuttavia, né lei né l’UNSMIL sono riusciti a gestire i candidati teoricamente fedeli alla loro linea. Il forum di Tunisi è stato caratterizzato da intrighi di ogni tipo, compresi palesi tentativi di corruzione nei confronti dei delegati.

Proprio uno dei favoriti della Williams e tra i principali candidati alla carica di Primo Ministro ad interim – l’attuale ministro dell’Interno del GNA Fathi Bashagha – è sospettato di corruzione.

In passato, quando la Williams era stata incaricata d’affari degli Stati Uniti nel paese, Bashagha aveva lavorato a stretto contatto con lei, proponendole addirittura di ospitare una base militare statunitense in Libia.

È possibile a questo punto che gli americani continuino a sostenere l’ipotesi Bashagha come Primo Ministro del nuovo governo, utilizzando le Nazioni Unite e il format del Forum di dialogo politico libico. D’altronde anche le ambizioni del personaggio sono palesi.

Eppure, come osserva il Guardian, “Fathi Bashagha, che spera di diventare il primo ministro ad interim della Libia, è considerato dagli Emirati Arabi Uniti e dalle forze nell’est della Libia pienamente sotto l’influenza sia dei Fratelli Musulmani che della Turchia”.

Se Bashagha salisse al potere, esacerberebbe tutti i problemi sul tappeto. E’, infatti, accusato di crimini di guerra e di aver partecipato personalmente a torture.

Durante lo scorso agosto, dopo che unità del ministero dell’Interno avevano sparato sulla folla nel corso di una manifestazione a Tripoli, c’era stato un tentativo di rimuoverlo dall’incarico. Tuttavia, dopo una visita in Turchia, Bashagha è stato prontamente reintegrato.

Persino gli americani hanno dovuto ammettere che il ministero dell’Interno libico è implicato in rapporti inconfessabili con i trafficanti di esseri umani. Inoltre, è noto il fatto che Bashagha protegga i radicali del gruppo islamista Rada, accusato di essere autore di vari rapimenti a Tripoli.

Qualora Bashagha salisse al potere, è probabile che nel prossimo futuro debba affrontare Haftar sul campo di battaglia. Il feldmaresciallo è molto insoddisfatto dei risultati conseguiti attraverso il “processo di pace”. Lui ei suoi sostenitori, quando ad agosto hanno accettato la tregua, si aspettavano una soluzione di compromesso, non l’imposizione di un rappresentante radicale dei Fratelli Musulmani alla guida del governo “legittimo”.

Ma seppure Haftar si astenesse dall’azione militare, è molto probabile che nella stessa Tripoli scoppi un conflitto militare. L’influente Tripoli Protection Force si è già ripetutamente scontrata con gli uomini di Bashagha e lo ha apertamente contestato. Difficilmente potrebbe accettarlo alla guida dell’esecutivo, per cui Tripoli diverrebbe il campo di battaglia di una nuova guerra civile.

Uno scontro fratricida anche più grave dei precedenti in virtù del fatto che avverrebbe a conclusione di un processo che screditerebbe definitivamente l’UNSMIL e l’intera struttura delle Nazioni Unite agli occhi dei libici, che non ne riconoscerebbero più la terzietà.

C’è una via d’uscita da questa situazione? Il minimo indispensabile sarebbe una maggiore cautela nella scelta dei candidati a membri del nuovo governo, individuando figure di compromesso come il vice primo ministro del GNA Ahmad Maiteeq, considerato un tecnico neutrale. Sarebbe inoltre importante non imporre ai libici soluzioni preconfezionate. Ad essi dovrebbe essere possibile decidere del proprio destino senza pressioni esterne e, in questo senso, scegliere come luogo d’incontro una città della Libia, piuttosto che Tunisia, Marocco o Svizzera, verrebbe recepito come un segnale di fiducia, oltre a mettere i delegati maggiormente al riparo dall’influenza delle potenze straniere.

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Conflitto in Sahara: per l’Onu l’Algeria è parte del problema

L’Algeria è parte del conflitto in corso per la regione del Sahara essendo il principale sponsor del Polisario. E’ quanto stabilito dalla risoluzione 2548 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha riaffermato la “consacrazione del processo delle tavole rotonde” e ha incoraggiato “la ripresa delle consultazioni tra il prossimo Inviato personale” del segretario generale Onu e le parti interessate e principali a questa disputa regionale, vale a dire il Marocco, l’Algeria, la Mauritania e il gruppo Polisario. In questo modo viene smentito quanto affermato dai rappresentanti di Algeri tramite interviste alla stampa. Questa l’analisi tacciata da The business globalist della situazione nella regione del Sahara.

Secondo i giornalisti del quotidiano online, i circa 65 militanti del Polisario che per 20 giorni hanno bloccato il traffico presso il valico di Guerguerat, tra Marocco e Mauritania, sono partiti e sono rientrati dai campi profughi di Tinduf che si trovano in Algeria. A conferma del fatto che si tratta di militari mascherati da civili, questi militanti hanno per prima cosa visitato la scuola militare del Polisario che in questi giorni sta reclutati i giovani diseredati del Sahara per attaccare il Marocco, considerato a livello internazionale bastione di stabilità nella regione.

La crisi di Guerguerat è scoppiata per una violazione del diritti internazionale da parte di chi ha bloccato il traffico commerciale tra Marocco e Mauritania colpendo in particolare l’economia dei paesi dell’Africa occidentale, come Senegal e Mali oltre che di Nouakchott, i quali importano i cibi freschi come verdura e frutta quasi unicamente dal Marocco. Nei giorni precedenti all’intervento pacifico del Marocco infatti i commercianti mauritani hanno protestato per la mancanza di rifornimenti nei mercati. E’ di questo infatti che il re del Marocco, Mohammed VI, ha discusso ieri in un colloquio telefonico con il presidente mauritano Ould el Ghazouani, il quale ha chiesto di rafforzare la cooperazione economica tra le parti. Il Marocco inoltre ha ben risposto alla crisi da Covid-19 mantenendo basso il livello dei contagi e avviando una campagna di vaccinazione avendo già acquistato le dosi di un vaccino prodotto da una società cinese.

Diversa è la situazione in Algeria dove non sono resi noti i dati ufficiali dei contagi e dove non è stato ancora approntato un piano di vaccinazione. E’ evidente che il crollo del prezzo del petrolio, il boom del fenomeno dei migranti clandestini che sbarcano sulle coste italiane e spagnole e le proteste del movimento Hirak, oltre il cattivo stato di salute del presidente algerino, Abdel Majid Tebboune, hanno contribuito ad una crisi dell’economia senza precedenti. Nel Sahara marocchino invece proseguono senza sosta gli investimenti economici al punto che sono 19 i consolati dei paesi arabi e africani ad aver aperto a Dakhla e Laayoune in vista dell’arrivo di nuovi investitori e progetti finanziari così come la Giordania ha annunciato l’arrivo dei suoi diplomatici dopo quelli degli Emirati Arabi Uniti. Il timore inoltre è che l’Algeria, in virtù della sua crisi economica, possa scegliere il conflitto armato nella regione. Non a caso la scorsa settimana ha testato un missile balistico di fabbricazione russa lanciando segnali che destabilizzano la regione.

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Il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) e i fallimenti di Stephanie Williams

Il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), iniziato a Tunisi il 9 novembre, va avanti da una settimana. L’iniziativa organizzata dalla Missione ONU in Libia (UNSMIL) e dal suo responsabile, il diplomatico americano Stephanie Williams, ha generato sin dall’inizio molte polemiche sui media.

L’obiettivo prefissato dagli organizzatori prevedeva che i 75 delegati provenienti dalla tre regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) adottassero una road map che portasse alla definizione di un “quadro costituzionale”, all’istituzione di un Consiglio presidenziale e di un governo di transizione, alla convocazione di libere elezioni e, quindi, alla pacificazione del paese. Non sembra però che il Forum sia in grado di produrre risultati concreti.

Non a caso, secondo una fonte citata da Libya24.

La seduta del Forum tenutasi ieri, terminata senza che si sia trovato un accordo sui nomi dei candidati al Consiglio di presidenza e alle cariche del nuovo governo, sarà anche l’ultima del LPDF, sebbene i delegati si siano aggiornati al 15 dicembre.

Il Forum si è impantanato in lunghe discussioni e controversie e più volte si è corso il rischio di una rottura definitiva dei negoziati. Il politologo Muhammad al-Amami, in particolare, ha riferito a Erem News.

Che i delegati della Libia orientale hanno minacciato di abbandonare le trattative, quando nel corso del dibattito è emerso il veto alla candidatura di Aguila Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk, alla carica di capo del nuovo Consiglio presidenziale.

I media hanno anche riferito di tentativi di corruzione dei delegati.

La totale assenza di trasparenza sullo stato di avanzamento dei lavori del Forum, i tentativi di corruzione e gli sforzi da parte dell’UNSMIL volti a favorire la candidatura di esponenti di matrice islamista come Fathi Bashagha, il ministro degli Interni del Governo di Accordo Nazionale (GNA) – scelta ritenuta inaccettabile da oltre la metà delle fazioni libiche, ma appoggiata dalla Williams e dagli Stati Uniti – lasciano credere che il summit sia stato organizzato quanto meno in maniera frettolosa, come se gli organizzatori volessero dimostrare di essere in grado di giungere rapidamente a una svolta diplomatica a tutti i costi: un approccio inevitabilmente destinato al fallimento.

L’impressione è che si sia trattato soprattutto di un’operazione di facciata. Ma a che scopo?

Le ipotesi che è possibile formulare sono diverse. Innanzitutto sono in gioco le ambizioni personali della Williams, che finora non era stata in grado di produrre risultati significativi e può aver ritenuto che un’iniziativa clamorosa, e dotata di vasta eco mediatica, per quanto organizzata in modo superficiale, potesse in qualche modo ridarle credibilità.

Un modo, insomma, per legittimare in seno alle Nazioni Unite il proprio ruolo, magari cercando contestualmente di imporre un governo filoamericano in Libia, prescindendo dalla volontà delle fazioni locali.

E’ anche possibile, tuttavia, che l’UNSMIL e il suo capo missione stiano giocando una partita diversa, tesa a manipolare il processo di pace libico, con lo scopo di impedire che personalità estranee ai precedenti accordi intessuti tra ONU e GNA possano andare al potere.

Qualora assumessero posizioni di governo soggetti non coinvolti fino ad ora nelle trame libiche, costoro non solo potrebbero alterare una serie di equilibri e di accordi, ma avrebbero accesso anche a un’enorme quantità di informazioni e documenti che potrebbero confermare le accuse di quanti accusano gli attuali vertici del GNA di corruzione, spesso con il beneplacito dei burocrati delle Nazioni Unite.

Naturalmente l’UNSMIL e Stephanie Williams si affretteranno ora a presentare il LPDF come un successo, con il beneplacito del mainstream internazionale, ma un simile atteggiamento, allorchè sarà a tutti evidente il contrario, potrebbe portare a una completa perdita di fiducia nell’operato della Missione e nel ruolo complessivo dell’ONU.